La gestione sostanzialmente illegale del parco dell’Appennino lucano e della Val d’agri, apre lo spaccato su una realtà inquitante che è la disinvoltura con cui certa dirigenza si muove soprattutto quando è lontana da occhi indiscreti. Il decreto del Ministro Costa con cui il governo ha provveduto a commissariare l’Ente con una figura di alto prestigio come il generale Di Palma, non accedendo alla tesi regionale di nominare l’intero consiglio ex novo probabilmente deriva proprio dall’urgenza di mettere fuori gioco personaggi che non avevano diritto a stare un minuto in più sulla scrivania di commando. Raramente abbiamo letto in un Decreto che un dirigente ha sistematicamente eluso la sottoposizione alla vigilanza di atti fondamentali della propria attività attraverso l’adozione di deliberazioni del Consiglio Direttivo che, nonostante la loro forma provvedimentale, sono state arbitrariamente definite atti di gestione, aJ fine di applicare gli indirizzi espressi dalla Direzione protezione della natura e del mare che escludono la sottoposizione a vigilanza degli atti di gestione. I lettori sanno che tutte queste cose sono emerse grazie alla battaglia di associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente, e sopratutto a quella dell’osservatorio Ambiente e legalità che ha avuto il merito di portare all’attenzione del Ministero, e dell’Europa la colpevole condotta di amministratori che hanno gestito con superficialità e disinvoltura una materia complessa. La storia, i lettori la ricorderanno, parte da quando furono autorizzati lavori di costruzione di un sentiero in una zona particolarmente protetta . Solo che invece di un sentiero, da realizzare con precauzione , fu fatta una strada di dimensioni incompatibili con le esigenze di tutela ambientale, con l’ingresso di ruspe e di camion che hanno determinato l’allontanamento di specie protette come il Lanario, il Capovaccaio e il Grifone. Da qui è nata tutta una sfilza di ricorsi e di segnalazioni che sono partite per Bruxelles, per Roma , sia al Ministero, sia all’autorità anticorruzione. A quest’ultima si segnalava una pratica di non trasparenza attraverso sistemi di pubblicazione parziale degli atti, cioè non la delibera intera ma solo il frontespizio . Su questo è dovuto intervenire l’Anac, chiedendo alla Presidenza di attenersi alla legge. Poi ,dulcis in fundo, è arrivata la Corte dei Conti a fare le pulci ad un modo di operare non trasparente e clientelare del parco della Val d’agri e dell’appennino lucano. E questo arrivo di una richiesta di giudizio a carico del presidente , del Consiglio di Amministrazione, del Direttore del Parco ha avuto ripercussioni politiche forti, al punto che lo stesso ministro dell’Ambiente, in sella da pochi mesi , ha dovuto prendere le distanze in maniera recisa e netta, non solo contestando le accuse mosse dal PM della Corte ma mettendoci del suo, con una relazione che boccia in maniera netta la gestione di quell’Ente e considera illegittima la nomina del Direttore, poi derubricata, sotto l’urto di ricorsi, a funzione dirigenziale. il Direttore- scrive il ministero- doveva essere nominato , con decreto , dal Ministro dell’ambiente, in una rosa di tre candidati proposti dal consiglio direttivo tra soggetti iscritti ad un albo di idonei all ‘esercizio dell’attività di direttore di parco istituito presso il Ministero dell’ambiente, al quale si accede mediante procedura concorsuale per titoli . In particolare, il regolamento disciplinante l ‘ Albo ,prevedeva che i Direttori di parco dovessero essere in possesso di specifici titoli di studio . Insomma una gestione allegra, dove anche i funzionari e i dirigenti si credono, al pari dei politici, dei padreterni.
