PATRIZIA BARRESE
Da terra a cielo
incastonata silente al tuo torrione
due occhi cerulei ti specchiano,
strappano d’incanto il cielo attorno
avvolti timidamente da fronde odorose,
rovi di croce e pampini smeraldini.
Spirto inafferrabile aleggia,
girovago su speroni di monte
crea drappi d’onde d’acqua
e trasognanti e macabre di verde
braccia d’alghe popolano il fondale
nella muta melodia lacustre.
Qui, transitano nobili e schivi
anatre selvagge e cigni giulivi,
lenti viandando nel sacral mistero
di colui che sul far del primo sole
o al calar del sipario all’imbrunire,
cova in seno Santo e diavoli da finire.
Crudo si erge verginale
il sacro convento latteo
scolpito negli anfratti da Vulcano,
sibili qui, riecheggian piano,
e preci ululanti giacciono in cuor devote,
nell’incenso nudo e mistico
che parla alle rocce attorno.
Il Santo condottier troneggia,
regge sul sacrato il cratere frastagliato,
divampa l’aura silenziosa del suo volteggiar d’ali,
di spada ferisce e sgozza vittorioso
la serpe sordida di magia,
che vive ardente nelle bocche del vulcano,
tra sortilegi macabri e forbici di stregoneria.
E angelica osserva dall’orlo del burrone
la solitaria dimora del protettor guerriero,
con occhio aquilino lontana scruta
la boscaglia incantata e ignota,
di un paradiso che annaspa e si divora
tra grigi spenti e toni di marrone,
tra cilindri d’alluminio e cubi di cartone.
