Il problema del lavoro in Basilicata è legato ad una politica industriale che non riesce a decollare, perchè le grandi industrie che dovevano fare da volàno  si sono rinchiuse in se stesse senza guardare al territorio , se non per depauperarlo,  e le politiche di incentivazione si scontrano contro un disinteresse degli imprenditori del Nord, o perché disinformati delle opportunità, o perché con la robotica riescono a far quadrare i conti al Nord senza preoccuparsi di andare a spostarsi nelle periferia del paese. Rimangono come spina dorsale dell’economia di questa regione l’agricoltura, il turismo e l’artigianato, in ordine di importanza.  Se l’industria vuole fare la sua parte, occorrE che ci si attrezzi per mettere nel mirino le cose che sono possibili e soprattutto quelle che sono suscettibili di fare impresa seria e di fare rete territoriale. L’agroindustria e l’agricoltura  innovativa possono coesistere, come hanno dimostrato due industrie di successo, la Ferrero e la Di Leo, una portando a livelli alti il processo di industrializzazione ,l’altra facendo del grano di qualità e del ricettario della nonna il suo brand italiano e internazionale. Ci sono altre attività più modeste ma non meno interessanti che sorreggono questo discorso: il birrificio Morena di baragiano, i salumifici di Picerno e Potenza, l’intera filiera del latte che sulla qualità gioca le sue carte. E poi la pasta di Stigliano, il pane di matera.   Mettere insieme le risorse con l’attività di trasformazione industriali e artigianale di esse dovrebbe rappresentare una priorità anche per la politica industriale, a cominciare dalla messa disposizione dei tanti capannoni di cui le aree industriali dispongono per quell’attività di “agricoltura verticale” che sta avendo tanto successo in altre realtà del paese, per non parlare di stati come la Cina che ormai ne hanno fatto l’attività principale.  Venti anni fa mi sono imbattuto in un grande imprenditore agricolo, uno che guardava lontano come la vedetta di una nave corsara, il quale si era messo in testa di fare la coltivazione idroponica dei pomodorini, secondo la tecnica olandese: il capannone computerizzato, con una centrale che controllava l’umidità, la quantità di acqua da dare alle singole piante, la fotosintesi,  cioè l’intero ciclo produttivo , senza chimica e senza antiparassitari.  Un successo straordinario che non si è propagato sul territorio solo perché quell’uomo è morto giovanissimo. Oggi si sprecano servizi televisivi che decantano questa tecnica adoperata in Liguria o in Toscana. E qui ci sono tutte le condizioni per farla, sottarendosi ai apricci del tempo e potendo godere di un centro di eccellenza nella ricerca in agricoltura che è costituito da Agrobios di metaponto.

COLTIVAZIONE IDROPONICA  IN UNA FABBRICA DISMESSA (nella foto prima e dopo)

Ecco dunque il tema da sottoporre alla politica: si può fare la stessa cosa utilizzando i cento capannoni vuoti che sono sparsi per le aree industriali e che sono oggetto di furti di rame, di sanitari, di tubi, di fili elettrici e di tutto quello che si può rubare?. E se proprio non vogliamo andare lontano ma rimanere dove c’è già un’agricoltura in espansione, vogliamo almeno destinare a questa attività tutto il distretto della felandina, i cui capannoni vuoti gridano vendetta? Il problema è che mentre nell’agricoltura e nell’artigianato aiutare i piccoli funziona, nell’industria se non si guarda ai contratti di distretto con le grandi aziende dell’industria agroalimentare nazionale, non si va da nessuna parte. La sola industria che arriva spontaneamente in basilicata è quella dell’uso dei rifiuti, più zozzi sono e più scelgono questo territorio. Si è fatto tanto parlare di filiera con aziende della distribuzione ( coldiretti ,orogel ecc) , si faccia adesso un pacchetto di proposte per portare le industrie di trasformazione in basilicata, con distretti specifici, della birra, del grano cappelli, della quinta gamma  degli ortaggi, della frutta e con i prodotti finiti della zootecnia. Partiamo da quello che sappiamo e da quello che siamo: contadini incapaci di trasformarci in imprenditori di successo. Rocco Rosa