E’ semplicemente sconfortante che il Presidente della Basilicata, di fronte ai dati Gimbe sul sistema sanitario che testimoniano la spaccatura tra Nord e Sud e l’aumento esponenziale della distanza tra le aree ricche e le altre, se ne esca con una nota di ottimismo basata sul solo fatto che nel 2021 la Basilicata ha rispettato i Livelli essenziali di assistenza. Questo quando tutto va a rotoli, dalla fuga dei medici dal pubblico, alla corsa verso gli ospedali del Nord, alle liste di attesa per le quali ormai non si prende neanche più la prenotazione, per evitare di dover segnare la data del 2025. Così come è mortificante che l’allineamento politico verso il Governo centrale costringa il capo di una Regione a ignorare il dibattito che sta crescendo sul pericolo che l’autonomia differenziata ammazzi completamente la sanità meridionale, determinando una corsa ai servizi del Nord che, già ricche , si avvantaggerebbero economicamente anche delle spese di comsumo sanitario prodotto dal Sud. Ci sono responsabilità che andrebbero assolte indipendentemente dal proprio credo politico o dalla convenienza di partito. Al presidente Bardi consigliamo percò la lettura della sintesi che proprio la Fondazione Gimbe ha fatto sul regionalismo differenziato e sugli effetti che è destinato a provocare sulla sanità. Già che si cita la Fondazione, si leggano pure le cose essenziali che essa afferma. Rocco Rosa
La Fondazione Gimbe che da anni monitora l’andamento del servizio sanitario italiano lancia l’allarme: la autonomia differenziata rischia di creare un vero e proprio esodo sanitario dal Sud al Nord del Paese. Nonostante i Lea imposti dal 2001 per eliminare le disuguaglianze esistenti tra regioni ricche e regioni povere, persistono inaccettabili diseguaglianze tra i 21 sistemi sanitari regionali. In particolare, non siamo più di fronte ad un semplice gap Nord-Sud, ma ad una vera e propria “frattura strutturale” che compromette l’equità di accesso ai servizi sanitari e gli esiti di salute, alimentando un imponente flusso di mobilità sanitaria dalle Regioni meridionali a quelle settentrionali. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le diseguaglianze registrate già con la semplice competenza regionale concorrente in tema di tutela della salute. Peraltro, il Comitato LEP ha ritenuto che in materia di salute non sia necessario definire i LEP, vista l’attuale esistenza dei LEA: questa proposta lascia intravedere per le maggiori autonomie in sanità una pericolosa scorciatoia, visto che il DdL Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei LEP secondo quanto previsto dalla Carta Costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire i LEP è sostanzialmente impossibile ridurre progressivamente le diseguaglianze regionali e sanare la frattura strutturale Nord-Sud.
Per questi motivi, in occasione della pubblicazione del 4° Rapporto sul SSN nel 2019, la Fondaszione aveva invitato l’Esecutivo a mettere da parte posizioni sbrigative e a non utilizzare l’autonomia differenziata come “merce di scambio” per conciliare gli obiettivi di un partito nazionalista con quelli di una forza politica che da tempo spinge sulle autonomie regionali e sul federalismo fiscale.
Successivamente, con il Report “Il regionalismo differenziato in Sanità”ha raccomandato di gestire con grande equilibrio l’eventuale attuazione dell’autonomia differenziata in sanità, colmando innanzitutto il gap strutturale tra Nord e Sud del Paese. Perché i princìpi ispiratori del federalismo, volti alla piena applicazione del principio di sussidiarietà e a migliorare l’efficienza amministrativa, devono salvaguardare la capacità di redistribuzione del reddito per consentire a tutte le persone l’esercizio dei diritti costituzionali fondamentali, in particolare il diritto alla tutela della salute. In caso contrario, nel contesto attuale l’autonomia differenziata finirebbe per rendere le Regioni del Centro-Sud – che avranno sempre meno risorse per riqualificare i loro servizi – “clienti” dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord. Ovvero la sanità rischia di diventare un bene pubblico per i residenti nelle Regioni più ricche e un bene di consumo in quelle più povere, proprio quando il Paese ha sottoscritto con l’Europa il PNRR, il cui obiettivo trasversale è quello di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali. Infine, nel corso di un’audizione in 1a Commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica, la Fondazione GIMBE – tenendo conto della grave crisi di sostenibilità del SSN, delle inaccettabili diseguaglianze regionali e dell’impatto delle maggiori autonomie – ha proposto di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere il trasferimento delle funzioni da parte dello Stato, perché la loro attuazione finirebbe per assestare il colpo di grazia al SSN. Ovvero, l’autonomia differenziata in sanità legittimerà normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nel diritto alla tutela della salute.
