LUCIO TUFANO

Machiavelli è odiato e temuto – scrive Prezzolini nel suo Machiavelli Anticristo – non tanto per quello che ha scritto, quanto per quello che gli uomini credono abbia scritto. Tuttavia egli è ancora un nostro contemporaneo, teorico piuttosto del totalitarismo e non certo della democrazia.

I suoi avversari usano le sue espressioni … molti lo copiano, senza dirlo, altri lo seguono senza riconoscerlo. Ma se si fa politica e si è anche capaci di sostenere l’onere delle azioni che si compiono contro coscienza (e che secondo Machiavelli è giusto che, per ottenere il potere, si compiano) ci si dovrebbe chiedere se è mai giusto operare in funzione dei propri interessi, se è altrettanto giusto, da eletti dal popolo, guadagnare, con tutti i propri fiduciari, venti volte dippiù di quanto guadagni un professore di liceo, se è giusto, una volta carpita la buona fede degli elettori, arricchirsi e nel contempo provvedere alla sistemazione della propria famiglia, della moglie e dei figli, dei nipoti, e poi dei collaterali e altri discendenti, di curare numerosa clientela, moltiplicandone il reclutaggio, distribuendo favori ed esigendo rispetto ed autorità, adottando metodi paternalistici ed egocentrici, infine, alla fine del mandato, prepararsi a godere, vita naturale durante, la pensione di parlamentare.

Perché la politica, per Machiavelli e per tanti altri, deve prescindere dalla morale? «Che appena un uomo occupa una carica pubblica, si sente costretto ad abbandonare ogni principio che magari prima lo aveva animato?».

Quanto gli ripugnava e magari gli avrebbe creato il rimorso, se avesse agito per scopi personali, operata la scalata, abbandona ogni scrupolo, con la convinzione di compiere un dovere, sia pure sgradevole, come il mentire, l’ingannare, il promettere senza l’intento di mantenere.

I Romani esprimevano la massima: Salus rei publicae suprema lex (la salvezza dello Stato è legge suprema). Nel suo tempo la convinzione di questa necessità era tale che lo stesso Machiavelli riporta il detto di Cosimo dei Medici: Gli Stati non si reggono con i paternostri, bensì difendendoli ed amministrandoli con i dettami dell’etica, della morale e dell’oculatezza. Occorre anche ricordare che Machiavelli non ha mai evitato di sostenere come la severità ed il male, adottati per costruire o mantenere in vita, o per difendere, lo Stato, il rigore delle leggi ed il rispetto di esse, quello che, in parole più benevoli, oggi si dice “tolleranza zero”, siano tutte cose necessarie e giustificate.

Riflessioni che furono anche di Benedetto Croce, il filosofo liberale, quando sottolineava con avverbi, aggettivi o con frasi deprecative, il suo profondo dispiacere nel constatare come gran parte degli italiani fossero fatti in modo da mai garantire la salvezza della repubblica. Il pessimismo di Machiavelli e di Croce consisteva in una sorta di inesorabilità del male, il male come ingrediente della vita politica, essendo la natura degli italiani tale che, senza l’uso della forza e dell’astuzia, appare impossibile instaurare fra di essi il “vivere civile”.

A questo punto, dopo tutte le esperienze negative, le tragedie, le sofferenze ed i fallimenti, oggi le democrazie dovrebbero marciare in maniera così funzionale ed efficiente da sembrare quasi redente da atavici difetti e, come presso un popolo indisciplinato e di più irrefrenabile temperamento (quello italiano), si debba anche creare una condizione collettiva di educazione e di rispetto della convivenza e dei bisogni altrui, di obbedienza civile e di armonia sociale, di osservanza delle leggi e di difesa dello Stato, quasi da non avere più bisogno di severi istitutori, di fustigatori del costume, di accentratori illuminati.

Ma come è possibile inneggiare alla democrazia quando un lungo, strisciante processo di degenerazione, appesantito da paternalismi ed ipocrisie, da egoismi e furbizie, la afferra in una morsa inestricabile e la mette in condizione di venire ripudiata come sistema dai cittadini più accorti? Non è questa l’antipolitica?

Machiavelli, che pure era in possesso delle radioscopie di principi e di pontefici, di esponenti di grandi famiglie come i Medici, i Borgia, gli Sforza e gli Asburgo, del carattere dei popoli come quello di Firenze e delle Romagne, di Parma e Ferrara, non ha avuto modo di capire quanto fosse difficile ed inconcludente fare un’accurata disamina degli italiani del Sud, principi o sudditi, padroni e servi, sovrani e cortigiani, preti e popolo.

Non si è potuto rendere conto, per esempio, di quanto sarebbe stata diversa una sua attenta osservazione sul Sud, rispetto a quella condotta su regioni dove esistevano civiltà comunali, dove pur è esistita ed ha sedimentato una educazione ed una cultura civile e politica, una possibile coscienza sociale, la cultura amministrativa e gestionale.

Se a Roma è già difficile rintracciare tali facoltà e doti (forse esistenti solo ai tempi di Cola di Rienzo), nel Sud, dominato per secoli dai signori del latifondo e dei feudi, dal clero fazioso ed ignorante e dai baroni, dai reali borbonici e dai loro intendenti e funzionari, dai prefetti Savoiardi, Crispini, Giolittiani e fascisti, una condizione più evoluta e democratica non ha potuto mai formarsi o consolidarsi.

È sempre accaduto perciò che, alle attenzioni tese a sollevare le sorti delle nostre regioni, a prodigare aiuti in direzione di soluzioni ai problemi più assillanti, ed ai provvedimenti all’uopo faticosamente richiesti ed adottati, è sempre seguita una sorta di sordida abulia, di torpore o di strana assuefazione alla macchinosa propensione all’accaparramento ed alla difesa ad oltranza degli interessi di casta, privati o personali, di famiglia e clientelari, alle ambigue o sibilline interpretazioni, ai giri viziosi ed ai rebus burocratici, ai calcoli complicati ed alle dilazioni atte a far naufragare qualsiasi azione dirompente o salvifica. Questa mentalità malgrado i decenni ed i regimi trascorsi, vige purtroppo ancora imperterrita, per cui ciò che ci giunge come messaggio didattico da altre parti d’Italia, e dalle cronache giudiziarie, dovrebbe liberarci dai ceppi che attorno a noi da sempre si ramificano.

Si spiega perché, mentre per fare l’Italia Unita ci fu una vera rivoluzione contro gli Stranieri ed il Papato, quella risorgimentale, guidata da intellettuali borghesi e nobili illuminati, da afflati romantici e patriottici, che costò vite umane e sacrifici, da noi si era con i Borboni e si voleva rimanere con quelli, tant’è che si costituirono bande brigantesche, finanziate da agrari, da borghesi e politici che temevano di dover subire i danni del cambiamento, bande oggi osannate da storici e letterati all’assidua ricerca di clamore.

Quando la rivoluzione giudiziaria di “Mani Pulite” che, con tutte le sue imperfezioni, la sua violenza e le sue ambiguità, colse il caotico assetto dei partiti, corrotto e predatorio, onorevoli di maggioranza e di opposizione, imprenditori e politici coinvolti nella greppia delle tangenti, con lo scempio di miliardi disseminati dappertutto e con la prodigalità della Cassa e dell’intervento ordinario e straordinario, il mito dello sviluppo, un movimento nuovo, reazionario e conflittuale, quello della Lega Nord, riusciva a fare “piazza pulita” (almeno nelle regioni del Lombardo-Veneto) di tutte le vecchie ragnatele parassitarie e conservatrici, il Sud, come sempre, restò immobile continuando ad alimentare congreghe, cordate e catene spregiudicate, ultime espressioni della vecchia politica. E fu, Angelo Zambrino – su il Quotidiano – ad implorare i Leghisti perché salvassero il Meridione, contro “politici locali, incapaci e arruffoni” …, contro “una classe politica mediocre, che coltivava gli interessi dei propri orticelli …”.

Berlusconi rilevò come uno Stato che rinuncia alla legalità non può considerarsi Stato e non è in grado di amministrare e difendere i suoi cittadini. Berlusconi si ostinava a volersi assumere la responsabilità di salvarlo con un partito come Forza Italia che avrebbe avuto bisogno di ben altra linfa, quella veramente necessaria ed utile ad un movimento instauratore di democrazia, sia nel Paese che nel partito, retto, quest’ultimo, da una rete di luogotenenti regionali che decidevano le linee politiche e le candidature, decidevano tutto.

Ma quando si vorrà capire che quest’Italia è il paese dei furbi? E quale leader, o capo politico, sia Mussolini che Craxi, o Berlusconi, o Renzi, o infine Salvini, avrebbe potuto o potrebbe mai salvarlo o assolverlo?

Machiavelli è passato alla Storia per le sue lezioni ai principi su come essere più furbi dei sudditi, degli amici e dei nemici, per aver convinto gli italiani di essere idonei a fare i dittatori di un grande Stato. Ma Machiavelli morì povero, solo e senza potere, mentre Mussolini venne appeso per i piedi a piazzale Loreto, Craxi fu lasciato morire in esilio e perfino il “ricco Epulone”, profeta in doppio petto, che passava per furbo, ha alla fine annoverato nelle file del suo seguito gregari e decine di traditori (perfino più di Cristo che ne ha avuto solo uno) che hanno approfittato della sua amicizia e del suo fortunoso avvento …

E allora? Forse nessuno dei cinque leader che abbiamo citato, è stato o è veramente furbo. Costoro avevano o hanno una caratteristica, quella degli italiani migliori: la disponibilità a mettere a rischio se stessi per redimere i furbi o per liberare questo paese dai furbi, anche se per farlo hanno osato ed osano proporsi con aperto cinismo.

Ovviamente questi uomini ritenevano o ritengono (anche il nostro Epulone) di essere più furbi; (in effetti si rivelarono e si rivelano tali in molte occasioni della loro vita privata o pubblica ed in molti loro eventi).

Tutto sommato è più lungo e tanto più grave l’elenco delle sciocchezze o delle ingenuità commesse, da essere battuti dai veri furbi che, nel disordine, vanno per la maggiore, trionfano, si mimetizzano e, di solito, sono i laboriosi artefici delle “democrazie totalitarie”.

Ecco perché l’apprendista dittatore, sembra furbo, ma non lo è.