Margherita E. Torrio
Vacanze brevissime, quelle di Pasqua. Arrivi e partenze misurano così le feste, non più gli arrivi e partenze degli studenti ma di giovani e meno giovani, diplomati, laureati , specializzati che si riaffacciano in Basilicata per ripartire dopo un paio di giorni verso le città fuori regione, al nord, all’estero. I ritardi sono all’ordine del giorno. Gli orari di arrivo, a Potenza, di Intercity e Freccia Rossa sono piuttosto flessibili con ritardi che raggiungono, ma anche superano l’ora. Insomma, il servizio è garantito ma a livello essenziale. Non tutti continuano a riaffacciarsi in Basilicata per le festività. Ridotti allo stremo, in mancanza di interventi tali da moltiplicare le opportunità di lavoro, si parte. Molti vanno via per non ritornare più, trascinandosi dietro, nell’emigrazione, un po’ alla volta i genitori. Così medici, tecnici, insegnanti, lavoratori di ogni categoria, giovani lavoratori, pensionati, abbandonano il territorio. Nei territori abbandonati si chiudono attività, si chiudono le scuole. La chiusura di attività e di scuole incentiva nuove partenze. L’ Università, la grande scommessa degli anni Ottanta dello scorso secolo, svolge ancora il suo ruolo, incentivando e promuovendo incontri fra i giovani studenti, nuove e altre esperienze con studiosi e altre Università, stimolanti per la conoscenza, anche di sé, approfondite sui temi e problemi della regione, dal punto di vista geofisico, geologico, cronologico, antropologico, della sua cultura, sul confronto costante con le sfide della ricerca scientifica, umanistica, quelle dell’età digitale. Eppure le iscrizioni si riducono per mancanza di investimenti adeguati, anche per quanto riguarda le disponibilità di ospitalità degli studenti da fuori sede. La sanità è in difficoltà. I problemi nascono già quando si ha bisogno di consultare il medico di base. Anche nel privato è facile avere prenotazioni a lungo periodo. I casi più problematici non possono che costringere alla forzata emigrazione sanitaria. Il tasso di occupazione lavorativa è molto più basso rispetto alle regioni del nord, il lavoro è, comunque, a tempo determinato e povero. Si può tranquillamente dire che il quadro generale mostra la regione, così come tutto il sud, in una situazione dove già si sperimentano livelli essenziali di prestazione. I servizi ci sono ma non corrispondono ai diritti previsti dalla Costituzione per i cittadini. Ci sono i treni, c’é un sevizio scolastico, la formazione e l’istruzione ci sono sino ai livelli alti, ci sono le reti stradali. Insomma è garantito il livello essenziale dei servizi. Certo il servizio ferroviario avrebbe bisogno di una radicale reimpostazione delle linee per facilitare e abbreviare i percorsi che portano fuori regione, ma questo richiederebbe di bypassare le montagne più impervie, con programmi di spesa molto importanti. Basterebbero, ugualmente, investimenti adeguati ad accelerare la rimessa in uso dei cavalcavia, delle vie a percorrenza veloce che tagliano la regione e, almeno, a riasfaltare le vie interne piuttosto che rattopparle con manciate di bitume, metodo povero che non risolve il problema della agibilità e della sicurezza sulle strade. Basterebbero investimenti più cospicui per rinforzare il sistema scolastico e universitario, moltiplicando docenti, laboratori insegnamenti così da incentivare docenti e studenti. Basterebbero investimenti adeguati per riportare la sanità lucana a ciò che era qualche decennio fa. Lo spopolamento della regione potrebbe conoscere una inversione di tendenza con una reimpostazione massiccia della funzionalità dei servizi e delle infrastrutture. Risultava e risulta evidente, invece, che, a fronte del fatto che la quota di risorse medie trasferite alle Regioni del Mezzogiorno non è mai andata, in questi decenni, oltre il 24,5-25 per cento, con poche eccezioni, non è mai stato garantito il trasferimento integrale delle risorse, soprattutto sulle infrastrutture. Cosa succederà con i LEP presunti della legge sull’Autonoma differenziata? Che nelle regioni del sud continueranno ad essere garantiti solo i servizi essenziali, al di sotto dei livelli di efficacia. La SVIMEZ sottolinea che l’autonomia differenziata, di cui il ddl Calderoli, che sarà il 29 aprile alla Camera per l’approvazione, vuole accelerare e definire il percorso, legittima fondate preoccupazioni per gli immediati e duraturi effetti sfavorevoli per la coesione del Paese; che i tentativi, che si poggiavano sulle pre-intese siglate dal Governo Gentiloni, anche allora pochi giorni prima dell’appuntamento elettorale del 2018, ripresi nel 2019 nel Contratto del Governo gialloverde, fallirono a causa di ciò che, pur definiti di assoluta priorità, già allora mancavano, i livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) e i connessi Fabbisogni finanziari a costi  standard. É un bluff, rinviando la definizione dei LEP di qui ad almeno due anni, misurare su tale rinvio la possibilità che si rinviino ugualmente richieste di nuove funzioni per l’autonomia differenziata a tempi da destinarsi. Sarebbe un esercizio inutile se non controproducente, certo fuorviante. Non solo dobbiamo prendere atto che i livelli essenziali di prestazione e/ o di assistenza sanitaria, sono proprio quelli di cui già ci lamentiamo oggi per la loro inefficace risposta alle necessità dei cittadini che hanno diritto ad avere cure, istruzione, trasporti, lavoro in modo uniforme a quello delle altre regioni per aver diritto conseguentemente allo sviluppo uniforme a quello di ogni altra regione italiana. Inoltre, se pure, forse, più complesso, l’ avvio di “intese” per materie e funzioni oggetto dei LEP ancora da definire, tra l’altro impraticabili a livello finanziario, resta, però, praticabile l’immediato avvio dell’Autonomia differenziata su “tutto il resto”; delle funzioni. Il Report Osservatorio GIMBE n. 2/2024, intervenendo sulla materia “tutela della salute,” conferma che, esistendo già i LEA, non è necessario definire, finanziare e raggiungere i LEP, per cui le regioni richiedenti potranno tranquillamente continuare a operare in termini di autonomia sfrenata sulla sanità. Zaia ha annunciato che sta già preparando le carte per chiedere – appena approvata la legge Calderoli – 8 materie di rilievo in più, con più di 100 funzioni (Rapporti internazionali, Commercio con l’estero, Professioni comprese le procedure per l’abilitazione di avvocati e notai e il riconoscimento dei titoli professionali acquisiti all’estero, Protezione civile, Previdenza integrativa, Coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, Casse rurali, Giudici di pace), tutte materie e funzioni al di fuori dei Lep. La fuga di professionisti verso le regioni dove la contribuzione sarà maggiore, diventerà inevitabile. La disgregazione sociale e, quindi, politica, sarebbe così raggiunta. Piuttosto che seguire un corretto percorso teso a uniformare il Paese, si propone di procedere in senso inverso iniziando ad attuare il 116 terzo comma con “intese” tra Stato e Regione aventi per oggetto tutte le “altre funzioni” per le quali non siano previsti LEP. É chiara una forzatura che si sta facendo sulle regole e principi che non dovrebbero essere derogabili. Il fatto che nel ddl Calderoli non siano previsti maggiori oneri per la finanza pubblica per il raggiungimento dei LEP , per il recupero dei divari tra le varie aree del Paese e che le singole intese non dovranno comportare costi per lo Stato, significa che i territori già in difficoltà continueranno a essere condizionate dalla ‘spesa storica’. Il vero obiettivo è consentire ad alcune regioni, a partire da Lombardia e Veneto, di ottenere più poteri, funzioni e soprattutto le risorse conseguenti, lasciando al loro destino le altre regioni, soprattutto le più deboli, che non riceveranno, un solo euro in più. Se le Regioni che otterranno più poteri avranno anche maggiori risorse, non essendo previsto che si possa spendere in totale un euro in più, è sottinteso che alcune Regioni otterranno più risorse per loro e che altre ne perderanno definitivamente. La sperequazione fra regioni più ricche e regioni più povere verrebbe confermata e aggravata. I soliti partecipanti ai talkshow, con il solito ghigno, già si apprestano a rilevare che la situazione in cui versa il sud è stata avviata quando governavano i partiti di centro sinistra, nei decenni precedenti. Esatto, anche per questo i cittadini non sono andati a votare, contribuendo, però, a far sì che una maggioranza fra chi è invece andato a votare mandasse i tre partiti della coalizione di Lega, Forza Italia Fratelli d’Italia al governo. Il problema è che questi non solo non mostrano capacità di soluzioni, anzi, con le sfide lanciate con l’autonomia differenziata e il premierato, mostrano di avere ben altri obiettivi che quelli di uniformare, far progredire, far crescere l’intero Paese Italia dal punto di vista dei diritti previsti nella Costituzione; sembrano, piuttosto, avere intenzione, invece, di risospingere tutto verso modelli da impero austro- ungarico o da ventennio italico-mussoliniano. Qui i sogni e le ambizioni dei partiti di governo divergono ma ritrovano subito uniformità nel vagheggiare forme a-parlamentari e plebiscitarie, per cancellare la Repubblica nata dalla resistenza contro il fascismo. In questi ultimi giorni che precedono le elezioni regionali bene sarebbe che partiti e candidati si impegnassero, più che per la prospettiva di carriera, decisamente contro l’autonomia differenziata e il premierato.