Musica ed industria nel racconto di Biagio Russo
ANTONIO LOTIERZO
Il racconto di Biagio Russo intitolato “ Victor Salvi, il signore delle arpe” è un delicato intarsio fra letteratura d’invenzione, storia sociale e analisi dei legami fra musica, industria e fruizione comunitaria. Il racconto è pubblicato dall’editore Lavieri, raffinato produttore di volumi con illustrazioni, qui affidate ad Erika De Pieri, che ce ne presenta una ventina, con autonomia di narrazione grafica, sorretta da perizia creativa che spinge la mente a situarsi nei vari spazi, concerti, laboratori e luoghi urbani di esecuzione, accese e ardenti illustrazioni che costituiscono una personale reinterpretazione del mondo dell’arpa. La narrazione di Russo si fonda su di una impossibile intervista quanto succosa, sgranata con Victor che dipana i più che secolari ricordi familiari fra Venezia e Viggiano, fra Chicago e Piasco, in Piemonte, dove ora i Salvi hanno sede, con un ‘Museo dell’arpa’. Viggiano (di cui ci manca la descrizione settecentesca nel catasto onciario) divenne famoso nell’Ottocento “per la costruzione di arpe e per i suoi musici girovaghi. I viggianesi, novelli trovatori, bardi mediterranei, non suonavano organetti, pifferi o zampogne, come i chiavarini, i savoiardi, i parmigiani o i ciociari, per le strade delle grandi città, ma flauti, violini e, soprattutto, piccole arpe portative, ‘arpicelle’. Il loro repertorio includeva, non senza personali contaminazioni, sia la musica popolare, tarantelle, novene e ballate, che le melodie famose tratte dalle opere liriche di Domenico Cimarosa, Niccolò Jommelli, Saverio Mercadante, Vincenzo Bellini, Gioacchino Rossini “ (p.8) Trasformando le strade di Napoli, Parigi, Madrid in un palcoscenico da cui estrarre con un piattino le offerte, i viggianesi integravano il lavoro salariato ma, dato notevole, avevano altresì sviluppato un talento per la falegnameria, specie l’arte della costruzione di strumenti musicali ( loro che vivono immersi fra boschi di querce, noci, abeti, peri e rari ulivi). Dopo il racconto, che snoda le biografie dei Salvi, Russo riporta una appendice documentaria, in cui ritroviamo quel percorso vivido che conosciamo: Malpica, Sole, Parzanese ( a proposito, quali sono i legami fra Ariano Irpino e la Val d’Agri, visto che si scambiavano vescovi oltre che intellettualità?), poi Pascoli ( già divulgato dal Liceo e A. Signoretti) e poi ancora: un contratto di affitto dei ‘ragazzi’, le attenzioni sulla pericolosità rivoluzionaria, una scheda su Vincenzo Bellizia redatta da Antonio Racioppi, il legame fra emigrazione e socialismo secondo ‘Il Ribelle ‘che, nel 1911, riporta anche la compatta protesta contro un prete, intriso di bigottismo reazionario e ignorante delle ‘rerum novarum’, che aveva offeso i suonatori. Seguono documenti elogiativi riportati dai giornali americani sulla maestria di Alberto Salvi; una lettera di Victor Salvi a Roslyn Rensch; un volantino sul quartetto d’archi di Rudolph Salvi (n.1875); un articolo del 1957 sulla fabbrica genovese di V. Salvi ; uno del 2006 sull’arpa che Salvi creò per Carlo, principe di Galles; e l’articolo del 2005 de ‘La Stampa’ che annunzia la nascita del Museo dell’Arpa in Val Varaita.
Racconto storico: Rodolfo Salvi era veneziano del 1865, sposato con Livia Toso nel 1892, generarono Alberto nel 1893, spostandosi a Viggiano per motivi di salute. Il liutaio sapeva che l’arpa aveva mutato ogni tugurio in casa; Bellizia già nel 1845 era stato premiato per la costruzione di arpe meccaniche a pedali, abbellite con fregi. In seconde nozze, sposò nel 1900 Apollonia da cui ebbe quattro figli, fra cui Aida, prima donna che eccellerà come suonatrice e docente di arpa, una volta che anche loro dovettero intraprendere l’emigrazione verso l’Americhe, a Chicago, città dei blues, del jazz e sede della Lyon e Healy, che produceva arpe a pedali. Come concertista prodigioso Alberto, nel 1919, giunse a guadagnare quarantamila dollari e poi divenne docente di arpa alla N. University. Il suo repertorio comprendeva Couperin, Rameau,Bach,Handel, Debussy, Pierné e Ravel. A Chicago, nella casa in Ward 19, nacque Victor (4 marzo 1920- 10 maggio 2015) che apprese l’arpa da Aida.
Nei Salvi si fondono i due rami della tradizione: i liutai ed i musicisti. Russo lo racconta bene: “(mio padre) apparteneva alla prima schiera, come suo padre Gaetano e zio Antonio. Mentre Alberto, Aida ed io, alla seconda. Me lo ripeteva spesso, scherzando, quando, dopo le lezioni di arpa di Aida, mi infilavo nel suo magico regno, in quella caverna che odorava di vernici, di colle, di legni. Il suo laboratorio era una stupenda foresta di arnesi, utensili, materiali, minuterie, rasiere e raspe, compassi, controforme ,lame di traforo, archetti, pennelli, lime piatte semitonde e ovali, pennelli, carta vetrata, ponticelli, piroli, bottoni, puntali, archi, criniere e madreviti, occhiette di madreperla, alesatori e bedani. Credo di avere imparato il suo mestiere giocando tra le sue gambe, respirando la stessa polvere, osservando le rette e le curve che tracciava con quelle mani che sembravano d’ulivo” (p.36). Ho riportato questo brano per riprodurre la voce narrativa di Russo, che unifica il timbro della leggerezza nel suo periodare, qui espresso nell’elencazione, con una succosa brevità del dettato, che è la conquistata sintesi fra il suo sapere storico, l’aderente immaginazione e la chiarezza espositiva che connota la sua esposizione. Poi viene la seconda mondiale, quando Victor suona nella Banda Navale del lago Michigan per risollevale l’umore della popolazione. Dal 1950 debuttò al Broadway Theatre, suonò sotto la direzione di A. Toscanini e aprì un laboratorio di riparazione e vendita di arpe a New York nella 47/a Strada. “L’arpa è uno strumento erotico. Vive in simbiosi con il suo musicista (…) Il suono nasce dalle vibrazioni delle corde, che non solo danno voce al legno, rendendolo vivo, ma dilagano nella carne dell’arpista, bucando con mille aghi la sua pelle”(p.44). Poi un pubblico e successo più ampio giunse con la televisione che portò nelle case le opere sinfoniche e consentì una ripresa sia nei teatri che nei locali di ensembles jazz. Nel 1954 Victor produsse il prototipo di una nuova arpa a 38 corde, l’arpa Salvi e, seguendo una ‘meccanica celeste’ a forma d’ellisse, ritornò in Europa, fissandosi a Genova dal 1956, prima che nel Piemonte, in Valle Varaita, dove giunge dopo acquisizioni aziendali e profitti capitalistici. Dal 1974 si collocò nella cuneese Piasco, in un ex-cotonificio, che divenne la ‘Salvi Harps NSM Spa” e dal 1987 rilevò la competitrice di Chicago, ampliando il mercato americano. Dopo le innovazioni di S. Erard del 1811, i Salvi trasformano l’arpa: migliorano il pedale; immettono accaio inossidabile; cuscinetti in nylon; equilibrano il telaio; costruiscono la cassa con un guscio singolo, rinforzandola con doghe in acero. Inventa Russo: “ Non c’è sogno, nelle mie notti, in cui non vi sia un’arpa (…) Ah, il legno! Che meraviglia! Mi piace osservarlo, annusarlo, sfiorarlo, ascoltarlo: l’acero bianco del Michigan del Nord, che assicura stabilità e resistenza nel tempo; l’abete rosso della Val di Fiemme, lo stesso che utilizzava Stradivari”,etc. Si producono duemila arpe in un anno. Poi è stata inventata l’arpa dal corpo pieno, con 45 corde ed alta solo 174 cm. L’arpa, strumento colto e popolare, è “dispensatrice di vitalità e gioia”. Nel 2006 si inaugurò il museo, lì “passato e futuro, mediati dal presente” dialogano, perché il presente altro non è che “ storia in equilibrio che guarda oltre il tempo”.(p.57). Qui la narrazione si tinge di colore filosofico. E Victor, emozionato, suona pensando a sua madre Apollonia, a cui è ritornato.
