
Marco Di Geronimo
Oggi si vota (i seggi sono aperti da un quarto d’ora) e la domanda è come si voterà. Ma i partiti sono riusciti a parlare al cuore della gente? Interrogativi del genere sono molto rari. Noi ce lo poniamo e proviamo a risolverlo.
Una considerazione generale: tanti indecisi, tanti astenuti, grande liquidità dei flussi. Questi fattori testimoniano come i concorrenti a queste elezioni politiche abbiano fatto tutto tranne che scaldare i cuori degli italiani. Non esistono più proposte convincenti e leader carismatici, e l’imbarazzo della scelta è una sensazione che non si mischia più al senso civico ma al disgusto. Si va a votare controvoglia e la tentazione dell’astensione si fa sentire in modo sempre più forte.
Il centrosinistra, Calimero di questa tornata secondo la maggioranza dei sondaggi legalmente pubblicati (e anche degli altri), ha condotto una campagna dal sapore ambivalente. Il Partito democratico è autore di una débâcle comunicativa inaspettata. Gli spot che sono circolati sul web sono diventati virali ma non hanno convinto nessuno, e hanno puntato su una serie di vittorie marginali. Segnale evidente che al Nazareno hanno capito che i numeri del Jobs Act e della Buona Scuola non sono fonti di voti.
L’abbraccio mortale con +Europa (che ha causato qualche frizione) acuirà l’emorragia di consensi del partito principale della coalizione. La Bonino ha giocato benissimo la partita dell’immagine, sfruttando a pieno i social media, puntando sulla sua storia politica (a poco e niente sono servite le accuse di voltagabbana dei rivali) e decifrando il suo programma in parole e slogan molto semplici. Le altre due liste progressiste, cioè Civica Popolare e Insieme, si sono invece relegate all’irrilevanza e sono presto scomparse dal radar dei media. La Lorenzin ha ottenuto la ribalta soltanto col video di presentazione del simbolo (condiviso da molti con una scritta sarcastica in sovrimpressione sul “fiore petaloso”).
Vero e proprio capolavoro, invece, la comunicazione berlusconiana. Dominus della scena mediatica da oltre vent’anni, l’ottuagenario leader dei conservatori è stato ancora una volta autore di innumerevoli colpi di genio. Rilascia interviste a tutte le tivvù, inscenando siparietti che poi fanno il giro dell’Internet; mantiene in bilico fino all’ultimo il nome di Tajani, incuriosendo opinionisti ed elettori e sbalordendoli con la candidatura fantasma del generale Gallitelli; adopera la retorica dell’uomo navigato per farsi garante in Europa contro i populisti (i suoi medesimi avversari, pensano tutti), e minimizza ironicamente le divergenze con Salvini. Con grande spolvero guadagna i consensi necessari a imporsi nel suo campo e porta voti anche ai suoi alleati, molto più deboli (Salvini è castrato dalla necessità di apparire più moderato, la Meloni fa bella figura in TV ma i suoi video su FB fanno poca impressione, Noi con l’Italia assorbe in silenzio i voti di AP).
Tra i partiti più piccoli, le estreme destre racimolano consensi nonostante una pessima campagna mediatica («ci prendiamo un pezzo di Libia»). Liberi e Uguali ha condotto invece una campagna altalenante, ora conquistando la simpatia degli elettori e ora ipotecandola. Potere al Popolo probabilmente ha vanificato un duro lavoro di emersione con una sparata su Maduro e sul Venezuela della sua candidata premier. Occhi puntati su Marco Rizzo, il segretario del Partito comunista che ha fatto arrossire anche i più insospettabili tra gli elettori di sinistra (ma che comunque non mieterà altrettanti consensi).