| LEONARDO PISANI
Luca Braia, attualmente lei è consigliere regionale del gruppo di Italia Viva, ma è cresciuto nella Fgci prima e nel Pds dopo, mi fermo qui, perché in un mio articolo sul ricordo di Antonio Luongo, ha ricordato che lei si è formato a Frattocchie, in quella Fgci di cui Luongo è stato un dirigente nazionale Si, è vero, sono cresciuto nei movimenti studenteschi e politicamente ho frequentato la Fgci per molti anni dell’allora segretario Folena, all’epoca, con diversi amici con i quali frequentavamo quotidianamente e con passione i luoghi della discussione. Siamo cresciuti nelle sezioni e nelle piazze, facendo tutta la trafila e la gavetta, dai manifesti ai palchi. Ricordo benissimo le Frattocchie, quindici giorni di Congresso, l’attivo meridionale di cui ero componente, ascoltavo con interesse le relazioni di quella sinistra grazie alla quale ci siamo formati su ideali che, in quel momento, rappresentavano veramente un’epoca nuova, in cui cominciava il travaglio di un cambiamento da porre in atto e di un riposizionamento ideologico. In nuce quello che era il partito comunista in evoluzione verso quello che sarebbe stato un partito democratico di sinistra ma che provava ad essere un po’ più contemporaneo, che cercava di uscire dall’angolo dell’esclusiva rivendicazione per cominciare a dialogare anche con le forze produttive, per costruire un modello di sviluppo più moderno. Ecco, credo che noi eravamo esattamente in quella lunga transizione giovanile da cui ci saremmo portati sempre dietro la passione del confronto, animati dal tentativo di distinguerci, in una contrapposizione ideologica allora molto evidente e certamente molto più forte di oggi. 2) Pci, Psd, Ds, un altro passaggio cruciale nel partito fondato da Amedeo Bordiga, Gramsci e Togliatti, portato nell’Eurocomunismo da Berlinguer e poi la svolta di Achille Occhetto e la apertura agli ex socialisti, movimenti ambientalisti e cristiano sociali di D’Alema. Antonio Luogo ha seguito e diretto queste trasformazioni in Basilicata. Secondo lei, Braia, come operò La transizione verso questo partito democratico di sinistra ha vissuto sulla sua pelle l’apice nel tentativo di un compromesso storico che rappresentò, possiamo dire, lo spartiacque tra Berlinguer e Moro che decisero di dare un futuro diverso alla nazione, staccandosi dai dogmi classici, abbattendo gli steccati e provando a declinare in chiave italiana il concetto di “Politica reale”, concentrando la propria azione su una concreta pragmaticità, rifuggendo da ogni premessa ideologica o morale. Da lì si avviarono le collaborazioni e le aperture al socialismo, agli ambientalisti, etc… Antonio Luongo su questo è stato oggettivamente il politico lucano più lucido, protagonista di questa transizione. Non è mai stato attratto, almeno per come l’ho conosciuto, dai luoghi comuni e ha sempre fatto delle valutazioni politiche ineccepibili relativamente a una società che necessitava di diventare moderna e che però lui doveva accompagnare nella sua crescita ed evoluzione. Un uomo della transizione, credo che Luongo sia stato quello che è riuscito a guidare una generazione, consapevole che è il proprio tempo era finito e che c’era una classe dirigente che doveva essere formata, che doveva crescere necessariamente. Questa transizione doveva tener dentro tutti, le ideologie e le energie, ma anche, inevitabilmente, un po’ di contraddizioni, in una Basilicata in cui il centro-sinistra si era formato esclusivamente su quello che è sempre stato il cosiddetto “partito regione”. Luongo era l’unico a cui, avendo vissuto tutte le epoche e avendo attraversato il tempo da leader vero, tutti affidavano le decisioni proprio perché più di ogni altro riusciva ad essere terzo e quasi mai coinvolto direttamente nei processi anche di rappresentatività, ma sempre come persona al servizio di un partito che doveva vivere questo tempo e mondo nuovo. 3) Nel 1995, Il Pds di Luongo, il Partito Laburista di Rocco Colangelo e il Partito Popolare di Giuseppe Molinari, con l’avallo di Emilio Colombo vince le elezioni regionali ed elegge Raffaele Di Nardo, battendo il centrodestra capeggiato da Giampiero Perri, tra altro imprenditore di successo e tra i fondatori di Forza Italia in Basilicata. Secondo lei Braia, Luongo fu vero artefice dell’intesa o fu creata a Roma ? Di questo non sono stato un protagonista diretto perché entro in politica solo nel 2010, avendo sempre fatto prima l’imprenditore, cosa che di fatto ora non faccio più ma non ho mai abbandonato la possibilità di ritornare al mio lavoro, dopo l’esperienza politica e amministrativa. In quel periodo nasceva Forza Italia che provava a rappresentare oltre che la classe imprenditoriale anche l’anima moderata, cristiana e liberale in funzione anticomunista, per conquistare gli ex-elettori Democristiani, Socialisti e moderati, ormai rimasti senza un partito politico di riferimento. La Basilicata politica ne acquisisce consapevolezza ma rimane regione controcorrente e la consapevolezza diventa “intesa”. Io sono convinto che fu Luongo a fare quel patto in Basilicata e a definire nel profilo del Prof. Di Nardo il leader ideale del popolo lucano per quel tempo. Un moderato cattolico che sapeva parlare ai giovani e che interpretava al meglio il desiderio di una terra e di un popolo che si riconosceva, perché mite per cultura e ancorata a principi cattolici molto forti. La spinta di centro/destra viene di fatto contenuta dal partito laburista, ricordiamo Rocco Colangelo, la stessa Maria Antezza, in cui confluisce lo stesso Luongo e la Basilicata diventa un esempio per Italia, anticipando come tante volte accaduto, per certi versi, anche i tempi per altre vicissitudini politiche. 4) Luongo in vita fu spesso criticato aspramente perché troppo incline al compromesso e all’allargamento delle alleanza a discapito della politica, per altri osannato per la capacità strategica . Ma tra tattica cinica e strategia esasperata, tra apologia e minimizzazione, Braia facciamo una valutazione prettamente politica ? Penso che se c’è stato un limite all’ azione di Luongo, è venuto fuori soprattutto negli ultimi tempi. Non più solo strategie da costruire ma una lettura sociale che lui aveva e che però ha fatto i conti con la realtà che era drammaticamente divisiva, nei protagonismi personali diventati ingestibili ed incomprensibili oltre che fuori dal tempo. La sua irriducibile volontà di tenere “tutti dentro” e di poter dare a tutti una prospettiva politico-amministrativa si è poi scontrata con una comunità lucana che ha cominciato ad avere di questo naturali rigurgiti. Di questo grande compromesso politico lui è stato il grande regista utilizzando le grandi doti di leadership che tutti comunque gli riconoscevano. A lui venivano affidati, infatti, il mantenimento degli impegni e la definizione delle strategie, alcune come dicevo però troppo legate alle persone e sempre meno alle esigenze della comunità. Negli ultimi mesi non riusciva più a farsi capire, diventò totalmente insofferente per una litigiosità esasperata frutto di conflittualità legate a carrierismi personali, che lo hanno probabilmente logorato dentro. Con rammarico devo ammettere che proprio la sua morte inaspettata ha sancito la morte anche di quello che era il partito e delle sue varie anime, esasperando fino in fondo le divisioni e le lacerazioni che nessuno più è stato in grado di tenere insieme. 5) Pd croce e delizia, invocato negli anni precedenti, poi diventato il bersaglio di molti, anche a sinistra. In Basilicata diventò il Partito Regione, ma anche sede di scontri pure personalistici tra di massimi dirigenti. Non faccio nomi, perché dovremmo scrivere una Treccani per quello che è accaduto. Lei e Luongo siete stati concorrenti per la segreteria regionale del Pd, e a distanza di anni mi ha detto in privato e in pubblico che lei ha imparato molto da Luongo. Ci spieghi. Ho veramente imparato tanto da Antonio, la sua capacità di analisi e i suggerimenti che lui mi ha dato rimangono fondamentali per me. Quella competizione che ci ha visto fianco a fianco, per qualche mese, in giro per i territori, mi ha dato la possibilità di farmi conoscere a lui non solo come “il cognato di” nel partito ma come una persona che in qualche modo forse alla politica lucana poteva anche dare qualcosa, mettendo in gioco e a disposizione un’esperienza di carattere più tecnico dal profilo imprenditoriale. Antonio, e gli sono grato, questo me lo riconosceva, raccomandandomi di avere tempo per crescere ulteriormente e di avere pazienza. Tutto, secondo lui, si sarebbe determinato col tempo, quel tempo che probabilmente la società lucana non ci ha poi concesso. Lui ne era di tutti il più consapevole ma non riusciva a farlo capire al contesto politico convinto di poter resistere a se stessi a prescindere dal tempo. Antonio forse, a un certo punto, era veramente dilaniato dalla consapevolezza che bisognava accelerare certi processi determinatisi. Parliamo di processi di modernizzazione della classe dirigente, non costruendo muri ma ponti, anche parlando con le forze nuove che andavano prospettandosi. Avevamo bisogno di nuovi linguaggi, nuovi stimoli e di parlare a generazioni che sembravano sempre più distanti e che rivendicavano legittimamente spazi di rappresentanza. Con Antonio si è consumata l’ultima fase del partito Democratico che, da allora, oggettivamente in Basilicata non ha ancora ritrovato una guida adeguata e duratura. Ho davvero imparato tanto, dalla lettura sociale dei comportamenti politici che non possono essere avulsi dalla società e da quello che la società chiede, a quel suo essere capace di ascoltare, di elaborare e, con poche parole, di far capire che in alcuni momenti bisognava affrontare le cose diversamente. Bisognava fidarsi di lui e di lui ci si poteva fidare, infatti, perché alla fine la sua leadership unita alla grande capacità di guidare i processi, consentiva comunque che tutto si realizzasse. Devo a lui anche la mia energia e la mia voglia di cambiamento, onorato che lui la comprendesse appieno seppure a volte sorridendomi e ammonendomi come se la spinta propulsiva che volevo metterci io fosse irriverente, anche se non la disdegnava. Non posso che tessere le lodi di Antonio, come persona che ha attraversato il nostro tempo senza mai perdere la testa ma facendo capire la valenza della politica e di cosa la politica poteva dare alla società. 6) Sarò apocalittico, ma ho sostenuto e lo dissi anche a lei Braia che con la scomparsa prematura di Antonio Luongo, era finito il Pd delle origini, perchè mancava la capacità di tessere e tenere uniti di Luongo e che il Pd sarebbe diventato sempre più autoreferenziale. Ammetto che non potevo immaginare la nel 2015, 2016 la vittoria del centrodestra, ma che il centrosinistra avesse finito la spinta propulsiva sì. Lei che ne pensa E’ evidente che con la morte di Luongo, scelto in assemblea come segretario regionale nonostante la maggioranza relativa a quelle primarie aperte fui io a conseguirla, si è perso definitivamente e spezzato l’ultimo anello potenziale in grado di rappresentare la ri-congiunzione di quella frattura generata dalla “rivoluzione” di Pittella che aveva rovesciato le gerarchie mai totalmente riconosciute. Per questo ritengo, anche se non ne ho più la patente da militante, che si possa parlare di un PD e di un centro-sinistra prima di Luongo e di un PD e centro-sinistra dopo Luongo. Lui ha rappresentato simbolicamente l’ultimo argine a quella spinta auto-referenziale che purtroppo riguarda tutti i partiti e per la quale, alla lunga, gli stessi si delegittimano di fronte alla società. La scelta di iniziare un viaggio nuovo con Italia Viva, è soprattutto questo, il tentativo di ricominciare a partire da un Gruppo in Consiglio Regionale, a costruire una casa accogliente, moderata, riformista che preferisce il dialogo e la proposta alle divisioni e contrapposizioni, che predilige l’azione e il merito alle appartenenze precostituite, con un obiettivo chiaro: quello di sconfiggere i qualunquisti e i populisti anti-europeisti, anteponendo il noi all’io, modificando i linguaggi della politica per essere più vicini alle nuove generazioni, alle donne, ai valori, all’etica, valorizzando il merito, la conoscenza e la competenza, consapevoli che parlare alla testa è più difficile che parlare alla pancia, proprio come ci ha insegnato Antonio Luongo che alle tante parole, a volte con lo sguardo e il sorriso sarcastico, faceva seguire le giuste decisioni. C’è la necessità per la politica di tornare ad affrontare una discussione sociale più profonda, in grado di intercettare le spinte innovative enormi (anche per superare la crisi in atto) e di agganciare un modello di valori più profondi, una classe dirigente più competente che veramente recuperi il senso di responsabilità, che sappia anteporre gli interessi della collettività a quelli personali, che abbia carisma per ricostruire proprio quell’argine che Antonio ha saputo sempre rappresentare contro i carrierismi personali.
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LE FRATTOCCHIE, LUONGO, DAL PDS A ITALIA VIVA: INTERVISTA A LUCA BRAIA
