ANGELA MARIA GUMA

La parola archailoghia è intesa negli autori antichi nel significato letterale di discorso, indagine, sulle cose del passato, antiche. Lo studio di tale disciplina al fine di una completezza conoscitiva richiede la conoscenza di tre indispensabili ambiti: delle fonti scritte, dei materiali rinvenuti nello scavo, del criterio metodologico per portare quelle nozioni a giuste conclusioni storiche. Ma è soprattutto con le grandi scoperte archeologiche, in buona parte effettuate nel secolo scorso, che la conoscenza di questa disciplina ha fatto progressi notevoli, avendo acquisito attraverso gli scavi, grande quantità di materiale per mezzo del quale è stato possibile ricostruire, almeno per grandi linee, la storia dell’arte antica. Le maggiori scoperte si ebbero già nel Settecento, quando sorse a Londra la cosiddetta “Società dei dilettanti” la cui attività era finalizzata alla scoperta e non al vero e proprio scavo. Ma la più grandiosa, più celebre e più discussa acquisizione delle scoperte archeologiche del tempo (1812), furono i marmi del Partenone, che Lord Elgin dopo travagliate vicende riuscì a far giungere a Londra. Riguardo all’operato di Lord Elgin, è d’uopo precisare che se è pur vero che l’esportazione delle opere d’arte dal loro luogo di origine è sempre un atto lesivo di un contesto storico e quindi riprovevole, è opportuno ammettere che senza questi trasferimenti la cultura del nostro tempo non si sarebbe arricchita di tante eccezionali scoperte.    

      

  Altra grande scoperta dell’epoca (1738-1766) erano stati gli scavi intrapresi in Italia, ad Ercolano e Pompei, dal momento che gli stessi portarono alla luce inattesi tesori di pittura, e misero di moda uno “stile pompeiano”. Nuove campagne di scavo, dirette dal Fiorelli, dopo il 1860, riuscirono a fornire notizie sempre più sicure sulla vita e sui costumi del mondo romano, oltre a procurarci una ineguagliabile quantità di pitture e di mosaici senza i quali non avremmo alcuna conoscenza della pittura antica. (la casa dei Vetti, 1894-1896; la villa di Boscoreale dopo il 1918.) La pittura pompeiana è stata oggetto di studi approfonditi che hanno consentito di variare, l’originaria interpretazione ad essa apportata dal Wickhoff per il quale tutto quanto nella pittura pompeiana mostrava uno sfondo paesistico era da considerarsi un’interpolazione dell’artista romano. Oggi, si è visto che non tutte le premesse di paesaggio e gli sfondi prospettici sono interpolazioni romane, ma che già sono nella tradizione ellenistica, anche se di questa ci rimane ben poco. Riguardo alla stessa connotazione” impressionistica” della pittura pompeiana, è stato ampiamente dimostrato come lo stesso fenomeno non era propriamente locale ma che investiva tutto il mondo artistico ellenistico-romano.