VINCENZO PETROCELLI

All’inizio del XVI, Tramutola era governata dal Principe di Salerno per la giurisdizione criminale, dal Monastero della Badia di Cava per la giurisdizione civile e mista e per la bagliva dall’Università o comune. Il regno di Napoli era passato dagli Aragonesi al re di Spagna per la conquista del gran Capitano Consalvo di Cordova ed era governato dai Viceré.

A metà del XVI secolo, Tramutola rappresentava l’unico ricordo feudale delle antiche concessioni longobarde e normanne che la Badia di Cava possedeva e l’abate esercitava la funzione di barone di Tramutola, come tutti gli altri signori del regno nei loro feudi. I baroni avevano visto aumentare i loro diritti che non sempre erano sopportati tranquillamente dai dipendenti vassalli. Da qui ebbero origine le innumerevoli e lunghe liti tra la Università di Tramutola ed il barone, Abate di Cava, accusato di abusare dei suoi diritti.

L’abate di Cava, monaco Cassinese, barone di Tramutola, esercitava il suo governo mediante un Vicario per gli affari ecclesiastici ed un bajulo per tutti gli aspetti fiscali e finanziari. L’istituzione del Vicario, era detto che nasceva per una maggiore garanzia e tutela degli abitanti di Tramutola, ma soprattutto, si deve arguire, per interessi della Badia di Cava, decidendo che in Tramutola risiedesse un monaco come priore e un Vicario abbaziale, affinché rappresentasse giurisdizione e potere feudale dell’abate. La residenza del Vicario abbaziale avrebbe dovuto significare un maggior controllo che, di fatto, aveva generato contrasti e ragioni di conflitti tra Università e l’abate feudatario. La lontananza da Cava, consentiva ampia libertà al Vicario!

L’Abate non permetteva, all’Università, l’amministrazione della bassa giustizia, la cura delle misure agrarie locali, la manutenzione e il controllo delle strade, la regolazione delle acque per uso potabile e per uso irriguo, perché in contrasto con lo sfruttamento dell’energia idraulica, di pertinenza del barone: azionamento dei molini.  

La Università feudale di Tramutola, per ciò che riguardava la vita cittadina era governata da un Sindaco e due o tre eletti, nominati ogni anno dal parlamento, cioè dalla riunione dei capifamiglia. Questi dovevano badare alla riscossione delle imposte per il regio Fisco e all’amministrazione dei beni demaniali e patrimoniali dell’Università. Il Parlamento che si riuniva a richiesta del sindaco o dell’erario (esattore) o anche del barone, dava il suo parere nella formazione del catasto, nell’imposizione di nuove tasse, per stabilire l’annona e per decidere sulle liti da sostenere e per offrire donativi al sovrano e al barone. Vi era poi il giudice e il capitano per l’esercizio delle due giurisdizioni, criminale e civile, nominati dal feudatario con i loro assessori segretari (mastrodatti) ed altri officiali. Apparentemente sembrava che usando ognuno dei propri diritti poteva ottenersi il bene comune, ma frequenti erano le cause di conflitti tra tante e così diverse autorità.

Ramon Folc De Cardona, generale spagnolo delle truppe della Lega Santa e Viceré di Napoli (1509-1522), tenta un riordino sulle competenze dei baroni e delle Università, così ordina venisse approntata per tutto il regno di Napoli la “platea” o inventario dei feudi. Il Commissario Scipione de Samuele di Sala provvede nel 1521, dopo aver ascoltato numerosi testimoni, a stendere la platea che riguardava Tramutola, nella quale vengono elencate con molta cura le competenze che spettavano al barone. Restano motivo principale di contrasto e prepotenze i forni, due di giurisdizione dell’abate e due del conte Sanseverino di Marsico che a Tramutola esercita la giurisdizione criminale.

Clero e Università sono spesso uniti ad osteggiare e avversare gli abusi del Vicario dell’abate. Infatti, l’abate come tutti i baroni e feudatari, non sempre rispetta le leggi, opprime, per cui resta il conflitto e restano anche forti dubbi se il governo dell’abate e la feudalità ecclesiastica sia stata positiva o meno sulla crescita economica e sociale di Tramutola. L’abate come tutti gli altri signori del regno difendeva i suoi diritti di baronia, con le unghia e con i denti e da qui ebbero origine le innumerevoli liti con l’Università o il Comune. I capi famiglia che rappresentavano l’Università sostenevano che l’abate richiedeva prestazioni e servizi aggiuntivi e pretensioni oltre i suoi diritti di barone che già abbondantemente eccedevano i diritti di baronia. I vassalli tramutolesi erano soggetti a capricciose tasse e talvolta obbligati a lavorare per un determinato numero di giorni gratuitamente per il Barone. Le acque dei torrenti appartenevano esclusivamente al Barone e solamente la corte baronale poteva avere molini e forni. Le pretensioni(1) o, capi di gravami richiesti dal Barone di Tramutola, Abate di Cava, si basavano sulla manipolazione dei privilegi ottenuti dal conte Silvestro Guarna e da Guglielmo Sanseverino, signore di Marsico e da sentenze di processi antichi. Un documento del 2 marzo 1597 registra una serie di lamentele, oppressioni e ingiustizie, esposte alla regia Camera della Sommaria contro il comportamento del Vicario ” donno Ludovico Morena prete da messa, il quale và in abito corto, con una traversa piena de misure con un archibusio à rota, et oltre lo scandalo universale, che il popolo ne piglia se nel far l’esecuzione alcuno è renitente subbito se gioca di scomunica; si supplica humilmente per un ordine, et che in simili cause se vaglino d’un laico”(2), s’intende inoltre -prosegue- che il detto Abbate habbi destinato un Vicario per il spirituale de detta terra assai impertinente com’altri molti ha mostrato esserlo; si supplica vogliono ordinare à detti Abbati che si serva di persone da bene, et atte in simile officio, che tanto se receverà a Grazia”. Le lamentele, le contrapposizioni, opporsi o litigare contro il Vicario abbaziale, sfociano in una aperta aggressione avutasi durante il mese di aprile dello stesso anno 1597, come riporta Giovanni Durano, di origine spagnola, alla presenza del notaio Nicola di Tramutola con atto del 20 maggio 1600. “Mercoledì 6 del mese di aprile -scrive- retrovandosi esso nel palazzo dell’Abbatia sentì togular la porta ed intese che era, alli quali fu detto che volevano, et certi di quelli Dottori risposero che volevano parlare al signor Vicario il quale si affacciò alla finestra della loggia, ch’esce sopra la porta del palazzo e disse loro cosa volessero, et quelli dissero che li havesse fatto aprire la porta che li havevano da ragionare, ma il ragionare sfocia in gran rumore (3). 

L’argomento di maggiori contrasti e conflitti o contendere, tra la popolazione e il barone, riguardava molto spesso l’uso dei forni. Paolo Emilio, capitano baronale della terra di Tramutola, per conto del Monastero della Badia di Cava, in qualità di Commissario, a seguito delle riscontrate violazioni dei decreti e provvisioni che disponevano l’obbligo di far cuocere il pane nei forni dell’abate, è incaricato di intervenire sulla demolizione dei forni non di pertinenza del Monastero di Cava. “Essendone  stata fatta istanza – recita il decreto 1 luglio 1635 – dall’Erarrio del Sacro Monastero Cavense, che in conformità dei Decreti et Provisioni del Sacro Consiglio havessimo fatto emanare banno per dentro questa terra di Tramutola, che a quelle de ditto Sacro Monasterio, et che nisciuna persona volesse tenere forna private, havendo havuto notizia che molti della terra predetta contravenevano contra la forma di dette provisioni, e Decreti, et in grave danno e preiudicio d’esso Sacro Monastero. Perciò con il presente si ordina che sotto pena d’once XXV d’applicarsi a questa Baronal Corte, che subito al ricevere del presente debiate predicar banno per dentro questa Terra di Tramutola conforme al solito, che nisciuna persona di qualsivoglia stato, e condizione sogetta a questa jurisditione, ardisca, e presuma sotto pena d’once sei d’applicarsi anco a questa nostra Corte Baronale di cocere pane ad altre forna ch’a quelle d’esso Monastero, e sotto la medesima pena nisciuna persona presuma tener forna private(4).

Che i rapporti tra l’Abate del Monastero di Cava e il clero di Tramutola, non fossero dei migliori, anzi, di vero disaccordo, si deduce da una condanna di sei ducati emessa contro il clero, dalla Corte Baronale di Tramutola, per non aver fatto suonare le campane all’arrivo dell’abate in visita nell’anno 1590: Condemnatio ad poenam ducatorum sex facta presbiteris Terre Tramutole ob non pulsates campanas in Adventu R.mi Abbatis S. Mon.rio Cavense(5).

Anche il clero viveva in ristrettezze economiche gravato di un contributo annuale per il seminario eretto in Tramutola nell’anno 1599 e chiuso il 4 settembre 1646, non potendo più sostenerlo, tale contributo, per riduzione del numero dei sacerdoti: ricorre a V.S. Ill.ma a sgravarli et ordinare che per l’avvenire si esiga à ragione di carlini cinque per sacerdote(6).

Il capitano baronale della Terra di Tramutola, Paolo Emilio, a seguito delle riscontrate violazioni dei decreti e provvisioni che disponevano l’obbligo di cuocere il pane nei forni del Monastero Cavense, emana l’ordine che: nisciuna persona di detta terra andasse a cocere pane ad altre forna che a quelle di detto Monastero. 1° luglio 1623(7).

Nel 1604, la congregazione cassinese era piena di debiti, si ché alcuni monasteri, per la cattiva gestione degli affari ed anche per la gran quantità di denaro chiesta dai Sommi Pontefici per la guerra contro i Turchi, andarono in rovina. Gli affari erano lasciati in mano ai laici per la maggior parte del tempo, affinché i monaci potessero dedicarsi allo studio e alla preghiera. Così Tramutola ebbe modo di conoscere la gestione del Vicario laico!

La nomina di giudici e notai da parte dell’abate, furono sempre effettuate sulla base di poteri effettivamente conferite dal potere politico,  accentuando la funzione del barone come “ufficiale del re”. Il giuramento di fedeltà al pontefice, al sovrano, al monastero è un triplice giuramento di fedeltà che rispecchia la particolare condizione in cui si trova ad operare il notaio o il giudice nominato dall’abate di Cava. Il riferimento a tre ordini di poteri convivono in una complessa dialettica di convergenze e divergenze, di compromesso e conflitto che caratterizzerà a lungo e per tutta la durata della feudalità, la vita quotidiana in questo territorio tramutolese, sottoposto al Monastero di Cava dei Tirreni che era investito di dominio trans regionale.

Dei tanti Vicari che hanno esercitato a Tramutola, il potere baronale, monaci o laici, ricorderemo due persone che emergono in modo meritevole nella funzione affidata loro e sono Alessandro Ridolfi e Agostino Venereo. Il Vicario Alessandro Ridolfi, che fu anche abate di Cava(1611-1613), spende tutta una vita a raccogliere, dai tesori archivistici, quanto può conferire chiarezza all’interpretazione delle cose della Badia di Cava. Il Ridolfi scrive prima una cronica e poi una Historia che sono ancora inedite, da cui noi prendiamo notizie, sul rapporto tra la Badia di Cava e Tramutola. Ma, l’uomo a cui va tutta la riconoscenza degli studiosi, è il padre Agostino Venereo, che visse nell’archivio e per l’archivio e tra le tante attività svolte, venne utilizzato dai suoi superiori, o distratto dalle sue attitudini di studio, anche per la funzione di Vicario a Tramutola. Lasciò moltissimi volumi inediti e tra i più importanti il sommario di tutte le quindicimila pergamene esistenti nell’archivio di Cava e la copia intera di ottocento diplomi. Padre Agostino Venereo, morì nel 1638 all’età di sessantacinque anni(8).

 

(1) cfr. Vincenzo Petrocelli I beni culturali di Tramutola IL PALAZZO ABBAZIALE finito di stampare luglio 2007,Tipolitografia Centro Grafico di Rocco Castrignano Anzi (PZ).

(2) Archivio Cava busta 2004

(3) Archivio Cava busta 4054

(4) Archivio Cava busta 374

(5) Archivio Cava busta 2475

(6) Archivio Cava busta 4058

(7) Archivio Cava buste 3-74

(8) Giacomo Racioppi: La Badia di Cava – Saggio Storico del Sig Paul Guillame Estratto dall’Archivio Storico per la province napoletane anno II – Fascicolo 3°. Napoli Stab. Tipografico del Cav. Francesco Giannini Via Cisterna dell’Olio, 6.