RICCARDO ACHILLI, ECONOMISTA

 Lo spread fra Btp e Bund è risalito ad apertura dei mercati, raggiungendo i 245 punti-base, ed altrettanto è avvenuto per i titoli spagnoli e portoghesi. Tutto ciò nonostante il programma Pepp della Bce di acquisto dei titoli del debito pubblico italiani ed iberici sul secondario, che si rivela essere, in una fase di turbolenze particolarmente accentuate, evidentemente insufficiente. I mercati finanziari, infatti, stanno scommettendo, nella settimana cruciale del Consiglio Europeo sulla gestione della crisi, sul fallimento della rete di protezione europea, quindi sul conseguente default delle economie fragili, come Italia, Spagna e Portogallo, che per l’appunto, senza forme di mutualizzazione del debito aggiuntivo da crisi, in grado di sostituire debito aggiuntivo nazionale, andrebbero dritte sparate verso il default. Ma per un motivo semplicissimo: la sostenibilità del debito pubblico è garantita da un differenziale positivo fra tasso di crescita e tasso di interesse del debito e/o da un avanzo primario di dimensioni tali da compensare un eventuale differenziale negativo fra questi due tassi. Se c’è una gravissima crisi economica che porta ad un forte differenziale negativo fra tasso di crescita e tasso di interesse del debito ed a una insostenibilità sociale di un incremento dell’avanzo primario (fare austerità in una crisi così grave è un suicidio) il debito pubblico si avvia su un sentiero di crescita che diventa rapidamente insostenibile e porta al default per mancato rinnovo delle quote di titoli in scadenza. Su questo stanno puntando i mercati, su questo punta Kommerzbank, che tre settimane fa ha consigliato ai suoi clienti di liberarsi di titoli del debito italiani. Naturalmente, la presa di posizione ostile alla condivisione dei rischi, da parte dei Governi tedesco ed olandese, motivata esclusivamente da fattori ideologici e di consenso interno, sta portando ad un autoavverarsi delle previsioni di crack formulate dai mercati. La loro speranza è la seguente: l’Italia fallisce, a quel punto chiede il programma di assistenza del Mes, quello con tutte le condizionalità macroeconomiche, finisce sotto tutela della Trojka, ed a quel punto la Bce attiva l’Omt, cioè il programma di acquisti illimitati di titoli pubblici sul primario, e con un memorandum selvaggio viene deprivata del risparmio privato e dei suoi ultimi asset produttivi di valore, in cambio del necessario haircut del debito sovrano, indispensabile per tornare sul mercato del debito pubblico. Ma tedeschi ed olandesi non hanno capito quanto pericolosa sia questa strategia. L’Italia non sarà una Grecia-2: per la dimensione dell’interrelazione finanziaria e creditizia dell’economia italiana con i mercati globali, un default italiano porterà all’esplosione di una super-nova finanziaria, con un buco nero che inghiottirà tutti: ivi compresi gli allevatori di maiali olandesi, ivi compresi i tedeschi adoratori del Merkelprinzip. Pensano di salvare le loro banche già traballanti, ripiene zipille di titoli del debito pubblico italiani diventati junk, facendoli comprare dalla Bce tramite il Pepp. Ma non tengono conto di una serie di aspetti, sui quali la Bce non può fare niente: se il Paese fallisce prima di aver smaltito l’intero stock di bond italiani, l’eventuale acquisto della Bce sul mercato secondario, che deve avvenire a prezzi di mercato, sarà a prezzi vicino allo zero, o al massimo al valore facciale dei titoli, ben più basso della quotazione alla quale, illo tempore, furono comprati. Con una conseguenza disastrosa: una gigantesca minusvalenza che si aprirebbe nei bilanci della Db, della Amro, di Kommerz, ecc. ecc. ecc., con il rischio di travolgerle. Inoltre, non si potrà evitare quanto segue: l’ingrippamento produttivo di alcune filiere industriali tedesche dipendenti dagli anelli di subfornitura specialistica ubicati in Italia; la perdita degli enormi investimenti di shopping industriale fatti in questi anni nel Belpaese; la perdita di gettito fiscale derivante dal probabile default di alcuni giganti industriali italiani con sede fiscale in Olanda; la perdita di un mercato che oggi vale circa 70 miliardi annui di export tedesco, proprio quando, per via della crisi, la Germania non potrà trovare sbocchi alternativi sul mercato interno o su quello di altri Stati. E come la mettiamo con il gigantesco disavanzo del saldo di Target 2 che sarebbe prodotto dal fallimento del Paese? Quello che oggi è un semplice saldo contabile fra banche centrali e Bce rischierebbe di produrre un debito irredimibile della Banca d’Italia verso la Bce, perché gli importatori italiani di merce tedesca non potrebbero più saldare le loro obbligazioni. E chi lo paga questo nuovo debito, di centinaia di miliardi? E ancora: quali conseguenze politiche ci sarebbero se l’Italia fallisse? Un rafforzamento di tutti i sovranismi in tutta Europa, l’impossibilità per l’Italia di contenere flussi migratori sgraditi, che finirebbero per invadere la Vaterland, e chi, oggi, potrebbe dire con certezza che l’Italia non precipiti in un regime change di tipo parafascista, isolazionista e antieuro, in caso di fallimento? Poiché sicuramente non mi credete, e direte che sto esagerando, vi riporto le parole di W. Munchau, che peraltro è un tedesco: “Non c’è in Germania e in Olanda una comprensione delle conseguenze potenzialmente catastrofiche per i loro settori finanziari e le loro economie se l’Italia fallisse. Ma quel default diventa sempre più probabile se la politica esclude alternative. Se o quando avverrà, l’eurozona non sarà pronta”.