LUCIO TUFANO
Parole come «cult», «tribù», «rito», «mito» costituiscono alcune delle categorie concettuali usate, in modo empirico ed efficace dai professionisti del marketing, delle strategie di scenario di cinema e delle ricerche di mercato …
Affrontare il discorso di qualsiasi merce nella storia, non è possibile senza inventare anche il linguaggio con cui se ne parla, dalle nozioni e dai concetti esplicativi, alle metafore, ad ogni elemento retorico, narrativo o esplicativo, senza la sua propria mitologia discorsiva, la sua retorica di immagini e figure e porta con sé il desiderio dello spessore del tempo, del senso, una economia del simbolico (come direbbe Marx), la semplice, conturbante curiosità eccitante, il piacere di assistere alla visione …
In tale merce, sensibilmente sovrasensibile è nascosto quel qualcosa di diverso dal suo semplice contenuto utilitario. La locuzione marxiana appare stranamente profetica al punto che solo la moderna contemporaneità ha consentito di apprezzarne pienamente la veridicità. Già i passages delle grandi metropoli, gallerie traboccanti di fascino del XIX secolo, corsie di specchi e stigli, oggetti di lusso per la voluttà delle signore, cosmesi e profumi, la moda, il collezionismo, la merce preziosa, l’eros ed il sesso … la folgorazione pubblicitaria, la connessione tra metropoli e sciami di folla, già tutto ripartiva con immagini forti in artisti come Ensor, o scrittori come Baudelaire, D’Annunzio, Pitigrilli, Moravia ed Edgar Allan Poe.
La sfera di culto si riferisce a pratiche rituali legate alla religione, ai riti pagani e profani, in cui non vi è
differenza tra religione e laicità.
Ormai vi sono cult-movies – operatori di convergenza – scrivono Fulvio Carmagnola e Mauro Ferraresi
in “Sensualità della merce (Merci di culto)” ed. Castelvecchi – per appassionati cinefili, ci sono personaggi cult, luoghi cult, riviste cult, film cult, libri cult, cassette e DVD cult … Ecco che il cult di Tinto Brass è una merce-segno, il segno di una potenza simbolica e rappresentativa, iperreale, un catalizzatore sensibile che permette agli attori una rappresentazione iterabile, ripetibile, attraverso la frequentazione, il possesso e l’uso di narrazioni, trame, episodi, socialmente condivisi o di «miti».
Esempi di cult ci sono pervenuti dalle televisioni pubbliche e private, dalla radio sin dagli anni trenta, dal cinema degli anni ’20, negli anni sessanta e settanta con Arbore e Boncompagni per le trasmissioni di cult “Alto Gradimento” che coglieva alcuni protovalori sociali, e quelle attuali dei “reality”, dai film come American graffiti di Gorge Lucas, dai romanzi come “Madame Bovary” di Flaubert e “L’Amante di Lady Chatterley” di D. H. Lawrence, e da altre trasmissioni e programmi dove si colgono aspetti essenziali e di valore delle epoche che si vivono.
Di qui argomenti di cult consistono in quegli atteggiamenti di ricerca del piacere – edonismo – essenziali nell’esistenza degli esseri viventi, sin dai tempi di Aristippo, fondatore della scuola filosofica cirenaica. Edònidi furono denominate le Baccanti, dal monte Edòne sulla cui sommità celebravano i riti orgiasti-ci
di Dioniso. “Nel paese dove vivo nulla è peccato. Tutto ciò che dà piacere per noi è onesto” – lo affermava Annamaria Pierangeli in “Sodoma e Gomorra” – parafrasando C. G. Jung, il cinema ci mette nelle condizioni di sperimentare tutta la eccitabilità, la passione ed il desiderio che l’ordine umano della esistenza è chiamato ad esprimere.
Creature “più vere” del vero, le divinità dell’eros cinematografico, che hanno esibito membra e corpi bellissimi, i seni anelanti di Marilyn Monroe, le labbra di Jolie Angelina, il tumulto dei seni di Brad Pitt. Chi non ha allibito di gusto nel vedere lo strip-tease di Rita Hayworth, o i corpi nudi di Marlon Brando e Maria Schneider l’uno di fronte all’altro, le immagini splendide di Eleonora Vallone, una nuda guerriera, in Playmen dell’ottobre 1982, tutte le bellissime di Playboy, ed ancora tra le raffigurazioni più antiche i gruppi statuari di dei che si accoppiano con donne, di Pan ed altre divinità de boschi, di satiri e ninfe sulle pareti di Pompei, Ercolano … gli amori di Venere e Marte del pittore Carlo Saraceni
La conoscenza dell’erotismo – sostiene Gorge Bataille – richiede un’esperienza personale, e poiché il cinema è un mezzo visivo, non sorprende che la trasgressione del genere erotico sia proprio lo sguardo illecito della macchina da presa, di qui lo sguardo voyeristico, spesso fonte di scene ad alto potenziale erotico.
È così che il cult come merce sensibilmente soprasensibile esiste da secoli fino ai Corti Circuiti Erotici, presentati da Tinto Brass, prodotti da Giuseppe Colombo: Rapporti impropri, Benedetta trasgressione, Specchio, specchio delle mie brame … L’ultimo metrò, Sogno, Fine settimana a Lecco, Voyeur, Giulia, La cocci-nella …
Esempi di cult sono film come L’uomo che guarda, Fallo, Fermo Posta, La chiave, Tradire/trasgredire, Paprika, Così fan tutte, Caligola, Salon Kitty … Tinto Brass vi compare come motivo di cult, un Hick
dell’eros, il guastafeste. È forse per questo che ad Atene ed a Roma, i vasi delle mense, i candelabri e le suppellettili, rappresentavano cesellature e figure erotiche, organi sessuali.
Ogni stanza maritale pare che ne avesse le figure ed i sopramobili. Sulle porte dei cento Lupanari stavano enormi peni in erezione, come starebbe oggi sulle botteghe dei tabaccai il sigaro toscano o l’Avana. Enormi falli in bassorilievi indicavano i lupanari con lampade accese. Nelle feste Phallofore, grandi membri virili di legno levigato sorgevano dalle ceste sacre dei fiori, porta-ti in processione.
Nei santuari di Eleusi, i phalli e le vulve erano esposti, e lo stesso avveniva in quelli di Osiride. Nel medioevo le figure di donne in atto di coito e le iscrizioni erotiche invadevano le sale dei principi e le cappelle dei pontefici.
Ad Isotta, prima favorita e poi moglie di Pandolfo Malatesta da Rimini, fu apposto nei medaglioni il titolo di diva, e nell’epitaffio, fu nominata «onore e gloria delle puttane». Il cardinale di Bibbiena si fece costruire una villa invasa da ninfe voluttuose. Sono noti anche i giuochi ed i riti carnascialeschi e le mascherate impudiche, le rappresentazioni della Mandragola e della Calandra, commedie del Rinascimento, le cui scene suscitarono l’eccitazione e la ilarità di Leone X e di tanti nobili ed eleganti principesse italiane che vi assistevano.
Papa Alessandro Borgia preferiva lo spettacolo della monta degli stalloni per divertire quelli della sua corte. Ma come si comportava la figlia Lucrezia con i suoi amanti, con Castruccio Castracani, Vitellozzo Vitelli ed Oliverotto da Fermo? Ancor prima di ucciderli da mantide religiosa? E Napoleone con la contessa Maria Waleska pare che abbia avuto, da generale di artiglieria, rapporti ravvicinati E “zio Adolfo” con la nipote ebrea, e più tardi con Eva Braun? È vero che Mussolini amava in piedi a Palazzo Venezia, appoggiato ad una colonna e divaricando le gambe, con l’orbace appena abbassato sugli stivali?
Un altro importante filone è quello di Eros e potere, le trame della fallocrazia. Fin dall’antica Roma le matrone non disputavansi in pubblico l’onore di essere avvicinate da Nerone sotto le imperiali tende di Ostia e di Baîa? L’imperatore Comodo ebbe 300 donne ed altrettanti giovinetti. L’harem più che pubblico del cristianissimo re Luigi XV, costò alla Francia più di cento miliardi, ed Augusto III di Polonia, che ebbe 350 figli naturali, faceva trarre a forza le dame ai balli, per rimandarle dopo briache e disonorate. E che dire delle feste di Priapo e dei sabba delle streghe? Delle più interessanti immagini nelle migliori case di Pompei. Né ciò ci meraviglia se si arrivò ad indossare le toghe trasparenti. Lo dice Giovenale quando attacca i giovani con toga diafana, e quando nella satira VI racconta di come la imperatrice Messalina portasse il tanfo del lupanaro nel letto di Cesare, giacché andava nella suburra a giacere con il più forte dei gladiatori. E chi erano le sacerdotesse di Dioniso?, donne scarmigliate e frenetiche per ebrietà e passione sensuale?
Per tradizione le prime baccanti furono le ninfe nutrici di Dioniso, poi la festa si estese a tutte le donne del suo seguito, menadi, tiade, eviadi, …, alle sue sacerdotesse ed a quelle che ne celebravano i misteri con danze ed orge.
Pentheus, re di Tebe, figlio di Echione e di Agave e nipote di Cadmo, volle spiare, travestito, queste donne che con il loro comportamento lo eccitavano; fu sorpreso dalle stesse che lo fecero a pezzi, la vicenda diede l’argomento ad Euripide per la nota tragedia “Le Baccanti”.
È certamente notevole ed immenso il repertorio dentro il quale, il talento di un Maestro si muove fra storia e modernismo rilevandone gli aspetti molteplici delle diverse società, i curiosi fatti della Storia, le vicen-de condominiali della piccola e media borghesia, i capricci della vanità e del lusso, il tutto all’insegna di quella nobile “animalità” che anima ed infervora gli uomini nelle azioni quotidiane della loro esistenza.
Nella letteratura greca non mancano certamente i motivi satirici, ora sottili e raffinati, ora violenti ed informati a crudo realismo. Ed è appunto con essi, che Archiloco e Ipponatte sfogano i personali risentimenti contro i loro avversari, Aristofane e gli altri poeti della commedia antica sostengono l’aspra battaglia politica contro i presunti corruttori della polis e Platone mette alla gogna la vanitosa vacuità dei sofisti. Semonide di Amorgo con spietato pessimismo fissa le qualità negative delle donne. Menippo di Gàdara, in una singolare «satira menippea», canzona credenze ed illusioni degli uomini, mentre Timone di Fliunte nei Silli deride i dogmi dei filosofi e Luciano di Samosata ne I Dialoghi degli dei si beffa della dignità degli dei e delle passioni dei mortali. Ma la satira come componimento letterario a sé, in forma discorsile in cui la lezione di morale si svolge in tono scherzoso o indignato, è una indubbia creazione dei Latini. Collegata nelle origini ai versi fescennini ed alle primitive rappresentazioni drammatiche, che al canto e alla danza e ai gesti buffoneschi mescolavano battute scherzose e mordaci, e canzona all’innato spirito delle genti italiche (italum acetum).
Orazio ne fece un capolavoro di arguzia fine e maliziosa, Persio le diede un tono involutamente predicatorio ed erudito, Marziale la vivificò con la canzonatura breve e incisiva dell’epigramma, e Giovenale, nell’ampiezza dello sviluppo retorico, vi impresse realisticamente l’amara invettiva di una indignazione esasperata.
