
Marco Di Geronimo
Queste elezioni non le avrebbe vinte nemmeno un centrosinistra unito. Lo dimostra la matematica, che in tutti i sondaggi rende evidente che la somma dell’attuale coalizione del PD a Liberi e Uguali non sarebbe riuscita a sorpassare il M5s, o comunque non avrebbe messo praterie tra sé e i pentastellati.
La campagna di Liberi e Uguali nelle ultime settimane dimostra proprio questo. Siccome il centrosinistra sta cercando di erodere voti a sinistra attraverso l’appello al voto utile, LeU reagisce dicendo che in nessun caso un voto rosso può compromettere la coalizione renzista. Perché? Presto detto: i collegi in bilico sono quelli del Sud, in disputa tra centrodestra e 5Stelle.
Noi lucani potremmo dire che qualcosa cambiava nei nostri collegi ma proprio il PD ha tirato i remi in barca, candidando Viceconte e Barra alla Camera (non proprio assi nella manica per trainare gente alle cabine). Anche qui perciò il voto di LeU potrebbe non essere decisivo.
Viene da chiedersi quindi quale sia lo scopo della frammentazione a sinistra, giacché, se non comporta svantaggi, di certo non garantisce vantaggi. Andando a indagare, appare chiarissima l’operazione che il nuovo partito rosso sta conducendo. Pietro Grasso, leader provvisorio di una Cosa che nascerà soltanto il 5 marzo, doveva incarnare il volto nuovo verso cui traghettare gli indecisi e i post-comunisti affezionati «al Partito».
Le giovani generazioni, che aspettano con ansia la costituzione di un soggetto che sappia interpretare il loro disagio («non siamo una generazione morta» ha detto giusto ieri a un incontro pubblico la giovanissima candidata alla Camera, Lidia Mastrolorenzo), cercano risposte senza avere la preparazione politica per valutarle. Ecco perché si sta verificando una migrazione (anche non troppo giovane) da LeU (e dal PD, che ormai attrae l’odio di molti) verso Emma Bonino. La leader radicale, che si presenta con un programma che definire di centrodestra sarebbe riduttivo secondo chi scrive, appare come una persona autorevole e che coglie il punto della situazione.
In un periodo di grande confusione politica, i leader di LeU cercano di non sbilanciarsi. L’apertura al PD purtroppo è irrinunciabile (e si trasforma in un tallone d’Achille che sta lentamente erodendo i militanti più radicali, attratti dalla macchina di Potere al Popolo e dalla retorica di Marco Rizzo) perché l’unico modo per attuare politiche socialdemocratiche è caricare a bordo i progressisti che rimangono. Ma non sarà possibile realizzare la reunion con Renzi al timone, visto che il Segretario incarna il contrario dei valori di LeU.
Cosa accadrà? Difficile prevedere cosa potrà succedere. Ora come ora non appare nemmeno improbabile che il PD faccia definitivamente una scelta di campo (il centrodestra, o quantomeno il centro) accettando di subire un ultimo smottamento a sinistra. Eventuali governi di larghe intese così realizzati potrebbero finire per avvicinare il M5S e i transfughi del PD. Ma il punto resta sempre quello: costruire un’alleanza che faccia politiche socialdemocratiche.
Rocco Rosa commentava che il centrosinistra è morto: è possibile che quello a cui eravamo abituati, gradualmente sempre più centro(destra) e sempre meno sinistra, sia morto. Ma individuare in LeU il killer è un errore. Ai suoi dirigenti si può rimproverare di non aver messo il giubbotto antiproiettile al vecchio centrosinistra, ma il colpo l’ha sparato chi l’ha trasformato in un’alleanza liberal e «petalosa». Adesso, come con i Papi, bisogna farne un altro. Sperando che sia migliore.