ida leoneSono stata al Gran Concerto di Capodanno, organizzato da Ateneo Musica Basilicata la sera del 1° gennaio nell’auditorium del Conservatorio. In programma, come da tradizione, molto Strauss, Brahms, Giuseppe Verdi. L’orchestra era ucraina, il pubblico italiano.

Mentre ascoltavo, rapita dalla bellezza della musica e dalle atmosfere che evocava, pensavo alla fortuna di essere nata e cresciuta in Europa. In Europa, sí, non solo in Italia. E pensavo che cosí come ci sono elementi minimi che fanno di noi degli italiani (conoscere a memoria, quasi geneticamente, le parole di Azzurro, o le battute di Totó o di Alberto Sordi), cosí ci sono – o ci dovrebbero essere – elementi minimi che fanno di noi degli europei. Perché é la mescolanza di culture, e “la terra su cui cresciamo, che fa di noi quello che siamo” (cit.).  E l’Europa é crocevia di storia e storie, possono essere con un minimo sforzo patrimonio di tutti, anzi, che giá lo sono, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Abbiamo in comune una storia, radici antichissime che si perdono nella notte dei tempi, nel ritorno a casa di Ulisse.

Pensavo che ci sono capisaldi della cultura europea che ci rendono in fondo un unico popolo, che si riconosce al primo sguardo. Dante e la Divina Commedia, Euripide, Omero, i filosofi greci e latini, i romanzi gialli svedesi e norvegesi, Romeo e Giulietta, la Vespa e i cani da slitta, le mescolanze spagnole francesi arabe normanne del Sud Italia, la cultura del riso e del vino, le infinite variazioni della lavorazione del latte, del pane, dei dolci, e non mangiare piú pietanze messe tutte iniseme nello stesso piatto.

Perché Europa é tutto questo e molto altro. É 70 anni di pace assicurati da trattati internazionali, é la possibilità di circolare liberamente e conoscere altri mondi, cosí simili al nostro eppure cosí diversi. É la possibilitá di riconoscersi, appunto, in una cultura comune, da Brahms a Dante a Sofocle a Shakespeare.

Sono convinta che le politiche giovanili di ciascuno dei Paesi europei non dovrebbero essere incentrate sullo sforzo di “impedire ai ragazzi di andarsene” (quante volte abbiamo sentito questa sciocca tiritera a livello nazionale e regionale?), ma debbano invece essere concentrate sul rendere il propro territorio attrattivo per giovani di tutte le parti dello stesso continente, svedesi, tedeschi, spagnoli e ucraini – in una parola, europei. Favorire scambi e circolazione di idee, arricchire il proprio patrimonio culturale e genetico vivendo in un intero continente come se fosse un unico paese. Altro che i muri, dovremmo costruire piú strade. E ponti.   IDA LEONE