ANGELA MARIA GUMA
Lo studio dell’archeologia si presenta come un tessuto composto di tre fili diversi: La conoscenza delle fonti scritte, la conoscenza dei materiali reperiti dallo scavo, il criterio metodologico per portare quelle nozioni a giuste conclusioni storiche. Il primo ed essenziale strumento per le acquisizioni di dati che possono definirsi basilari nello studio dell’archeologia è da considerarsi, senza ombra di dubbio, l’ausilio delle fonti letterarie. L’importanza delle fonti, nel corso della storia dell’archeologia, fu evidenziata in particolar modo, dalla scuola tedesca. I maggiori rappresentanti di tale scuola (Wolf, Friedrich, Brunn, Overbeck) dettero infatti una diversa impostazione da quella allora in auge relativamente al problema dell’arte greca, e il metodo che in essa seguito, può dirsi prettamente “filologica”, non tanto perché parte, come dato essenziale, piuttosto che dall’opera d’arte, dalla fonte letteraria; ma, perché, come per un testo antico si cerca, attraverso l’analisi critica, di stabilire la versione migliore, più prossima al testo originale, così attraverso le varie copie di età romana si cercò di ricostruire il testo originale delle opere greche. Se è pur vero che questo metodo sia servito a porre le basi della ricostruzione di quanto era possibile ricavare, in fatto di documentazione, dalle fonti letterarie, ha comunque avuto allo stesso tempo due effetti lesivi. Il primo rischio è stato quello di concentrare la ricerca su questo problema a tal punto da trascurare gli originali dell’arte greca, il secondo quello di perdere di vista lo studio della qualità artistica dell’opera d’arte a profitto dell’iconografia artistica, equivoco che ancor oggi affiora negli studi di archeologia.
A prescindere da questi duplici rischi determinati da un’utilizzazione errata delle stesse, è senz’altro innegabile che le fonti antiche sono uno strumento di estrema importanza, nello studio della disciplina archeologica. La scuola filologica, infatti, prese come punto di partenza le fonti letterarie, ricercando nel patrimonio monumentale soprattutto la conferma alle notizie e alle valutazioni critiche date dalle fonti letterarie antiche, ma non si pose il problema sul valore critico di tali fonti. E’ opportuno, pertanto, rivolgersi a tali fonti ed averne una conoscenza più vicina e diretta, per sapere il valore che ad esse possiamo attribuire e l’uso che possiamo farne. Le fonti sono molteplici, dirette ed indirette, le fonti dirette sono costituite dagli autori che ex professo si sono occupati di cose d’arte; quelle indirette, dalle opere letterarie nelle quali incidentalmente è contenuta la menzione di un’opera d’arte o le notizie di un’artista, o sono espressi giudizi critici. Tra le fonti particolarmente utili alla ricerca archeologica sono la Naturalis Historia di Plinio e la Periegesi della Grecia di Pausania. La posizione di Plinio sta tra una mentalità scientifica in quanto vuol rendere preciso conto delle sue letture ed una impostazione dilettantistica, in quanto riconosce egli stesso di non essere uno studioso di professione e di raccogliere piuttosto le curiosità, i libri della Naturalis Historia che risultano di particolare interessa sono il XXXIV, il XXXV, il XXXVI, nei quali tratta della scultura, del bronzo e della metallotecnica, e, della pittura. In questi libri Plinio ha raccolto ciò che conosceva al suo tempo sulle arti figurative. Però a questa compilazione è mancata una revisione e un coordinamento delle notizie, che talora si contraddicono le une con le altre. Per cui è opportuno, per un giusto utilizzo della fonte, imparare a fare un lavoro di critica, nella consapevolezza che il testo a disposizione consiste in un insieme di notizie raccolte da un autore che di arte non se ne intendeva e che ha riferito le notizie che trovava, talvolta manifestamente senza capirle, anche se in qualche caso, dove trovava tra loro notizie contrastanti, si ferma a scegliere una posizione propria. Inoltre, a questa prima difficoltà che si presenta nell’interpretare il testo di Plinio, se ne aggiunge un’altra da tener necessariamente presente, ossia il fatto che Plinio ha attinto in buona parte a scritti del tardo ellenismo di carattere retorico; di qui le contraddizioni nel suo testo. L’altra fonte principale per la conoscenza dell’arte antica è Pausania, che visse nel II secolo dell’era volgare. La sua opera rientra in un genere di scritti del tardo ellenismo, i cui autori venivano detti “periegeti”, cioè descrittori di viaggi, autori di guide per il forestiero che visitava i grandi santuari, dove i secoli avevano accumulato edifici, opere d’arte e leggende. Il limite più grande della fonte consiste proprio in questo affidarsi eccessivo di Pausania a quello che dicevano i custodi dei santuari. Se pur tra vari limiti è indiscussa l’importanza delle fonti sin dai primordi dello studio dell’archeologia. Sicuramente oggi le fonti antiche hanno acquisito un’importanza ancora più elevata dal momento che si è affermata le necessità di una “interdisciplinità” tra quelli che possono impropriamente definirsi come i “diversi tessuti” della ricerca archeologica, per l’acquisizione di dati quanto più esatti e veritieri.
