Nel 2016 il Pil italiano è cresciuto in volume dello 0,9%, dopo il +0,8% registrato nel 2015. Nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, il livello è ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco d’inizio 2008 (e solo nel 2016 ha superato quello del 2000); in Spagna il recupero è quasi completo mentre Francia e Germania, che già nel 2011 avevano recuperato i livelli pre-crisi, segnano progressi rispettivamente di oltre il 4% e di quasi l’8%.
La caduta prima, e la persistente debolezza poi, del mercato interno hanno ridotto la capacità delle imprese italiane di investire ed espandersi sui mercati esteri. Nell’ultimo biennio, tuttavia, l’allentamento della politica di bilancio, la ripresa del mercato del lavoro e dei livelli di attività economica hanno stimolato i consumi e favorito la crescita degli investimenti (+2,9%) seppure a ritmi tuttora più lenti rispetto ai principali partner europei (Germania +4%, Francia +6%, Spagna +8%). Le attese sugli investimenti per il 2017 sono nel segno di un’accelerazione, grazie al miglioramento delle condizioni macroeconomiche e allo stimolo dei provvedimenti legislativi. La crescita del valore aggiunto manifatturiero (quasi +5%) è stata la più sostenuta tra le principali economie dell’euro zona.
I segnali di ripresa ciclica dell’economia italiana sono accompagnati da una dinamica dell’export positiva – nonostante il rallentamento del commercio mondiale (nel 2016 +1,1% in valore, +1,8% al netto dell’energia) – e da una maggiore capacità di penetrazione in alcuni mercati chiave. Il contenimento dei prezzi e del costo del lavoro ha determinato un progressivo recupero di competitività, portando a una riduzione del divario con la Germania accumulato negli anni precedenti.
In questa fase di recupero le esportazioni italiane – aumentate nel 2016 in misura maggiore rispetto a Germania e Francia, soprattutto in volume – sono cresciute più rapidamente della media mondiale. La quota di esportazioni nazionali su quelle mondiali è risalita dal 2,7% del 2013 a quasi il 3,0% dei primi tre trimestri del 2016 (sulla base delle informazioni provvisorie disponibili). Restano comunque ampi i margini di miglioramento della capacità di penetrazione delle imprese sui mercati esteri.
I progressi sono diffusi a tutte le categorie merceologiche: le esportazioni di prodotti chimici, alimentari e, soprattutto, di automobili sono cresciute più della media di questi mercati; le vendite di beni strumentali, che rappresentano la principale voce d’esportazione e dell’attivo commerciale, sono cresciute come in Germania e più rapidamente rispetto a Francia e Spagna.
L’export di servizi all’estero dell’Italia è invece rimasto relativamente debole in quasi tutte le categorie; in particolare, sono ancora relativamente poco sviluppate le esportazioni di servizi ad alta intensità di conoscenza, che hanno un peso crescente nella struttura degli scambi. Anche qui, tuttavia, nei primi nove mesi del 2016 si è avuto un sensibile miglioramento.
L’Italia resta un paese complessivamente poco internazionalizzato rispetto alle maggiori economie europee: nel 2015 la quota di Investimenti diretti esteri (IDE) sul Pil (25,9% in uscita e 18,6% in entrata) è meno della metà di quelle di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Tuttavia, tra il 2008 e il 2014 il numero di addetti delle controllate all’estero nella manifattura è aumentato di 110mila unità (+14,5%), arrivando a quasi 860mila addetti. FONTE iSTAT, COMNPETITIVITà DEI SETTORI PRODUTTIVI
