DONATO MARCHISIELLO

Negli ultimi mesi, v’è stata una vera e propria esplosione delle intelligenze artificiali. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, ebbene: si potrebbe riassumere “complottando” qualcosa in pieno stile Skynet. Infatti, l’intelligenza artificiale così com’è definita dal Parlamento Europeo, è «l’abilità di una macchina di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività». Meglio ancora, intelligenza artificiale significa oggigiorno, «permette ai sistemi di capire il proprio ambiente, mettersi in relazione con quello che percepisce e risolvere problemi, e agire verso un obiettivo specifico. Il computer riceve i dati (già preparati o raccolti tramite sensori, come una videocamera), li processa e risponde». Una definizione, sin qui, innocua: peccato che, nell’effettività delle cose, le I.A. si sono, sin qui, principalmente tradotte in nulla più che software in grado, in pochi istanti, di dar vita a qualsiasi cosa (al momento, principalmente da un punto di vista artistico) inserendo poche e semplici parole chiave. Direte voi, ma come faranno mai a “creare”: ebbene, quasi tutte le I.A. sono basate su immensi database che poggiano tutto o quasi lo scibile umano recuperabile da internet. Con tanti saluti, eventualmente, a diritto d’autore, rinnovamento intellettuale e principio di “identità” artistica.

Una situazione sicuramente controversa e che ha, di base, innescato veementi moti di protesta, innanzitutto, dal professionismo artistico. Centinaia di migliaia di lavori a rischio, grazie ad un software che, in pochi attimi, riesce a replicare concetti e stili artistico-tecnici. Un allarme “di parte” e che, per il momento, non è stato ancora concretamente preso in considerazione dalle autorità. Ma se l’allarme, invece, provenisse direttamente da chi il software l’ha creato? Sam Altman, Ceo di OpenAI e padre di ChatGPT, uno dei software I.A. più noti, è stato il protagonista, nelle scorse settimante, di un tour ai vertici della politica americana. Lo scopo, incredibilmente, è stato quello di mettere in allerta le autorità americana sulle potenzialità “apocalittiche” dei software di intelligenza artificiale. Prima un meeting alla Casa Bianca, assieme ad altri Ceo di importanti aziende del settore, poi un’audizione al Senato Usa. Altman non ha affatto taciuto sui potenziali pericoli delle intelligenze artificiali. Non solo pericoli per l’occupazione, ma addirittura potenziali “mine vaganti” per la tenuta stessa della democrazia. Sam Altman di pericoli ne vede a bizzeffe per la corretta gestione della democrazia, delle elezioni, dei conflitti sociali che possono essere influenzati o anche stravolti da comunicazioni false spacciate come vere. «Se questa tecnologia (l’intelligenza artificiale, ndr) andasse male, le cose potrebbero finire molto male: dobbiamo dirlo ad alta voce e lavorare col governo per evitare che ciò accada”, ha detto con molta chiarezza di fronte ai senatori a Washington».

Una situazione, comunque vada, potenzialmente devastante e che ha visto lo stesso Altman chiedere membri del Senato Usa di varare nuove regole e di affidare a una nuova agenzia governativa il compito di assegnare le licenze per lo sviluppo dei grandi modelli di intelligenza artificiale come ChatGPT o Bard di Google, con il potere di revocarle se quei modelli non rispettano gli standard fissati dal potere politico. Ma Altman non è un caso “isolato”: nelle scorse settimane, infatti, il “padrino” dell’intelligenza artificiale di Google Geoffrey Everest Hinton, si è dimesso dal suo ruolo dirigenziale all’interno della grande G proprio per poter parlare liberamente dei rischi legati alle intelligenze artificiali. Hinton, senza mezzi termini, ha parlato di un futuro pericolosissimo dove le intelligenze artificiali potrebbero, in pochissimo tempo, esser “intelligenti” quanto un uomo se non di più. In una intervista rilasciata alla BBC, infatti, Hinton ha sottolineato come, di già, a livello di mero immagazzinamento di nozioni l’intelligenza artificiale è in grado di distanziarsi enormemente da un uomo medio. Mentre, per quanto concerne le abilità di ragionamento, esse sono ancora ad un livello base seppur progrediscano molto velocemente. Perché, così come funziona per un normale cervello umano, anche le IA poggiano su delle reti neurali soggette al cosiddetto “deep learning”, ovvero in grado di apprendere nuove nozioni e nuovi schemi logici dalla semplice esperienza. Un allarme senza se e senza ma, seppur la domanda sorge spontanea: perché dubbi, sulla carta facilmente individuabili, sono stati mossi solo dopo l’effettiva produzione e pubblicazione dell’IA? Una mancanza di visione spontanea o “voluta” che, comunque vada, avrà un suo peso.