MARCELLO PORCELLI
In una giornata assolata dell’estate del 1958, avevo 11 anni, stavamo giocando con una palla sgonfia di gomma, ma per noi era più che buona, quando arriva Giovanni e ci dice: “uagliò, l’Invicta cerca giovani per la categoria allievi e ci danno anche la divisa e le scarpette da calcio“. Rispondemmo: “E chi è sta Invicta…“ Presto sapemmo tutto, perché io, Giovanni Onofrio, Mimmo Pastore ci recammo alla sede della Libertas Invicta dalle parti della Caserma die Carabinieri. Fattal’iscrizione, il giorno dopo partecipammo al primo allenamento al campo della FGC. La Saponara era il nostro istruttore e i primi esercizi furono i vari modi di stoppare la palla. Ci sentivamo delle star, finalmente non eravamo costretti a giocare nello spazio ristretto tra due palazzine dove abitavamo, ma in un vero campo da calcio e potevamo calciare la palla con tutta la forza che avevamo, senza pericolo di rompere i vetri all’appartamento del primo piano con le conseguenze che potete immaginare. Ad ogni allenamento, ognuno di noi, chi più chi meno, faceva miglioramenti e i primi talentati mettevano si iniziavano a scoprire. La divisa la trattavamo come una “reliquia“ e sempre lavata e stirata, le scarpette, ahimè, le racimolavamo fra tantissime paia usate e riusate contenute in un enorme cartone. Avevano i “micidiali“ tacchetti con i “micidiali“ tre chiodi, che procuravano ai piedi, ad ogni partita, bolle sanguinanti, ma che cos’è un pò di dolore, ora facevamo parte dell’Invicta. Pensate, che cambiammo anche il nostro modo di camminare, ora l’andatura era dinoccolata, proprio come i professionisti…I tornei estivi per ragazzi ci impegnavano tutta l’estate e ci furono le prime sel ezioni. Il Presidente Sabia mi vide giocare e volle che entrassi a far parte della squadra allievi. Iniziai da centravanti, era il posto ambito da tutti noi, ma l’allenatore La Saponara, mi disse, che avevo la grinta del terzino e mi dette il numero 3, che indossai per anni fino a fine “carriera“. Dopo un anno di tornei, io, Montenegro, Rinaldi e Larocca, venimmo selezionati per la Rappresentativa Allievi Regione Basilicata per le finali a Corigliano Calabro. Ebbi l’onore di essere il capitano di quella rappresentativa. Giocai ancora 1 anno fra gli allievi e poi l’allenatore La Saponara, mi convocó nella squadra Juniores e partecipai con la Libertas Invicta ad un Quadrangolare Nazionale ad Acireale. Oltre a me c’erano: Margiotta, Montenegro, Polino, Larocca, Nolè ed altri. L’Invicta era diventata la mia seconda famiglia, fra di noi non c’era gelosia o invidia e l’aneddoto che vi racconterò rafforzerà la mia assersione. Ancora Juniores, quindi nemmeno sedicenne, La Saponara, mi convocò in Promozione. La mia convocazione, peró, significava per il mio amico Villano, uno die veterani della squadra, la perdita del posto di titolare, ma nonostante tutto, proprio Villano diventó il mio “angelo custode“.Nonostante non fosse più titolare, seguiva la squadra in tutte le trasferte ed era proprio lui, che con il suo metro e ottanta e gli 80 kg di peso, metteva a tacere chiunque da fuori campo o dentro al campo, avesse da ridire sul mio comportamento. Ero il “pulcino“ della squadra! Le trasferte in Promozione erano sempre un’avventura. Una di queste a Montalbano mi è rimasta in mente più delle altre: La la partita si era conclusa a nostro favore, ma ci fu un’invasione di campo e noi facemmo in tempo a barricarci negli spogliatoi. Ricordo, che l’allenatore La Saponara, con tutta la sua mole sosteneva la porta per non farla sfondare. Solo dopo due ore di assedio, all’arrivo della polizia, potemmo uscire, ma poi scendendo dal paese con le macchine, fummo accompagnati con una sassaiola dai tifosi avversari. Ero pietrificato, ma poi ci feci l’abitudine. Tutte queste “avventure“ sono certo, mi hanno fatto maturare, visto che allora ero giovanissimo. Ho assistito a distanza di centimetri allo spappolamento della milza del nostro povero portiere De Camillo, da parte di un calciatore dell’Avigliano, la nostra pecora nera dei campi di calcio, perché si giocava nel campo del riformatorio e potete immaginare che elite di pubblico assisteva. Io non avevo più paura, avevo il mio angelo custode, Villano, era sempre con noi a sostenerci. Nell’Invicta avevo trovato nel Presidente Sabia un padre. Ricordo, che avevo bisogno di farmi estrarre i due incisivi, quindi, di una protesi dentale, ma non potevo permettermi. Lo venne a sapere il Presidente e subito mi mandò a nome suo da un dentista, che mi fece tutto a costo zero. A proposito, giocando nella squadra in Promozione, le scarpette da calcio potevamo andarcele a scegliere nel negozio e tutto a spese della Società e senza più bolle sanguinanti ai piedi. Nelle trasferte, si andava tutti a pranzare alla Taverna Oraziana con orecchiette e bistecca. Oggi, a distanza di 60 anni, posso asserire con sicurezza, che il periodo nell’Invicta ha forgiato il mio carattere, l’essere sempre pronto al sacrificio per raggiungere un fine. Già il fatto di tener fede alla promessa di partecipare agli allenamenti 3 giorni la settimana, ma senza trascurare lo studio (condizione sancita da mia madre) mi ha fatto crescere consapevole, che oltre al divertimento ci sono doveri primari nella vita. Un altro particolare, fin dai tornei estivi, il lunedí si aspettava l’articolo sulla Gazzetta, che scriveva e metteva esposto Giorgio Mancuso nella bacheca in Via Pretoria vicino alla chiesa della Santa Trinità. Si formava sempre un capannello di giovani e, immaginate, l’orgoglio, quando leggevamo il nostro nome come migliore in campo o per aver segnato una rete (foto). La mia soddisfazione in assoluto, fu quando ebbi il compito da Masperi, coordinatore e allenatore della Primavera e De Martino del Potenza, di marcare Boninsegna, poi uno della nazionale. Chiederete, perché Masperi, cosa centrava con l’Invicta. Vi spiego: io e Montenegro venimmo scelti per far parte della Primavera e De Martino, quindi ci allenavamo con loro, ma al momento del contratto, la Società del Potenza non volle sottoscrivere la clausola di un premio di partita anche a noi del posto, come lo ricevevano i calciatori forestieri. Quindi l’avventura nel Potenza fu breve, ma rimaneva la soddisfazione di essere stato scelto. La vita aveva per me altri orizzonti. A 23 anni, dopo il servizio militare, partii subito per la Germania, dove ho continuato a giocare prima in una squadra di soli italiani, ma quando costatai, che tutte le partite terminavano prima del tempo con scazzottate, cercai una squadra tedesca e ho giocato nel campionato regionale nella AV Neuwied, dove a 43 anni ho concluso la “carriera“ calcistica con la rottura della rotula del ginocchio destro. Facit: tutti i periodi della vita lasciano un segno tangibile e tutti sono da ricordare. M.P.
