LUCIO TUFANO

Via Pretoria era affollata di gente in grigioverde, mentre partivano i reparti e gli scaglioni delle classi richiamate con le musiche delle fanfare e con lo schieramento di fanti, di carabinieri e di altri corpi, compresi gli allievi ufficiali della Scuola di Artiglieria della città.

Il pane, il solco e l’aratro erano i temi che andavano illustrati nei nostri compiti. Su di essi venivano indirizzate anche le nostre letture: “perché il grano spunti e la spiga brilli devo impastare di buona lena tanta ma tanta farina per la fame del balilla … e tu balilla – continuavano i versi della  poetessa Gina Vay Pedotti – pel buon pane che t’ho impastato di farina saporita, cresci, cresci, fatti soldato della Patria e della vita”. E sulla zappa tornava Papini: “Un pezzo di legno infilato in un pezzo di ferro, una semplice stanga di legno forte, di legno onesto …”.

Anche la maestra recitava i versi del Pascoli: “Visser nei campi i forti antichi popoli, l’aratro il solco eterno disegnò di Roma.”

La spesa degli impiegati e degli operai si faceva presso la Cooperativa situata sul lato sinistro del Palazzo della Prefettura. Vi si trovava di tutto, cartocci di maccheroni, ziti, zitoni e mezzi ziti, avvolti in carta “da zucchero”, filoni enormi da due chilogrammi che con la guerra e la carta annonaria si ridussero a qualche decina di grammi, in pezzetti non più grossi di tre dita. D’inverno, quei rigidi inverni della nostra città, con il gelo che attanaglia case, strade e persone, si faceva la coda dinanzi alla latteria di Pietro Verrastro, tremando con le mani e sbattendo i denti, battendo i piedi sul suolo gelato, con la bottiglia in mano, si aspettava il proprio turno, per farla riempire, quando poi non si affacciava il lattaio per dichiarare rammaricato che il latte quella mattina era già finito.

Attraverso il vecchio vico Orazio Flacco, spesso per l’acquisto di mezzo litro di vino dai Somma che avevano la cantina-trattoria lì dove sarebbe sorta negli anni cinquanta la “Taverna Oraziana”, vi abitavano i Chiriaco, i Coretti, i Garramone, i Villani, i Barrotta, l’arciprete Marino con le nipoti zitelle, una bottega di carbonaia, Cascavedd e Bancanderra, e nel portone, agli inizi del vicolo, i Micele.

A Potenza, la media e la piccola folla di borghesi ed impiegati fa ressa presso il nuovo Gran Caffè Italia, sotto i porticati del Palazzo INA, sia per sorbire il solito caffè o per bere un cappuccino, prima di andare al lavoro negli uffici della Prefettura, della Provincia o dei Tribunali, sia per ascoltare le notizie sulla guerra-lampo (la blizgrieg) dei tedeschi. Un’orchestrina di tre o quattro componenti esegue musiche e canzoni. Una cantante bionda, del nord, canta “Ma l’amore no!”, dal film di Alida Valli; non mancano “Vivere”, e “Mamma”, cantate dal noto Beniamino Gigli, “Non ti scordar di me”, da Alberto Rabagliati e la notissima “Mille lire al mese”.

Nel giugno del 1940 i tedeschi avevano già invaso la Francia, dirigendosi su Parigi e nel pomeriggio del 10 giugno, dal Palazzo Venezia, Mussolini aveva annunciato l’entrata in guerra dell’Italia.

Inizio anni ’50. Si ballava sull’onda di “Serenata celeste” e si canticchiava il motivo di “Papaveri e papere”. Nella villa comunale gli universitari organizzavano serate danzanti e al “Pineta dancing” di Montereale si servivano bibite, musiche, gelati e dessert per l’intraprendenza di Toruccio Giuliani che faceva portare sui tavolinetti il nuovo prodotto locale il “chinotto Avena” altamente dissetante e digestivo. Potenza viveva “adagiata allo scorrere di un quotidiano senza sbalzi”. La casa del Fascio, a piazza Sedile, era diventata Camera del Lavoro e Mast’Antonio Lo giudice guidava i compagni carpentieri. In qualche parte della regione s’infervorava la questione sull’occupazione delle terre. C’era ancora l’epoca di “adda venì baffone”, dell’uomo qualunque. Il “Bianco fiore” si stava stabilizzando. Odo Spadazzi, segretario del Partito Monarchico, regalava le cravatte “marca braccio” ai contadini. Al compagno Michele Mancino era toccata la direzione ad interim del partito e della Federterra. Si erano riaperti il Convitto Nazionale “Salvator Rosa”, dopo dieci anni di chiusura, ed il Gran Caffè Italia, completamente rimodernato con la sua fastosa sala. Presso i tavolini e dentro il locale operava qualificatissimo personale come gli eleganti camerieri Abenante e Nino Lettieri. Da “Peppe a san Michele”, cenavano “alla potentina” i funzionari del PCI ed i giovani scrittori d’avanguardia.

Anche il Caffè Pergola si era rinnovato, e da Nino Mastrangelo, salumeria di classe, acquistavano la cena le signore bene.

Al Caffè De Carlo, un’orchestrina suonava “Ciliegie e rose a primavera” e le “Foglie morte”. Su iniziativa di un giornale della città, il “Popolo di Lucania”, una nostra compagna di classe veniva eletta “Miss Sorriso”. Era Raffaella Spera.

A via Roma sostavano le gloriose carrozzelle, e la città, gogoliana di timbri e sigilli, aveva trentamila abitanti con più di diecimila contadini, una massa di impiegati dagli stipendi irrisori ed alcune centurie di professionisti. Michele Girardi – Fra Nazario – aveva interpretato il film “Francesco Giullare di Dio” di Roberto Rossellini e non accettava la parte di “divo” che qui gli si attribuiva.

 Quelli del Dopolavoro Postelegrafonico tenevano spettacoli per la città. Sono trascorsi gli anni, e i compagni di liceo sono soliti sempre incontrarsi in una fatidica data: il giorno dell’ottenuta maturità. Vi partecipano quelli delle diverse sezioni, maschili, femminili e miste, che in quegli anni ottennero il diploma di licenza liceale. Bisognava prepararsi sull’intero programma dei tre anni, e qualcuno ancora, forse, vive l’incubo dell’esame di matematica o di greco. Quel vecchio ginnasio liceo è nei nostri ricordi, ma anche nella storia della città, da quando era Real Collegio e poi divenne Ginnasio liceo “Salvator Rosa”, ed ancora intitolato a Luigi La Vista, e ad Orazio Flacco. Un’epoca in cui il ginnasio-liceo fu l’unica risorsa culturale della città e della regione, recitando un ruolo importante come quello di una Università. Sin dal 1923 la Riforma Gentile esigeva che i passaggi dal ginnasio inferiore a quello superiore e da questo al Liceo e dal Liceo all’Università si compissero con il superamento degli esami di Stato.

Si studiava molto e bastavano due o tre materie, sulle quali non si era ottenuta la sufficienza, per essere “rimandati” ad ottobre, o per essere bocciati. Cinque ore di lezioni al giorno, con solo mezz’ora di ricreazione. Rientrati in famiglia, occorreva prepararsi sulle materie del giorno dopo. Solo nelle ore di educazione fisica e di religione ci si svagava un po’. E tutto accadeva nel Palazzo Loffredo, fino a quando per ragioni diverse il Liceo Classico ed il Convitto annesso non furono trasferiti altrove.

Per tutti gli anni venti, quando ancora si chiamava “Salvator Rosa” fu al centro della vita culturale e pubblica per iniziativa del suo preside e di un qualificatissimo corpo docente. Anche se il primo Fascismo e la Patria alimentavano il mito della “primavera italica”, di Vittorio Veneto, della “quota 90” per la battaglia del grano e del Tricolore, “primavera del Po, nevi delle Alpi, rosso dei Vulcani e veste di Beatrice”.

IN COPERTINA Potenza, gli anni fascisti del 1939-40 – studenti del Liceo Classico