Le lune dell’esilio.
Dopo cinquanta lune son tornato nel paese di Crocco, dove lavoro da anni, in sospensione con l’agile sul groppone, ho visto occhi buoni dietro mascherine chiare, ho visto file di uomini e donne, sotto il cadere di una pioggia sottile. Lune perse, deludenti senza fili rossi, senza il girare in tondo, lontano senza sentimenti. Lune bruciate dal sonno. Queste lune insonne ci fanno barcollare, in bilico con la conferma nel cuore che solo l’amore, sarà solo l’amore che ci farà girare ancora la testa, che ci svelerà l’ubriaco verso il ritorno a casa. Nei borghi dove la luna sì nasconde non è mai facile farsi trovare pronti, ci si illude, ci si convince, ci si da coraggio, solo sulle orme di un fuggiasco che fa ritorno.
Non è poi così difficile ritrovare le lune dopo un lungo esilio.
Siamo noi il lievito
Tante belle manine, si posano sulla bianca farina e impastano, pasticciano con acqua e buon lievito, e, prima che giunga sera, tante margherite volano in cielo, profumi di primavera dentro il caldo di casa. Si sente il pane appena sfornato, la pasta sul davanzale fa bella mostra, il dolce frutto che si ritrova, nettare di tempi antichi. Stasera le stelle sembrano viole, il bel si cela tra le sue brume, volti di donne veloci e spasimi di vita agreste, desiderio ad occhi chiusi di cose che non ritornano, sui social si aggrappano deboli speranza, di fare lievi i giorni asociali, rimbocchi di una vecchia nenia. Siamo noi il lievito, noi le cose da custodire, noi i combattenti leali, pronti a riempire i cuori, a parlar d’amore, a cercare le cose buone, a donare la speranza e un bicchiere d’acqua a chi cela il dolore e la sofferenza, lievito e provvidenza per un mondo migliore.
Fotografia
Uno scatto, una foto, in tempi da veduta panoramica, un racconto itinerante, vento di pandemia. Cina, Italia, Spagna, stessa esposizione, uno dopo l’altro prima stetti dal verace virus crudele, poi distanti e lontani, come la luna in amore. Dagli angoli più alti del mondo la stessa posizione, un’immagine che non sa apprezzare la lezione di questa istantanea, si è fatta solo una solida ironia, tutti immuni, salvo poi, mostrare una libera fragilità e un’ostica illusione.
Ognuno si è tenuta stretta la sua bomba senza dissennesco, senza avvertire l’alito delle disgrazie, senza identificare a tempo il nemico vero, l’illusione di essere salvi, sentirsi con una pelle migliore, scostando gli altri in untori dentro i loro flebili egoismi.
Visibili
Tutto s’illumina, le piazze, le giostre, il tuo sorriso e niente più sarà incerto, le strade, il cielo, il bosco, l’odore del mare, il rumore del fiume e il lago placido nascosto dai monti, le parole, i gesti e le monete di carta torneranno ad essere casa nostra, una casa piena di luce. Il muretto, la panchina dove ho visto il tuo musetto d’oro e ho preso la tua mano, l’albero dai riccioli di rame del nostro primo bacio, dove ho nascosto il tuo sì, l’altalena e Batman che nascondono ancora il loro piccolo cuore e tutti saremo di nuovo visibili.
Vorrei prendere il thè con te
Cammino a fianco alla pioggia che cade, non mi bagno, non ho freddo. Solo tra le pozzanghere, tra il silenzio e la desolazione, penso che questa distanza sociale mi salverà. Vorrei prendere il thè con te, nel caldo del fumo bollente, seduto accanto a te. Sentire il tepore dolce della compagnia, sentire il fiato delle parole, sentire il ticchettio di un pendolo in una grande stanza. Sotto la pioggia insistente e una nebbia sottile che sale, provare a credere nei sogni ad occhi aperti.
Pegno d’amore
Un’altra eroica Domenica, un’altra infinità speranza sull’uscio di casa, in terra desolata e abbandonata, in delirio di sospensione, tra i musi duri verso un solidale acqquietare lungo la dorsale, su tutto lo stivale, come un pegno d’amore. Uno dei tanti, tanti di ognuno, in un concerto da domani, non fumo e non bevo, resto in ascolto, come in tempo di guerra, come il racconto del nonno registrato nel puzzo del sigaro. Le storie di nonna Luigia, quelle che sapevano di morale, di malaria, di malasorte, storie storte e bagnate dal vino bianco. Tutto ritorna, i nonni dei miei nonni, nella loro povertà non sentivano l’odore dell’abbandono, le nobiltà del nostro tempo sanno bene come si fa. Lì chiudono in ospizi, campi di concentramento, lasciati all’oblio, teneri virgulti, maltenuti, e, di tutta coscienza che non sa, si porta avanti nella tempesta, esule in cerca di riparo. Non è mai stato un pegno d’amore.
LA FOTO DI COPERTINA è DI ROBERTO LACAVA
