Articolo di                 Vittorio Basentini

 

 

Quelle domeniche pomeriggio con 90° minuto: un calcio che non c’e’ più ed il ricordo di figure storiche del giornalismo sportivo come Luigi Necco da Napoli.

Negli anni ottanta ed agli inizi degli anni novanta la domenica pomeriggio, dopo aver visto la partita del Potenza al Viviani, si faceva ritorno a casa per vedere in TV la rubrica sportiva 90° minuto condotta, inizialmente negli anni precedenti da Maurizio Barenson, e poi da Paolo Valenti.

Ricordo che 90° minuto era un appuntamento impedibile, irrinunciabile, non rinviabile: intere generazioni di ragazzi incollati al televisore, ogni domenica, alle 18 circa, collegamenti dagli stadi, una serie di personaggi (nel senso più alto del termine) passionali, mitici, unici nel modo di raccontare il calcio, sotto la regia dallo studio, semplice ed altrettanto appassionata, di Paolo Valenti, vera icona di un certo modo di vivere il calcio, ormai purtroppo finito.

Sì perché nell’era pre pay-tv, la trasmissione di Paolo Valenti era la prima a mostrare le immagini delle partite di serie A.

Quanta nostalgia ripensando a quelle domeniche: dopo aver sentito in tribuna alla radiolina Ciotti, Ameri, ci si precipitava a casa davanti al televisore per vedere i goals, a sentire i commenti di Bubba, Necco ed altri.

Collegamenti dagli stadi, interviste, battute, frasi buttate lì, saluti (ricordate la manona di Luigi Necco con la folla che saltava alle sue spalle), risate e tanto buon umore.

La nostra generazione cresciuta con  Giorgio Bubba  da Genova, Tonino Carino da Ascoli, Marcello Giannini da Firenze, Cesare Castellotti da Torino, Luigi Necco da Napoli (ed Avellino),Ferruccio Gard da Verona, Vasino da Milano, Franco Strippoli da Bari (ma sicuramente ne dimentico qualcuno) fa davvero troppa fatica ad appassionarsi al calcio di oggi, vissuto come scienza esatta, da sviscerare ed analizzare in ogni suo aspetto, da vivere come eterno dramma.

Il calcio, più in generale lo Sport, è un aspetto della vita: nasce, si sviluppa e cresce al passo con la società e non si può certo pretendere che resti immune dai profondi cambiamenti che hanno interessato e coinvolto tutta la vita di oggi.

Da qui a perdere però la sua originaria missione, ovvero quella cioè di divertire e regalare emozioni, ce ne passa: il calcio è ormai una macchina da soldi; diritti TV, sponsor, contratti milionari, e tutto ciò che ci gira intorno ne fanno una vera e propria industria, con regole da rispettare, a costo di perdere qualcosa in semplicità e passione.

I conduttori della rubrica 90° minuto riuscirono a raccontare in maniera spontanea  gli anni del calcio di provincia, di un calcio che, visto oggi, sembra di un altro mondo, di un’altra epoca geologica. Ricordo che Tonino Carino raccontava del mitico Ascoli di Costantino Rozzi e Carletto Mazzone, Luigi Necco del Napoli di Savoldi e poi Maradona e dell’Avellino di Diaz e Barbadillo, Ferruccio Gard dell’Udinese di Zico ed Edinho, Giorgio Bubba del Genoa e di quella Sampdoria che stava gettando le basi per un ciclo vincente. Senza dimenticare il Verona di Bagnoli, il Verona dello scudetto, parentesi irripetibile e massimo esempio di un calcio che non esiste più, il Torino, commentato da Castellotti, secondo nel 1985 con Junior, ed anche Edy Bivi, estroso attaccante che nell’anno dei Mondiali del 1982 seppe trascinare il Catanzaro al sesto posto in serie A.

La moderna tecnologia, testate sportive sempre più agguerrite ed in concorrenza tra loro hanno creato una generazione di giornalisti assolutamente competenti, preparati e (per l’amor del Cielo) bravi: niente da dire.

Di loro si sente però solo la voce e, a conferma del loro anonimato, non se ne conosce il volto, l’abbigliamento e, soprattutto, la mimica.

Come faremo a dire che l’inviato di Siena (tanto per fare un esempio) porta le cravatte corte come Castellotti da Torino, se saluta agitando la manona come Luigi Necco da Napoli o se ha i tic che aveva Marcello Giannini da Firenze?

Non lo sapremo mai: sentiamo resoconti che sembrano brani di letteratura, perfettamente grammaticati ed ordinati, ma manca quella passione, quella vitalità che certi interpreti sapevano trasmettere.

Certamente la vera rivoluzione del calcio italiano, sul finire degli anni ottanta, avvenne con il Milan di Sacchi e di Berlusconi, il primo a creare due (se non tre) squadre titolari, a spendere cifre folli ed a trasformare il calcio da gioco a macchina da soldi, determinando uno spostamento di valori, dal rettangolo di gioco alle risorse economiche.

Detta così sembra un po’ brutale, ma se scorriamo l’albo d’oro del campionato di calcio degli ultimi vent’anni, a parte le parentesi della Sampdoria e delle due romane, hanno vinto sempre e solo le due milanesi e la Juventus, le uniche in grado cioè di dominare in campo e fuori (con enormi risorse finanziarie, testate sportive ecc.).

Nel calcio di oggi non sarebbero più possibili cicli come quello del Verona, della Sampdoria, che seppero vincere scudetti irripetibili, né sarebbero possibili personaggi come Bagnoli, Boskov, Mazzone, Anconetani o Rozzi. Senza pensare allo scudetto, cicli come quello dell’Avellino, presente in serie A dal 1978 al 1988, del Catanzaro, dell’Ascoli, squadre di provincia che seppero imporre la loro forza nel calcio che conta. Ed ancora, all’inizio degli anni settanta, il ciclo del Cagliari di Scopigno e Albertosi e Gigi Riva, campione d’Italia nell’anno dei Mondiali messicani del 1970.

Personalmente ricordo la prima puntata di novantesimo minuto senza Paolo Valenti: il segno di un mondo che finiva, di un qualcosa che si chiudeva definitivamente.

I collegamenti hanno incominciato a non interrompersi più, gli inviati sono diventati sempre più seri e professionali: una grande tristezza.

Nei giorni scorsi la notizia della scomparsa del giornalista sportivo Necco da Napoli ha portato tanta tristezza e nostalgia.

Necco è stato uno dei volti più noti della trasmissione Rai 90° Minuto, durante la quale i suoi collegamenti dallo stadio San Paolo sono diventati un cult.

È sua la voce che raccontò il dolore ed il dramma delle popolazioni campane e lucane a seguito del terremoto che il 23 novembre 1980 colpì l’Irpinia e la Basilicata, come sua è la voce che raccontò ed esaltò gli Scudetti dei partenopei negli anni di Diego Armando Maradona.

Il Sud è stato raccontato anche da Necco, con ironia, con tanta spontaneità ed obiettività.

Necco fu anche vittima di un episodio intimidatorio: dopo aver raccontato, proprio in un servizio di 90° Minuto, della presenza dell’allora presidente dell’Avellino Antonio Sibilia e del brasiliano Juary al processo contro il boss della camorra Raffaele Cutolo e la consegna allo stesso di una medaglia d’oro con dedica, nel novembre del 1981 venne gambizzato in un ristorante nei pressi di Avellino da tre uomini di Vincenzo Casillo, braccio destro di Cutolo fuori dal carcere.

Il giornalista Necco metteva in campo prima di tutto il suo stile apparentemente svagato, in qualche modo diciamo ispiratore del Felice Caccamo di “Mai dire gol”.

Figura che era entrata nel cuore degli italiani come una delle ‘maschere’ più riuscite del teatrino che abilmente Valenti aveva messo in piedi.

I suoi collegamenti lo stadio San Paolo erano una vera e proprio “ammuina” , un condensato di gioia o tristezza a seconda del risultato del Napoli.

Del Necco di Novantesimo minuto non rimangono però soltanto la sciarpa rossa, le battute (la più famosa “Milano chiama, Napoli risponde”), ma soprattutto la coreografia fatta di bambini, e meno bambini, urlanti vicino a lui quando già erano passate due ore dalla fine della partita, ma anche un’ironia nel raccontare il calcio che oggi scatenerebbe valanghe di insulti sui social spazzatura, mentre ai tempi strappava un sorriso anche a chi non tifava Napoli.

Luigi Necco

Paolo Valente

Gianni Vasino curava i collegamenti da Milano, più raramente da Verona. Era solitamente equilibrato e sobrio. Non ha mai lasciato trasparire la sua fede.

Da Roma, spesso e volentieri l’inviato era il laziale Galeazzi, qui con molti chili in meno, rispetto ad oggi. Uomo di sport e di calcio, slegato dal giornalista rampante dei giorni nostri, ha sempre espresso opinioni pertinenti e sobrie, nonostante la sua fede fosse nota.

Giorgio Bubba dalla redazione di Genova era senza dubbio un personaggio. Colorito seppur pacato nelle sue descrizioni, amava dipingere dei quadri con le parole. Si diceva fosse blucerchiato, ma tale passione non è mai trapelata nei suoi interventi televisivi.

Le partite del Torino e della Juventus venivano spesso commentate da Cesare Castellotti, che, sempre in maniera sobria ma non sempre condivisibile, forniva una lettura tecnico-tattica del match al termine delle immagini

Non faceva mistero dei suoi interventi era Marcello Giannini da Firenze, dalla tipica parlata fiorentina. Simpaticamente di parte, amava i suoi giocatori senza remore (Antognoni su tutti) così come non lesinava espressioni feroci con ironia tagliente.

Lo sfortunato Piero Pasini morì nel 1981, mentre lavorava a una partita. Era il corrispondente da Bologna dalla voce caratteristica. Ora il suo posto è stato preso dal figlio Gabriele.

Luigi Necco da Napoli (e talvolta da Avellino) era un personaggio particolare. Forbito nel linguaggio senza disdegnare qualche detto locale. Era dotato di lingua tagliente e ironica. Quandopassava la linea a Valenti, veniva quasi sempre sopraffatto dai tifosi circostanti che si mettevano a urlare “Forza Napoli”.

Non si è mai capito fino in fondo se Tonino Carino da Ascoli ci fosse o ci facesse. Sembrava uno scolaretto ingenuo alle prime armi durante un’interrogazione nella quale sta inciampando sulle parole. La satira dell’epoca lo prese di mira senza pietà e lui un po’ ci giocò. E’ uno dei personaggi più ricordati.

Emanuele Giacoia (qui dietro Valenti) curava i collegamenti da Catanzaro. Dotato di garbo e voce profonda, ha poi continuato la carriera di giornalista.

Franco Strippoli da Bari o Lecce comparve negli anni ’80, seguendo l’alterna fortuna delle squadre pugliesi. Si fece notare per il gigantesco riporto per il quale la Gialappa’s Band lo prese per i fondelli non poco.

Alzi la mano chi non ricorda la curiosa parlata di Ferruccio Gard da Verona (rare volte da Milano). Personaggio sobrio, come tanti e apprezzati giornalisti di quegli anni, fece da colonna sonora al trionfo del Verona nel 1985, di cui era tifoso.

E per finire, guarda chi si vede: Lamberto Sposini lavorò, all’inizio della sua carriera, per 90° minuto curando i collegamenti da Perugia.

Vittorio Basentini