NINO CARELLA
Il telecronista snocciola uno dietro l’altro le impressionanti statistiche di Francesco Totti. Il re di Roma, caduto il glorioso Impero, consolata dalla gloria effimera del calcio, la più importante tra le cose futili (cit. Arrigo Sacchi).
Ma uno stadio intero che piange, una città e una nazione intera – immagino, mentre fatico a trattenere la commozione – che si ferma a tributare omaggio a uno dei suoi figli, non si può spiegare con i numeri. Né con quelli delle statistiche, né con quelli pure memorabili della sua incredibile carriera (i mondiali, i cucchiai, i colpi di tacco, i trofei, i tiri al volo…).
Francesco Totti non é solo la memoria di una generazione, un quarto di secolo vissuto mano nella mano con chi ama il calcio (quindi: tutti); Totti non è solo bandiera di una squadra abbracciata da bambino e mollata a fatica solo adesso, da uomo (e quanta incredulità nel pronunciare quella parola – uomo? Ma chi io? Ah, eh sì, per forza – lui che ha avuto il provilegio e la fortuna di potersi sentire bambino fino a quarant’anni, a rincorrere un pallone, a poter vivere della sua infinita fantasia); Francesco Totti è il simbolo dell’Italia migliore, l’Italia fortunata, l’Italia che realizza i suoi obiettivi sapendo di poter contare sul suo talento, che si crea una (bella) famiglia e la vive al massimo, che sceglie di lavorare nella sua città, tra i luoghi familiari, in mezzo ai suoi amici. Riscatto, e simbolo e riferimento al tempo stesso, dei tanti, troppi, che non ce l’hanno fatta o che non ce la fanno, e che visti i tempi, certamente non ce la faranno.
Un italiano che non è stato costretto a vivere con la valigia in mano, che avrebbe certo potuto inseguire più soldi, più vittorie, più gloria andando via, altrive, ma che ha realizzato (piuttosto saggiamente per un bambino!) che ci sono valori ben maggiori da godere oltre il denaro: quello del tempo che passa e che non torna indietro, dei figli che crescono e che non tornano più bambini, e di una vita che in men che non si dica fugge via.
È (forse?) questo che ci commuove, più delle bandiere, più dei cori, degli slogan, delle partite, delle vittorie.
Che domani avremo altre bandiere, altri cori, altri slogan e ci saranno certamente altre partite e altre vittorie.
Ma la parabola che finisce, di un uomo che ce l’ha fatta, ma che in una notte perde tanto, la gioventù, la passione, la possibilità di esprimersi nell’unico modo che conosce (con i piedi) e che meglio gli riusciva, ci scombussola dal profondo.
E non è solo la storia di un calciatore, e la storia di un uomo che finisce qui di raccontarla.
E’ la consapevolezza che da domani saremo tutti un po’ più soli, tutti un po’ più poveri, e chissà per quanto altro tempo dovremo aspettare un’altra storia come la sua, un altro uomo che – in Italia, amici – ha realizzato tutto, prendendo la vita di petto, e calciandola in rete con una incredibile rovesciata, con lo stadio che impazzisce e viene giù
E non è più solo calcio, e non è più solo Totti. Ma è la nostra vita e siamo noi.
Ciao Capitano, è stato bello vivere questo tempo insieme, anche se non lo sai.
O forse, certo che lo sai.
