di Teri Volini
Dopo la crisi seguente il Corona virus non si è prodotto, in ambito economico e sociale, quel tanto auspicato cambiamento che proprio il virus poteva stimolare. Era d’obbligo far tesoro della dura lezione, comprendendo che l’enormità dei deterioramenti procurati al pianeta e la negligente attenzione alla qualità di azioni, leggi e comportamenti umani sulla terra erano da annoverare tra le cause, dirette o indirette al danno che ci colpiva.
“Abbiamo trasfuso in ogni cosa del veleno: aria, acqua, cibo, in tutto ciò che è essenziale per esistere, e che è invece diventato un vero e proprio tossico quotidiano, preparando la strada ad ogni malattia, dal cancro … ai virus”.
Si è perseverato con maggior ostinazione e scarsa limpidezza di visione, ad augurarsi il ritorno a quella “normalità”, che tanti danni aveva provocato.
Divieto di ritorno alla normalità – https://www.talentilucani.it/divieto-di-ritorno-alla-normalita/
Un vero peccato, un’occasione perduta: nemmeno una crisi come questa è servita a far comprendere che c’era e c’è l’estremo bisogno di un cambiamento radicale; che occorre trovare nuove maniere per assicurare un autentico benessere, nostro e del pianeta, bandendo tutti gli atteggiamenti predatori, dannosi per l’individuo, per la società e per l’ambiente.
Solo le menti più aperte hanno recepito il messaggio che il Covid – suo malgrado – comunicava: l’urgenza di una riconversione totale del nostro modo di vivere, che parta dalla difesa dei beni comuni, piuttosto che della rapacità personale o di gruppi di potere, e si espanda a raggiera nei diversi ambiti.
Invece di puntare ostinatamente, ottusamente sulla cosiddetta “crescita”, su quel consumismo sfrenato che spinge ossessivamente alla produzione e all’acquisto indotto di “cose”, molte delle quali non solo superflue, ma divoratrici di risorse ormai in via di estinzione, o causa di un inquinamento planetario oramai quasi irreversibile, dovremmo fermarci e prendere altre strade.
Il riuso come valore aggiunto
Da tempo nella Commissione europea si parla delle attività appartenenti all’economia circolare: una nuova attenzione per la conservazione e il riutilizzo delle cose e dei beni può mutare la rotta in senso migliorativo. Il riutilizzo porta a un valore aggiunto dei beni, e frena il mostruoso accumulo di materiali, peraltro dal problematico smaltimento.
A questo scopo, è stata creata La Rete nazionale Operatori dell’Usato (Rete Onu), che ha presentato alcune proposte per dare al settore dell’usato la possibilità di esprimere le proprie potenzialità.
In Italia, la Rete riunisce diverse associazioni, e rappresenta cooperative sociali, negozi in conto terzi, rappresentanti di organizzazioni di fiere e mercati, reti di sostegno ai migranti, negozi dell’usato. In molte nazioni europee, simili organizzazioni esistono già, e servirsi dell’usato viene considerato da decenni una buona abitudine.
L’usato come valore aggiunto ha un posto importante nell’economia circolare” ed è di grande aiuto per la sostenibilità: ma perché questo si attui, occorre un vero e proprio quadro normativo, tuttora inadeguato, e un cambio nella mentalità corrente, che tuttora si disperde in una visione cieca, completamente folle, di sprechi, che non ci possiamo permettere nemmeno se siamo miliardari: non si tratta più di un fatto personale, perché i danni che un certo stile di vita provoca a livello sociale a planetario sono inqualificabili e molto, molto visibili .
Ricadute economiche
In ambito ambientale, il riuso è determinante, sia per la limitazione dei rifiuti, che per la svolta nella loro gestione. Le proposte presentate dalla Rete prevedono un riordino legislativo adeguato: costruire regole su misura per i beni usati e il loro riutilizzo, determinare lo sviluppo delle potenzialità del settore, svilupparne le potenzialità, avrebbe riflessi importanti in particolare sull’occupazione, e una rinnovata visione sociale.
Quello dell’usato è un settore considerato ancora marginale, ma recenti studi dimostrano che genera volumi d’affari per diversi miliardi.
Il settore dell’usato recupera dal mondo dei rifiuti beni per centinaia di migliaia di tonnellate all’anno, e superando alcuni ostacoli normativi, come ad esempio, sulla preparazione di base per il riutilizzo, consentirebbe una crescita della capacità d’intercettazione di rifiuti pari al doppio di quello attuale. Si parla di migliaia di milioni di euro all’anno e di un numero notevole di nuovi posti di lavoro nei più svariati settori.
Insomma, ridare una seconda vita a beni di cui altri si sono disfatti, o ai nostri stessi rifiuti giornalieri o saltuari, come elettrodomestici, auto, vestiti, mobili e arredi e lo stesso cibo, di cui esiste uno spreco doloroso, assume un ruolo fondamentale per l’economia e per il risparmio delle risorse del pianeta.
