Le potenzialità economiche della Basilicata sono virtualmente illimitate, arginabili unicamente dai concreti margini della regione. Una infinità dovuta, innanzitutto, ad un “concentrato” notevole di biomi e climi diametralmente opposti in un’area, tutto sommato, limitata. Biomi che, al contempo, consentirebbero almeno in via teorica di impiantare in loco, sempre nel rispetto dell’ambiente e dei territori, ipotetiche filiere produttive hi-tech che potrebbero trovare, proprio nella nostra regione, spazio ed opportunità a sufficienza. Opportunità che, con cadenza quasi regolare, si affacciano nel “silenzio generale” ad una finestra che, sempre più spesso, non ha “panorami” da ammirare. L’ultima, in ordine di tempo, è una scoperta potenzialmente rivoluzionaria e che, probabilmente, farebbe compiere un netto passo innanzi ad uno dei temi più sentiti degli ultimi anni: la mobilità a zero impatto ambientale.

La riduzione delle “impronte” ambientali dell’uomo è un argomento attuale e sempre più urgente: ecco perché, già da diverso tempo, la ricerca di strumenti sempre meno dipendenti dalle energie non rinnovabili è divenuto un must. Tra queste, ovviamente, v’è la mobilità elettrica: un “timido” passo in avanti visto che, a conti fatti, non è esattamente una strada priva di “macchie” ambientali. Fra queste, sicuramente spiccano le modalità di costruzione delle batterie al litio, fra cui il lentissimo tempo di degradazione dei materiali utili alla loro fabbricazione (fra tutti i separatori in polipropilene e policarbonato). Senza contare la loro intrinseca pericolosità: infatti, molte batterie, utilizzano materiali altamente corrosivi od infiammbili, potenzialmente pericolosi. Ma un’alternativa possibile parrebbe esserci: la rivista scientifica Matter ha pubblicato un’importante ricerca che avrebbe trovato nel chitosano, materiale biologico derivante dalla chitina, un fondamentale “alleato” dell’uomo nello sviluppo di una mobilità sostenibile ad impatto zero. Ma da dove si ricava il chitosano? Principalmente dagli esoscheletri dei crostacei e, di conseguenza, potenzialmente dagli scarti dell’industria legata alla pesca.

Le batteria al chitosano sarebbero non solo eco-friendly, poiché lo stesso materiale verrebbe sostanzialmente “assorbito” dall’ecosistema in pochi mesi e grazie all’ausilio di microrganismi “naturali”, ma anche superiori tecnologicamente. Le batterie sperimentali, costruite con chitosano e zinco (al posto del più classico piombo perché più facilmente riciclabile), durerebbero infatti di più e sarebbero persino più efficienti: dalla ricerca emerge che, dopo mille cicli di ricarica, le batterie al chitosano continuerebbero ad offrire un’efficienza vicina al 100%, mentre quelle ordinarie si attestano solitamente intorno al 70%. Dunque, una potenziale rivoluzione, al momento però ancora in sviluppo e studio. Ma torniamo al discorso principe: cosa c’entra con questo la Basilicata?

Ebbene, nello specifico, la nostra regione può constare di due fondamentali caratteristiche che la renderebbero un punto focale per una ipotetica produzione di questa novella tecnologia. In primis, l’esistenza di un’area industriale consistente dedicata al settore automobilistico, con tutto un indotto ed un know how umano professionale e di alto livello. Un “pacchetto” a tutto tondo che potrebbe, come già sta facendo, velocemente migrare verso una produzione specifica compiendo, in teoria, micro-cambiamenti negli assetti umani ed industriali di già assodati da anni (magari, dando un contributo alla crisi sistemica che l’area attraversa da tempo). In secundis, il diretto accesso al mare e la presenza di tanti laghi e fiumi: nonostante la pesca in Basilicata non abbia la diffusione e non faccia “numeri” elevati (seppur sia in costante crescita) come in altre parti d’Italia, essa potrebbe facilmente divenirlo se legata ad un comparto tecnologico hi-tech e che punti nella giusta direzione dell’impatto zero ambientale. Parte delle ipotetiche necessità di materiali, addirittura, potrebbero esser ottenute anche dagli scarti ittici derivanti dal comparto gastronomico, andando tecnicamente ad avere un impatto di rilievo anche sul trattamento dei rifiuti. E se anche la pesca locale non bastasse, la Basilicata si trova esattamente al centro di un’area, costituita con essa da Puglia, Campania e Calabria, dove le attività ittiche sono predominanti: ciò, nei fatti, renderebbe ancor più strategico, geograficamente, il posizionamento di eventuali realtà produttive dedicate nella nostra regione, proprio perché interconnesse con altre potenziali realtà.Dunque, anche in questo frangente vi sono, almeno sulla carta, tutta una serie di caratteristiche intrinseche che renderebbero la nostra regione un potenziale “eden” per tecnologie di questo tipo. Seppur siano, al momento, ancora in fase di studio, la loro entrata in commercio è solo una questione di tempo: ora toccherebbe alla Basilicata cogliere, con largo anticipo, queste opportunità di crescita che guardano al futuro che, sempre più, le nuove generazioni chiedono: più green, più sicuro.