PASSAGGIO A SUD E’ LIETO DI PROPORRE AI SUOI LETTORI UNA NUOVA GRANDE FIRMA LUCANA
racconto
by Carmen Pafundi
Un lenzuolo rovente, madido e pesante, da giorni, si è disteso sulla città: tutto sembra ovattato, lento e faticoso. È comunque uno di quei pomeriggi d’Estate, buono per dedicarlo a persone sole o dimenticate, che non aspettano nessuno, che non vanno più in vacanza o decidono di non andarci più, come me. Decido di passare a trovare un’amica, che fa la volontaria, in artiterapie, presso un centro d’accoglienza per anziani e disabili, La speranza. Il nome è un po’ dubbioso, per me, non perché lavoro con le parole e come un giocoliere le faccio volteggiare nell’aria, cercando meglio che posso di non afferrarle tutte, in quanto togliere è sempre meglio che aggiungere nella scrittura; ma perché ho una disabilItà motoria, e avendo frequentato dei centri di riabilitazione, che negli Anni ‘70 non avevano nomi evocativi, ma acronimi di quello che si era, non comprendo quale speranza ci sia in luoghi così?
Intanto si aprono automaticamente davanti a me le porte del centro, che dividono, in modo scorretto, la scritta La speranza. Il mio sorriso per l’errore grammaticale e subito si fa smorfia; come mi aspettavo vengo assalita dall’aria gelida dei condizionatori, mista all’odore tipico di un centro di riabilitazione, ricovero per disabili e anziani, rievocando in me ricordi spiacevoli. D’istinto vorrei tornare indietro nella calura, che ha maldestramente sbattuto la faccia sulla scritta La Speranza; strusciando sul vetro scivola ai piedi di un tappeto verde sintetico, per poi ruzzolare sullo scivolo e sotto il sole rovente.
Intanto, il troppo gelo interno, se non ha ammazzato gli odori, sembra aver ibernato tutti. Non vedo venirmi incontro la mia raggiante amica Daniela, pronta ad abbracciarmi forte, come ha sempre fatto fin dai tempi di scuola e neanche la scontrosa signora alla reception, che non mi avrebbe detto neanche buongiorno, al più un irritante, per me, “Salve”. E difatti la sento ridere, sguaiatamente, con una collega di una paziente anziana, malata di Alzheimer, che ancora una volta hanno ritrovato nelle cucine, credendo che fossero quelle della sua pasticceria. “Ma tutti i matti ce li mandano qui? Questa voleva mettersi a fare le torte a mezzanotte”. “Almeno faceva qualcosa di buono!”. “L’abbiamo fermata in tempo dal rompere altre due dozzine di uova!”.
No, non sono andata in cerca di Daniela. Sono andata verso quelle risate stridule e apprezzamenti indefinibili. “Buongiorno!”, dico sdegnata. “La cucina?”. “E a che vi serve la cucina?”, mi osserva la signora addetta alla reception, con il suo marcato accento provinciale. “L’amica vostra mo’ viene, non è in cucina”, aggiunge ridendo ironica e guardando la collega, e poi mi osserva come fossi la peggiore idiota delle sue pazienti. Trattengo la risposta che dovevo già darle e sdegnata le dico: “Cos’è, non ha mai visto una persona con una camminata particolare? Ah, già, a lei le persone con disabilità, anzi con delle demenze, patologiche e non senili, la fanno divertire”. “Ma che state dicendo?”. “Cosa sto dicendo? Che se sapessi dov’è la cucina, andrei a prendere tutte le uova rimaste e ve le tirerei in faccia ad entrambe, fino a farvi soffocare, mentre io, e la pasticcera, ce la rideremmo di cuore. Vergognatevi!”.
“Nives!”, mi chiama stupita Daniela, che quando approva qualcosa sorride già con i suoi grandi occhi azzurri. “Andiamo a farci una ciambella, dai!”. Nel corridoio la nostra diversa e storica risata si confonde e spezza un po’ della mia rabbia che provo a far scendere con quel tè freddo che prendiamo alla macchinetta. Daniela mi porta nella ludoteca, di poco diverse da quelle per bambini, solo per la grandezza di alcuni arredi e oggetti: alle pareti, infatti, ci sono dei loro disegni, realizzati proprio con l’aiuto di Daniela, che come me è Diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti; in terra, negli angoli, palle colorate di diverse grandezze; attrezzi ginnici, tappeti morbidi e colorati, e perfino un’altalena.
“Cresciamo, studiamo, educhiamo figli… per poi, a ottant’anni, tornare ad avere le stesse paure che avevamo a quattro: del buio, dell’uomo cattivo?”, osservo guardando un disegno alla parete. “Quello non è l’uomo nero, o meglio quello era suo figlio, che la picchiava e l’ha abbandonata”, mi dice Daniela, in tono professionale. “Ed è finita qui per essere derisa e presa a uova in faccia da…?”. “Questo non l’ha disegnato lei, ma Astrid. Vuoi conoscerla?”. “Dani, non mi convinci a venire qui ad aiutarti… Lo sai che questi posti…”. “L’hai appena fatto benissimo! Sai quanti di noi, volontari e non, avrebbero voluto chiudere loro la bocca? Dai, andiamo da Astrid, che deve nuotare un po’ e poi andiamo via”. “Nuotare?”. “Qui si può tutto con tutto”, mi dice sorridendomi, mentre la guardo perplessa.
Nel tragitto dalla ludoteca alla camera di Astrid, Daniela, m’informa su di lei: Astrid Lange è d’origine tedesca, ha ottant’anni; si è ammalata precocemente del morbo di Pick, una forma di demenza non rara ma più complessa di quelle conosciute, come l’Alzheimer; fino a dieci anni fa l’accudiva il marito, morto d’infarto, e di dispiacere. Era nativo di Napoli, dove Astrid venne a completare gli studi di Letteratura. Furono entusiasti di avere entrambi l’insegnamento in Puglia, dove si sono sposati e sono nati i loro gemelli, diventati uno professore di Matematica e l’altro chirurgo.
“Un medico picchia una madre malata di demenza?”. “Non è stato lui, ma l’altro”. “Cambia?”. “E che alcuni malati, soprattutto di Pick, come mi hanno detto, diventano molto aggressivi e… Da quel giorno Astrid ha avuto paura di lui, essendo gemelli, ammesso che li riconosca, non vuole vedere neanche il dottore; che a sessant’anni viene qui a piangere come un bambino”. Siamo arrivate. Resto sulla porta della camera, sulla quale c’è un grosso numero 5 e la sagoma di un albero, disegnato proprio da Daniela. “Ciao, Astrid, come stai? Oggi sono venuta con la mia più cara amica, Nives”, le dice Daniela con una voce fattasi più dolce, direi materna, avvicinandosi ad Astrid, che non fa alcun movimento. “Siamo pronte? Facciamo vedere anche Nives come nuotiamo insieme nel catino?”. “Eh?”, dico con un sussulto, come se qualcuno mi avesse buttato dell’acqua in faccia. “Tutto bene, Nives?”, mi chiede non a caso Daniela. “Sì, e che…”. “Astrid, ti lascio con Nives e ti vado a prendere il mare”, e l’accarezza, mentre io guardo Astrid che mi ha incantata, più che incuriosita con il suo mare nel catino.
È seduta sulla sedia a rotelle, voltata verso il balcone che dà sull’ampia campagna; pensare che la stia contemplando, che in essa ravvisi un ricordo o cosa la stia attraendo è difficile; mentre io posso cogliere tutto, guardarla impunemente, senza chiederle il permesso e me ne vergogno. Anche se mutata dalla malattia è una bella donna di chiare origini germaniche: esile e alta, capelli bianchissimi, un tempo biondi, e occhi celesti, appannati dalla cataratta e dal vuoto dei ricordi; un naso esile come la bocca e lineamenti leggeri, sebbene inespressivi; la pelle è chiarissima, mentre le mani, affusolate e magre, strette ai braccioli della sedia a rotelle, sembrano azzurre, come di una Regina del ghiaccio.
“Il mare è freschissimo, Astrid!”, dice con enfasi Daniela, venendo dal bagno e sorreggendo un antico catino di latta. “Ah, ma è vero?”, dico io. “E che scherziamo, qui? Questo è suo, ed è l’unica cosa che riconosce e ne ricorda l’uso”. “Te lo ha detto lei?”. “No, il figlio”. “Perché lo fa?”. “Lo faceva da bambina?”. “Capisco”, e sorrido. “Ti dispiace tenere un po’ il mare?”. Lo faccio con un’insolita emozione, mentre Daniela si accomoda di fronte ad Astrid e la gira verso di lei. Le ridò il catino. “Ecco il tuo mare!”, le dice mettendole il catino sulle ginocchia e piano piano le solleva la mano destra e con altrettanta delicatezza comincia a bagnargliela. “Lo senti il mare, Astrid? È fresco, vero?”. Io non guardo più Daniela, che pure sta compiendo un atto, di carità pura e non di capacità, ma guardo Astrid; mi pare di cogliere sul suo volto una smorfia di piacere, non data dal fresco dell’acqua, quanto dall’aver sfiorato il suo mare nel catino. “Ci tuffiamo, Astrid?”. Daniela toglie la sua mano, sotto quella di Astrid e lei, senza smettere di guardare lontano, un orizzonte reso sbiadito dall’afa, che inganna come se fosse un mare che lambisce la campagna, piano fa scendere la punta delle sue dita nel catino; quell’azzurro della sua pelle diafana sembra dare colore al catino, tanto da illudermi che la stessa acqua sia diventata azzurra come il mare; la sua mano piano piano si anima e diventa una creatura marina, sinuosa e misteriosa. “Oggi è davvero bello il mare, Astrid?”, le chiede Daniela e vedo Astrid accennare una smorfia di sorriso. “Adorava il mare”. “Lo vedo”, le dico guardando la mano di Astrid, che ha ripreso vita e sembra averla ridata a tutto il suo corpo, alla sua anima, che non è più in quel corpo ma nella sua mano. “A cosa pensi?”, mi chiede Daniela, alla quale non è mai sfuggito un mio pensiero. “Mi ricorda le bagnanti di Degas”. “Anche a me”, e mi sorride. “Ma ricorda anche me, quando ero bambina”. “Questa non l’ho capita”. “Te lo dissi quando studiammo Degas, in particolare la scultura della bagnante nella tinozza…”. “Che nella tinozza ci siamo lavate anche noi?”. “Che io avevo il mio mare nel catino, proprio come Astrid”, dico lasciando lo sguardo commosso di Daniela e guardando l’ondeggiare della mano di Astrid nel catino e mi perdo nei miei amari ricordi.
Vedo anche la mia mano, di bambina, ondeggiare felice in quell’acqua di rubinetto freschissima, appena versata in un catino smaltato di bianco con il bordino blu, che la nonna paterna aveva nel bagno della sua casa in Lucania, lì dove tutto era permesso ed era più probabile che diventasse altro: come avere il mare nel catino. Perché in quello “vero”, io, che per i coetanei ero una bambina buffa e per la medicina una bambina spastica, era più difficile giocare al mare, che nel catino della nonna.
I miei occhi non hanno mai saputo sorridere, come quelli di Daniela, ma piangere tanto alla ricerca di risposte a domande incomprensibili, come: “Perché cammini così? E perché al mare guardassero me è non il mare? E perché non m’invitassero mai?”. Crescendo, lacrime e domande sono rimaste le stesse, sono mutate solo le parole per giustificare chi le porge e definire me: da una bambina buffa sono diventata una donna paralitica, spastica, handicappata, portatrice di handicap, disabile, diversamente abile. Praticamente una serie di parole buffe, che continuano a incutere la stessa curiosità, paura, vergogna…
Astrid, destata da un guizzo di felicità, muove più forte la mano e gli schizzi mi bagnano il volto, così come mi bagnavano quelli dell’acqua mossa da me, nell’attesa che si scaldasse al sole che entrava dalla finestra, insieme all’odore di menta e basilico e qualche mosca, ansiosa come me. E lei poteva stare, guardarmi, mentre con il mio costume, messo di nascosto della mamma, mi accomodavo nel catino che tutta mi conteneva, mi abbracciava; come facevano mamma e papà al mare, rassicurandomi e sorridendomi: la sola cosa che mi mancava e sempre mi mancherà nei giorni al mare.
“Ehi, piangi?”, mi chiede Daniela. “No, è che il mare è salato e mi bruciano gli occhi”.
– FINE –
Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone, narrati in questa storia è puramente casuale e di fantasia.
Tutti i diritti riservati.
Foggia, 14 agosto 2017
Il mare nel catino
by Carmen Pafundi
COPERTINA Edgar Degas – La tinozza, pastello, 1886 – Musée d’Orsay – Paris
Foto fine testo:
Edgar Degas – La Tinozza, bronzo, 1886/89 – Musée d’Orsay – Paris
