
LUCIO TUFANO
Mario Carnevale
DISFARE FILO DOPO FILO LA TRAMA DEL PASSATO
Pur se la velleità di pubblicare dei tantissimi sedicenti poeti offre sempre ampia materia all’indifferenza e allo scherno, in Mario Carnevale non v’è velleità, bensì l’inderogabile bisogno di comunicare a sé e ai suoi amici il suo segreto sentire.
Egli non si arroga la pretesa di persuadere le fitte schiere degli increduli, non ammonisce i detrattori di sempre, non supplica, né striscia, né indossa la tonaca di Jacopone o di frate Francesco, né va recitando versi come un trasognato folgorato da mistico furore, non si sporge dalle tribune della politica o dal video, non si propone nei convegni e nelle premiazioni ed infine non promuove, sui suoi temi, incontri di “professoroni” e di critici di altre regioni.
Scrive su fogli di carta extrastrong, dattilografando poi con due dita, non usa la penna d’oca della Frusta o dell’Enciclopédie, né la stilografica dei medici letterati assisi alle scrivanie dei
loro studi tra farmaci e ricettari. Per quanto possa apparire un esercizio già praticato a iosa, nelle composizioni di Mario s’intravede lo sgomento per tutto ciò che gli “affermati” comportano di arbitrario e di prevaricatorio.
Certamente egli è uno di quei poeti dell’inedito che, dinanzi alla pagina bianca che pur li attrae e li avvince, sono costretti alla precarietà e allo stimolo di creare in solitudine il loro mondo immaginario e senza regole, sì da riempire i cassetti per fame ogni tanto una loro confidenziale lettura.
Raramente si avvalgono della propria libertà per esporsi al cospetto di coloro che, chiusi nel loro egotismo, non daranno mai un giudizio sincero, utile alla indispensabilità o meno del loro scrivere.
Vi è perfino un condizionamento sociologico nel rapporto tra le loro intuizioni e il disgusto del presente, tra l’artista e quella società cui la loro stessa sdegnosa poetica si rivolge.
Sbaglia chi ritiene che l’artista si libri in una incontaminata arcadia, in un ambiente senza influssi o costrizioni, e c’è chi non crede nell’ autonomia del poeta, nell’ esistenza di valori estetici.
Nel delicato e difficile intento di trasporsi dal pathos personale a quello universale, in questa nuova raccolta di Mario si riscontra il senso dell’amorevole rigetto (il desiderio di “disfare filo dopo filo la trama del passato” e di negare “le forre dei ricordi dove indugiò il sole”).
E perché proprio quei ricordi? A che cosa attribuire tale voglia di buio? Perché vi si ravvisa l’eutanasia della cancellazione?
Egli rifugge da ogni ipocrisia e confessa il suo turbamento quando, nelle circostanze più solenni, un evento volgare, sia pure provocato dalla natura, rischi di profanare la sacralità del momento.
Eppure i ricordi del “turbine di gelo”, quando il fiocco di neve si dissolve nella mano e l’anima si sperde in mille falde, sono la sua più grande risorsa. Così pure al sole di giugno, nel pieno “trionfo delle acacie”, quando i “cortili muschiosi” riportano ancora il clamore dei giochi, il richiamo delle madri insieme allo stridore della grillaia.
Ma dov’è il poeta nel marasma di poeti, poetucci e poetastri ivi compresi quelli i cui versi ci propina una certa TV o vengono riportati ogni giorno da qualche quotidiano?
In lui non si ravvisa la connotazione del poeta maledetto, del poeta che cade nei fossi, che inciampa nelle lucciole, che diverte gli astanti ed è diletto delle donne. È, invece, uno che si confronta con se stesso, che fa l’analisi psicologica di sé al cospetto della realtà e dei problemi che lo circondano, in una società che ha perduto ogni assonanza, che ha spezzato la nota fondamentale, quel “la” del vecchio violino.
Non è certamente un baciapile, quello che corteggia il potere ed è in permanente attesa di incarichi. Non è neppure di quelli che citano Levi, Sinisgalli e Scotellaro per diventarne epigoni.
Mario è di quelli che devono fare i conti con la propria scrittura rispetto alla quale adottano un solo criterio: non prestarsi mai all’enfasi, alla retorica, alle insidie purtroppo apprestate da una letterarietà che ha riempito i sarcofagi della cultura lucana di Isabelle, di vernacoli a rattoppi, di storie al microscopio, di tutta quella produzione, spesso indecifrabile o banale, degli oggetti, dei giorni e di se stessi.
Sa anche che la parola è ormai un relitto, un rottame abusato, in preda all’epidemia dei luoghi comuni, degli inquinamenti da mass-media, da pubblicità, dalla logorrea del politichese, del sindacalese e del regionalese.
Ecco perché nella sua scrittura, mentre questa si compie, si conciliano contestualmente no pensante e no poetico.
Vi sono cerimonie trasmesse per televisione, manifestazioni di presentazione, platee di applausi fragorosi alla lettura dei versi, vi sono strette di mano e proclamazioni, discorsi protesi a sostenere come la poesia debba godere di grande dignità e debba svolgere un ruolo fondamentale nella nostra società.
Ma succede, anche per gli eccelsi. che si ricada nella depressione o nella rassegnazione, quando ci si accorge che i poeti sono tanti, tutti da leggere in una schermaglia di versi da non prendere sul serio.
Spesso il potere locale li considera per compiacerli e per compiacersene, un pò come facevano i signori con i giullari di corte nel periodo rinascimentale,così i politici rivoluzionari utilizzano quelli come Majakovski, i conservatori amano i poeti decadenti o crepuscolari, i progressisti e i moderni si fregiano di Marinetti, gli aristocratici dell’800 si inebriano di notturni e di tramonti di tutta la poesia dello “Sturm und Drang” di Madame di Stael e di Gray, di Foscolo e di Macpherson, i novecentisti di D’Annunzio e di Gozzano, quelli degli anni cinquanta ancora insistono con il mondo contadino e con la nostalgia di strapaese, delle galline e dei peperoni secchi.
Infine gli stessi poeti disprezzano coloro dei quali chiedono l’attenzione e condannano la società in cui quelli sono i potenti.
Passano da una frustrazione all’altra, si isolano o scoprono di essere stati isolati. E così il dolore esistenziale viene lenito solo con la gratificazione del rifugio nelle memorie e con la constatazione di come il mondo abbia smarrito la sua nota fondamentale[1].
Il tema ricorrente nella mia pittura è la rappresentazione della Natura, del paesaggio lucano, ma non necessariamente sempre lucano, perché un orientamento in tal senso sarebbe riduttivo.
Qualsiasi territorio per me potrebbe essere pittoricamente valido, ogni villaggio o paesaggio potrebbe divenire motivo d’ispirazione.
La Natura, però, non è il modello che riproduco “sic et simpliciter”, bensì il motivo che mi offre la chiave o l’illusione per schiudere il processo creativo.
I miei paesaggi mi piace contenerli, quando ricorre l’occasione, in atmosfere cristalline, proprio com’è il cielo di Potenza in alcuni periodi dell’anno, e dipingerli con particolare plasticità compositiva che appare più evidente nelle nature morte dove la mia tendenza metafisica assume toni inquietanti e misteriosi, specie in ambienti in assenza di gravità.
Nel mio lavoro, infatti, cerco di cogliere il senso segreto delle “cose”, proprio nell’esaltazione poetica del loro valore intrinseco, e i paesaggi li ricompongo in una rigorosa volumetrica spazialità come se emergessero da magiche associazioni di memoria della campagna potentina, unica per colore, fascino e bellezza nel paesaggio lucano.
Mi pongo sempre dinanzi alla Natura con senso religioso e reverenziale, scorgendo nella sua fenomenologia il miracolo della creazione e colloco me stesso come elemento della Natura e come misura anche di me.
Fatta eccezione di un solo quadro che rappresenta mia madre in atteggiamento di riposo, nei miei dipinti non appare mai volutamente la figura umana, perché l’uomo (Cultura), avendo perso la misura di sè, è in conflitto con la Natura e ritiene di poterla manipolare e assoggettare a suo piacimento, con tutti i danni che ne derivano. Anche Ia campagna potentina, suggestiva soltanto nella mia memoria, registra segni evidenti del disastro ecologico e paesaggistico. Ecco perché sono arrivato al punto, forse paradossale, di considerare l’uomo inquinante e rovinoso anche sulla tela.
In merito alla nobile iniziativa della FIDAPA di realizzare una “Storia dei pittori potentini e la città”, ritengo doveroso di esporre brevemente la mia opinione, anche in prospettiva di un rinnovato e riposizionato discorso filologico e storiografico.
La peculiarità del pittore potentino non consiste nell’abilità di dipingere con consumato tecnicismo soltanto frammenti di vita contadina o nell’ostinazione di “cantare” anacronisticamente quella civiltà agreste che non c’è più, quelle atmosfere di miseria, di malattie, di sudiciume e quei volti scarni e malarici del periodo dei regimi baronali e padronali e che tanto somigliavano alle facce scheletri che e sofferenti dei contadini della steppa russa del regime zarista e sovietico poi. La suddetta peculiarità, invece, va riferita unicamente alla sensibilità dell’artista, alla sua formazione culturale, alla sua fierezza e alla sua storia di potentino, insomma al suo patrimonio genetico e temperamentale che gli dà la possibilità di cogliere altre tematiche e motivazioni che la città gli offre e altri mondi oltre la “siepe”. Il contrario di questo significa voler rimanere assediati nella cittadella, voler rimanere su posizioni rigide che impediscono l’accesso ad un circuito più ampio, come quello di una Europa unita anche culturalmente. Dice Dimitri Prigov in”L’arte e l’ambiente”: “L’arte ha due volti. Uno è rivolto all’ambiente. Allo stesso tempo l’espressione creativa richiede che l’artista ne sia estraneo, che operi ai limiti estremi dell’esistenza”. E Marshall McLuhan in “Gli strumenti del comunicare” (Il Saggiatore – Milano) afferma: “L’artista è un uomo che in ogni campo coglie il nuovo sapere della sua epoca. È l’uomo della consapevolezza totale.”
Premesso quanto sopra, mi piace ricordare che Picasso rimane pittore di Malaga, anche dopo aver dipinto il mare delle coste mediterranee della Francia che per lui rappresentavano “una specie di regione ideale per la pittura.” Così Gauguin rimane pittore parigino anche dopo aver consumato la sua esperienza pittorica del primitivismo esotico a Tahiti. Così toscani rimangono quei pittori che da Firenze, da Pisa, da Siena, da Vinci o da Arezzo si trasferivano su commissione in tutta Europa.
Da noi succede esattamente il contrario: il pittore potentino che osa dipingere anche il mare o le foschie della laguna veneta cade nel l’oblio, anzi non viene riconosciuto nè come pittore, nè come potentino.
Ad esempio, il Maestro Squitieri, in un articolo non firmato pubblicato su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 gennaio 1998, è stato letteralmente foibato. Di questo fatto fece sentire la sua voce di protesta il Dr. Luccioni in una lettera aperta indirizzata al suddetto quotidiano.
Allora a me viene il sospetto che certi elenchi e graduatorie di merito dei pittori potentini,riportati proprio nell’articolo del citato giornale, siano compilati verosimilmente con la logica di mercato, al fine di conservare il primato del “bluff and business”.
Ma tornando a me, se devo confessare a quando risale la mia iniziazione nell’arte pittorica, una data precisa, un particolare episodio o una sicura motivazione non sono in grado di determinarli, ricordo invece, tra le nebbie del tempo, che l’approccio alla pittura avvenne in un giorno di sole, nel respiro fragrante di giugno.
Mario Carnevale
[1] Da: “Dualismo”. Edizioni Ermes. Potenza 1999 (presentazione di Lucio Tufano).