Nel centenario del sindaco insegnante Michele Lotierzo

                              

 

          di Antonio Lotierzo

                   

Per chi vive nell’età della globalizzazione, in cui emerge la Cina e l’India, ma si ripropongono anche questioni territoriali fomentatrici di guerre nazionalistiche non è facile lasciare affiorare nella conoscenza quel periodo storico fondamentale, fra 1947 e 1980, in cui operarono partiti oggi scomparsi coma la DC, il PCI ed il PSI, per limitarci a questi, tutti in gara fra liberalismo e forme di socialdemocrazia, fra  protezionismo capitalistico e determinazione progressista del ruolo delle forze produttive e dei movimenti radicali connessi con l’espansione dei diritti civili. Eppure noi deriviamo da quelle lotte e tensioni, che si basavano sulla divisione in blocchi del mondo, crollata appunto nel 1989 quando si spense l’esperienza vitale di Michele Lotierzo, unico sindaco democristiano di Marsico Paterno, di cui ricorre il centenario della nascita.      

Michele Lotierzo

                           

A questo paese ed alle lotte politiche novecentesche dedicai un volume che partiva dalla documentazione ereditata da questo modesto protagonista, il cui titolo era: Nel Novecento:Marsico, Paterno e il sindaco Michele Lotierzo (pp.257, 2004, disponibile almeno in biblioteca).   Fatto sta che, per biografia, Michele Lotierzo, nato il 20 marzo 1923, assorbe per un ventennio il clima del fascismo ma, scaraventato in guerra il 4 agosto 1942 e  fatto prigioniero in Croazia il 10 settembre 1943, venne catturato dai Tedeschi e detenuto a Stargard (Pomerania- Polonia) nello Stalag II D PU 52 fino al 28 agosto 1945.             

   

 Con questa biografia, Michele, insegnante elementare, gruppo sociale che allora contava in ogni paese per cultura e trasmissione valoriale, dopo di aver discusso delle proposte politiche socialiste e democristiane, scelse la DC dal 1947, aderendo al successo dell’on. Emilio Colombo ed ai gruppi sociali, dalla Coldiretti al  clero locale, con deciso anticomunismo (viste le condizioni di vita che egli aveva constatato fra le popolazioni del ‘dio che ha fallito’). Eletto segretario della DC, inizia il suo ‘periodo eroico’, vale a dire il decennio d’opposizione al PCI radicato e che vinceva le elezioni amministrative in Marsico Paterno (1947-1960) e poi il decennio e poco più dell’ ‘egemonia democristiana’ in cui fu eletto sindaco (1960-1973), quasi da ‘comunista bianco’ per il suo legame con il ceto popolare, anni che videro coincidere i suoi mandati col centrismo, con la modernizzazione capitalistica, favorita dalla Cassa ed enti di sviluppo anche agrari, con la superstrada dell’Agri in funzione dell’Autostrada per Salerno, con la ristrutturazione della rete fognaria, idrica ed elettrica, compreso il rifacimento e pavimentazione delle strade, in un contesto in cui gli asini tramontarono e giunse la Fiat, si espanse la Tv e la cultura ‘italiana’, il vino nelle cantine venne sostituito dalla birra nei sotto e padrone ma restò il maschilismo, una fede a sfondo folclorico, la maldicenza familistica, l’ espansione dell’emigrazione ‘europea’, che avrebbe comportato, per gruppi, l’introduzione di nuove attitudini religiose e mentali. In questo clima s’aggiunse il Concilio e Giovanni XXIII, l’americanismo di J. F. Kennedy, la contestazione giovanile e i capelloni, l’eco delle lotte operaie del 1969, i Beatles  il festival di Sanremo ed il folk revival commerciale delle feste paesane. Le traversie politiche e familiari le ritroverete nel libro. Resta da chiarire perché questi eletti non accettarono e favorirono un centro sinistra, che era già forza di governo, contarono forse i cattivi rapporti interpersonali e familiari che si trascinavano  e avvelenavano il clima paesano. Nelle elezioni del 1973, una coalizione di undici di sinistra, costrinse all’opposizione gli otto della sola DC. S’avviava il periodo che circonfuse Berlinguer, che portò alla legge sul divorzio, sull’aborto e sugli emergenti diritti civili e in parte sociali e che avviava la DC a connotarsi come un partito conservatore, avvolto nel doroteismo che incappò nell’affare Moro, nel sisma del 1980 e nell’emergere della mafia legata alle droghe. Il pensiero politico di Michele si adeguava al giornalismo de ‘La discussione’ ed ai commenti de ‘Il tempo’; la sua azione quotidiana fu popolare, di interventi in piazza, in cantina, a scuola, nella festa patronale, negli anniversari come il due novembre. Presenziare nella comunità fu il suo impegno e testimonianza attiva. E forse questo gli consentì un’ulteriore e breve nomina a sindaco nel 1985, anno di morte, nevicata  e incendi verso Santino.

                                        

 Un gruppo di  suoi studenti prese l’abitudine di rievocarlo in una cena amicale annuale (Razza, Cicchetti, Angelo, Rivelli, Vaccaro, D’Agrosa F., Pasquariello, Arlotto, Avallone, Iriti, Votta); venne intitolata a lui la sezione del Partito Popolare, con foto dell’ on Peppino Molinari, ora su facebook. Nicola Lisanti, che qui si ringrazia, scrisse una recensione a questo saggio, su di un quotidiano Per una lettura di contesto rinvio almeno all’equilibrata sintesi offerta nel saggio di Giampaolo D’Andrea, contenuto nella laterziana ‘Storia della Basilicata’.  Per cogliere la mentalità stanziale, paesana e di forma contadina che circondava la ruralità lucana conviene sfogliare sempre, con l’attenzione per le ambiguità e menzogne culturali presenti anche nel nostro folclore, le pagine di Michele G. Pasquarelli, che evidenziano a noi lettori con quale lentezza abbiamo mutato di abito esteriore ma forse non del tutto, viste le permanenze di quei costumi mentali che ci caratterizzano come ‘altra Europa’, inquietandoci  con un ‘pensiero meridiano’ che sposa lentezza ma anche pesante immobilismo ‘da costa a costa’. Di queste vicende, azioni e delusioni, cosa vorranno sapere i sei pronipoti  in formazione e che allietano gli eredi?