di  Antonio Lotierzo

Qualche mese fa, l’arch. Remo Votta mi contattò per scambiare informazioni, per lo più linguistiche e folcloriche, su di un calendario 2024 che la preziosa Associazione Culturale onlus Ruggero II Sanseverino si apprestava ad approntare, d’intesa economica col Comune. Tirato in migliaia di copie, diffuso, il calendario (una decina di pagine, fronte-retro, di cm 29 x 40, senza indicazione di fattura tipografica) fornisce informazioni utili (sulla raccolta rifiuti, sui numeri da contattare per salute e assistenza municipale) mescolate con proverbi, consigli del mese, dialettismi dimenticati o poco circolanti).

 Nel lavorio preparatorio affiorano i problemi di resa grafica del dialetto dell’area detta di ‘Basilicata centrale’, che solo in parte sono riuscito a suggerire di uniformare, perché la grafia resta incerta e plurima ( Gianuario è scritto: Scinuarië; Gianuarië) e forse così deve restare per adeguarsi alla pura resa dei parlanti. L’arch. Remo Votta, che lavorò dal 1976, importante funzionario regionale, suggeritore politico che ha svolto un ruolo nelle scelte di urbanistica fra 1980 e 2010, collaborando con politici come Pasquale Casaletto, Domenico Vita e  Marcello Pittella, ha sviluppato una sensibilità che unisce il paesano con il salernitano ( ancora è da scrivere la storia dell’emigrazione a Salerno della piccola borghesia dopo il 1958), il senso del locale con le innovazioni. Sua è la scoperta delle origini lucane di G. Brassens, valorizzato nella toponomastica (nella ‘Già piazza Seminario’). Suoi interventi nazionali in sede di progettazione territoriale che andrebbero ricostruiti in una cronaca puntuale.  Il calendario appare firmato dal presidente della Ruggero II, l’arch. Antonio Pisano, che descrive gli inserti inseriti, dai personaggi ai proverbi, da termini quasi dimenticati a brandi di tradizioni. Pisano ricorda che esiste una verità nei proverbi ma anche una menzogna; essi sono carichi di un’ambiguità o meglio di un’ambivalenza valoriale, per cui non rappresentano sempre e solo una saggezza originaria e assoluta ma anche la cultura popolare nel tempo del patriarcato, delle strutture feudali precapitalistiche, del tutto diverse dai valori costituzionali, successivi al 1947, che furono espressione di una democrazia repubblicana del tutto inimmaginabile nell’ antico regime monarchico e in una società statica, fondata sulla rigida divisione fra cavalieri-proprietari, laborantes-contadini-artigiani e orantes, sacerdoti che gestivano le forme della ritualità religiosa. Tuttavia quel patrimonio, a brandelli o per ‘relitti culturali’ opera ancora in molta mentalità, che si trasforma con lentezza e non contemporaneamente in tutta la società, per cui vale la pena di richiamarlo, relativizzandolo ed europeizzandolo dove e quando occorre. E’ un lavoro di educazione che va messo a confronto con l’era dei mass media e dell’informatica. 

Cappa, Lotierzo, Votta e Canarino,1985

Per il calendario, l’arch. Pisano si è servito della consulenza di A. Fortunato; M.Grosso; C. Notarfrancesco, G.Pasquariello, M. Vaccaro. Nelle immagini la scuola occupa un posto centrale; dal 1870 al 1970 ogni paese appare condizionato dalla presenza dell’insegnante elementare, figura centrale sulla cui influenza bisognerebbe ritornare, avendo quello esercitato un influsso anche nella vita politica oltre che sociale (dal periodo giolittiano al fascismo ed all’egemonia democristiana). Altre figure centrali erano: il geometra, il farmacista, il medico. Con il sisma del 1980 s’avviò il tempo degli ingegneri e quello degli avvocati. La geografia economica, nel frattempo, segnava il tempo della discesa del paese nella valle, il momento dell’autonomia come decentramento, unita al consumo di suolo a danno dell’economia, che induceva anche una crisi demografica e un vertiginoso spostamento verso le città o paesi-città come Potenza.                                     

Interessante, nelle immagini, è il tema della trasformazione e difesa del territorio, con le immagini del Tummolo, luogo sempre citato di lavoro operaio duro: della costruzione di strade come a S. Vito; del viadotto a s. Elia; della forestazione invocata nella simbolica festa degli alberi e presente nelle Raje solo nella parte alta, mentre abbastanza brullo appare altro paesaggio, non addomesticato. Mostrare espressioni dell’antico, il vuoto del viale che un sindaco monarchico e postrisorgimentale omaggiò alla regina, la debolezza edilizia del patrimonio ecclesiastico, può avere un senso se illumina il mondo da cui proveniamo e se diventa momento di riflessione unitaria fra le generazioni.