antonio lotierzo

Le Edizioni Studio Elle, curate dal grafico Maurizio Larocca continuano a centellinare, da Villa d’Agri, raffinate pubblicazioni, ultima questo volume proteiforme di Mario Vignola: Marsico 1629 in once e regesti. Saggio di seicento pagine, per lo più di storia, che parte da un catasto del 1629, da lui rinvenuto nel palazzo Barrese ( e che dovrà essere consegnato ad un archivio). Ma lo studio  si estende, con un soggettivo percorso, va alla ricognizione di un mondo sociale colto nei numeri, nelle persone e nei simboli. Nondimeno appare come una personale enciclopedia popolare che contiene lo svolgersi diacronico di fatti sociali e protagonisti  ma che acquista vivacità per un suono di fondo, che è la voce narrante di Vignola, che si fa moralista, intervenendo nel testo con aforismi e commenti che danno un particolare sapore a questa scrittura, che orienta il lettore con i suoi ‘avvertimenti’, enigmatici e non tutti condivisibili. Eccone tre, estrapolati: “La parola scritta, se non incanta, come si vorrebbe, in ogni caso, realizza un’entità: la materializzazione del pensiero ”;”Senza sostanze non si può realizzare nulla”; “La sofferenza genera benessere”. Sembra di leggere un moralista del Seicento, secolo di ferro, ma anche tempo in cui s’avvia la rivoluzione scientifica, da  Galilei a Descartes, osteggiata dalle strutture ecclesiastiche e feudali, cementate col tomismo e, ancora di più, con le disposizioni difensive della riforma cattolica, che relega l’Italia in quella zona meridionale di tradizione arretrata che ignorerà l’avvio del pensiero giuridico giusnaturalistico, del commercio con le Americhe e delle forme repubblicane che s’iniziano a sperimentare fra l’Olanda e l’Inghilterra delle rivoluzioni, mentre da noi se ne riparlerà solo con i riformisti settecenteschi, come M. Pagano, destinati a tremendo rifiuto.  Marsico sta vivendo un suo splendore storiografico, un rinascimento culturale che, forse, non lambisce e rinnova la società civile, dalle ricerche sulla diocesi di Giovanni A. Colangelo al testo sulla Carboneria di Maria De Cristofaro, da Enrico Votta ad Ignazio De Blasiis, dai vari e notevoli saggi di Antonio Capano ai due contributi sintetici di Giuseppe Pasquariello, fino a pervenire ad Aurora Isabella, insigne medievista che ha ricostruito le sessantadue pergamene del Monastero  di S. Giacomo, dei Celestini ed al mio ‘Marsicensi’ (2017 ma riedito, ampliato, nel 2018 presso Youcanprint).Le associazioni folcloristiche ed ora il premio Brassens segnano il territorio d’azione culturale in questo anno lucanocentrico, pur nella crisi demografica cui non sfugge l’appennino. In tale lievito è fermentato, per  circa tre decenni, questo lavoro di M. Vignola, che sa d’ossessione oltre che di lodevole narcisismo, inteso come costruzione d’un io sociale distintivo. Testo di costruita bellezza fondato sull’intarsio fra le parole di Vignola e le immagini continue, fino ad essere eccessive per un testo saggistico che resta un’ opera di pensiero riflessivo. Ma qui siamo come di fronte alle pitture medievali, che tentano di spiegare allo sguardo del popolo con semplicità proposizioni e sensi ben più complessi. Non vi è storia alta, politico-istituzionale, ma una messe variegata di cronache tutte godibili: lettere, elenchi, cognomi e capofamiglia, attività produttive, rituali funebri, corredi, note economiche e spese private, ricognizione catasto Tapia del 1629, carestie cicliche ed effimere insurrezioni.

GARBATI NUDI

Dopo il monumentale volume di ‘Foto regesta’ del 1997, ora consultabile sul web, con questo prezioso assemblaggio di Marsico 1629 il Vignola presenta come un testamento spirituale del suo essere stato marsicano per oltre settant’anni; la sua è una visione dall’interno, uno sguardo forse troppo pietoso verso le ‘non lodabili consuetudini’ ed un intreccio fra la sua persona e talune strutture familiari di quel passato, che, si può anche sostenere, non sempre andava caricato di una nostalgia di visione, perché se ne perderebbe la sua tensiva drammaticità. In un diagramma di linee storiografiche, per cui mi permetto di rinviare al mio saggio, Vignola appare più vicino ad Andrea Barrese e I. De Blasiis;  distante dal revisionismo di G. Pasquariello; ancora più lontano da Colangelo, me e l’Aurora, in cui il problema storico precede l’applicazione sul documento. E tuttavia i lettori, che il saggio di Vignola si merita, vi troveranno tanta documentazione ed osservazioni di ‘pensieri’ che varrà la pena leggere, consultare e conservare questa fatica del biologo cultore di storie patrie.