di FABIO AMENDOLARA
MATERA – Mario Trufelli, giornalista, scrittore, poeta, seduto sulla fontana davanti al palazzo del governo nella bella piazza di Matera ha appena confermato al cronista che il fermento intellettuale era di quel preciso momento storico: il dopoguerra. La cultura contadina, quella, per capirci, di Rocco Scotellaro, aveva segnato gli intellettuali e i loro racconti. Un attimo dopo il bravo attore e cabarettista Antonio Petrocelli si misura in oltre un minuto di bestemmie in stretto slang materano anteponendo “mannaggia” ai nomi di santi, al cristo, alla madonna, alle parti intime del papa, al bue, all’asinello, eccetera, eccetera. È seduto su un sasso nel cuore della campagna materana e spiega: “Così bestemmiavano i contadini” quando il dente dell’aratro non entrava nella zolla perché prendeva una pietra. Oppure perché l’acquazzone aveva rovinato la cicoria. Bene, convinzioni religiose a parte, mandare in onda un minuto e oltre di fantasiose bestemmie lo trovo davvero di cattivo gusto (Il video con la performance di Petrocelli).
Lo spezzone è contenuto nel documentario Mater Matera scritto da Andrea Di Consoli con la regia di Simone Aleandri e la collaborazione di Rai cinema. In questi giorni è in visione su Sky arte.
Una bella fotografia, riprese di qualità. Ma proprio mentre mi stavo appassionando alla storia di Di Consoli che arriva in treno a Ferrandina e che spera che la Matera che ha lui nel cuore sia sparita spunta Petrocelli. Il suo smadonnare è stucchevole, nonostante l’intonazione, la mimica e tutto il resto. E non si può far passare quella – come invece si vorrebbe – per la cultura contadina. Era in quelle bestemmie il senso spirituale, materiale ed emozionale, della Basilicata che è stata? Non ho gli strumenti per dare una risposta ma non riesco a immaginare un contadino degli anni Cinquanta sprecare tutto quel tempo e quelle energie a imprecare. E se anche l’avesse fatto non è quello l’indizio culturale da sottolineare per raccontare la cultura rurale materana. Al più è sottocultura. Contadina sì. Ma sottocultura. E anche della peggior specie. Pertanto, a mio avviso, in un documentario di quel livello non era da considerare.
Di Consoli prova a creare una contrapposizione classica e anche ormai un po’ scontata: cultura rurale contro cultura urbana. Lo spiega in un’intervista pubblicata su Internazionale. “Il realismo mi fa dire che Matera crescerà grazie al turismo e al benessere che ne deriverà. D’altra però scorgo altre tracce. Ho l’impressione di assistere alla morte di una città che era al centro di una grande civiltà, di una grande cultura e di una grande mitologia nella quale sono nato e cresciuto, quella contadina, una cultura che ha permesso a grandi scrittori, giornalisti e registi di ambientarvi o realizzarvi opere importanti. Matera è una città chiave per capire il Mezzogiorno e il suo futuro. Insomma, di cosa parliamo quando parliamo di turismo? La fruizione turistica della città è molto veloce, molto rapida, e questo di per sé non è un male, ma io mi chiedo: la gente, osservando per tre ore Matera, che tipo di appagamento trova?”. Sottoscriverei ogni parola. Prima però sarà necessario stabilire cos’è cultura contadina e a quale Civiltà Di Consoli fa riferimento. Se è quella del bestemmiatore io non ci sto a salvarla.