“No logo” è il titolo del famoso saggio di Naomi Klein che scagliandosi contro le multinazionali nascoste dietro i loro rassicuranti logo, ha dato forza al movimento no-global.
“Questo logo no” è la reazione quasi unanime dei materani all’indomani della rivelazione del nuovo logo scelto per accompagnare le iniziative di Matera 2019, e segnare il passaggio da città candidata al titolo, a città vincitrice. Polemiche a non finire, il logo non piace, anche se qui probabilmente sconta l’inevitabile legame affettivo con il precedente e una certa avversione alle novità. Di certo con il passare del tempo anche il logo diventerà parte del nostro patrimonio collettivo come già lo è diventato fin quasi alla nausea, il 2019.
Quella del cambio del logo è stata una iniziativa e una necessità di molte altre città Capitali europee della Cultura prima di noi, si sono affrettati a spiegare dalla Fondazione, per mettere le mani avanti rispetto alla possibile ripresa delle polemiche che già accompagnarono due anni fa l’annuncio del bando per il cambio del logo, e che proprio in conseguenza di quelle polemiche (virtuali ma anche reali tanto da interessare il Comune e il Consiglio comunale), fu congelato appunto per due anni.
Fino a ieri.
E in molti se lo sono andati a spulciare il famoso bando, scoprendo che la modalità prevista per la selezione del logo doveva essere assai diversa: una giuria tecnica avrebbe selezionato le 3 migliori proposte, e il “pubblico” avrebbe scelto il vincitore fra i tre. Con il senno di oggi, sarebbe anche stato un ottimo momento di condivisione e partecipazione, vista la distanza abissale che allo stato attuale separa i materani dal 2019. Nonostante gli sforzi per gettarsi ponti reciproci, da una parte e dall’altra.
Invece la giuria ha annunciato il vincitore del bando saltando la fase di consultazione popolare. Cosa è successo? Dalla Fondazione nessuno commenta, e in attesa dei comunicati ufficiali, siamo andati a spulciare tra le carte disponibili sul sito “amministrazione trasparente” della Fondazione 2019. Si legge che:
- […] come da verbale del 20/11/2017, la Commissione ha valutato come unica proposta che ha superato il punteggio minimo (art. 8) con una votazione di 75/100, quella contraddistinta dall’identificativo 191, in quanto ritenuta capace di interpretare il brief in tutte le sue richieste. In particolare, la Commissione indica le seguenti motivazioni di premio: a) la proposta di marchio/logotipo selezionata offre una duplice visione che lega passato e presente, aprendosi al prossimo futuro; b) rappresenta una possibile evoluzione del precedente logotipo, rivolto ad una visione più contemporanea, frammentata, puntiforme, priva di alcuna centralità, aperta a una serie di relazioni materiali e immateriali; c) lavora più sul concetto di vuoto che di pieno, adoperando semplici forme geometriche, producendo un sistema armonico e dinamico che si compone nello spazio e trova nella componente cromatica un elemento utile a smorzarne il rigore e aumentarne l’aspetto suasivo della comunicazione; d) si basa su elementi formali, tipografici e cromatici scelti con attenzione che potranno essere ampiamente declinati anche per caratterizzare i 5 sotto-temi di candidatura.
Pertanto, se l’italiano non difetta, si capisce che fra i circa 450 lavori presentati la giuria ha ritenuto che uno soltanto superasse la votazione minima di 60/100 (praticamente la sufficienza) per poter essere ammesso alla votazione pubblica. Che a questo punto sarebbe stata inutile.
Eppure durante la presentazione (salvo un mio difetto di attenzione), la scelta del logo è stata presentata come scelta libera della giuria, non come obbligo data la sostanziale mancanza di opzioni alternative.
Pane gratis ai malpensanti, che ora denunceranno che si è trattato solo di un escamotage tecnico per saltare (per misteriosi motivi) la fase di consultazione popolare. E le polemiche invece di sedarsi, aumenteranno. Anche perché pare obiettivamente difficile pensare che tutti gli altri 449 partecipanti (tra i quali senz’altro degnissimi professionisti) fossero tutte capre del design. Non è nemmeno bello da dire, per quanto severa possa essere stata la selezione.
Oltrettutto, la scrupolosa Fondazione ha anche commissionato uno studio di “ricerca di anteriorità” alla società Barzanò&Zanardo di Torino, per verificare che il logo non fosse già in uso da altri. Il 15 gennaio la B&Z ha risposto con un lungo report, nel quale si legge che il logo scelto “non è propiamente originale: sono emersi 525 marchi” che utilizzano quadrilateri colorati, alcuni dei quali costruiti secondo la proporzione aurea (“Proporzione LAUREA, si legge tra gli allegati alla delibera, ma io dico…); concludendo addirittura che “si ritiene quindi che l’adozione del marchio OPEN FUTURE da parte Vostra per attività culturali e di intrattenimento, organizzazione di eventi, convegni, seminari e workshop, allestimento di stand, divertimento, manifestazioni culturali, istruzione e formazione, intrattenimento anche televisivo e radiofonico (classe 41) e per i prodotti e servizi ad essi correlati non sia del tutto esente dal rischio di contestazioni da parte di terzi, né tantomeno da quello relativo alle obiezioni di non registrabilità.“
In buona sostanza, il marchio vincitore del bando – per manifesta superiorità, sic – potrebbe non essere nemmeno registrato, o potrebbe essere contestato da terzi che potrebbero dunque reclamarne la paternità. Un’ipotesi da futuro remoto, per citare il dossier, ma comunque possibile.
Insomma, dopo la conclamata mancanza di luoghi della cultura, per colpa e incapacità di Comune e Regione, si incespica pure sui loghi.
Qualcosa avremo senz’altro fatto di male, per meritarci tanta approssimazione.
