NINO CARELLA

Potrebbe esserci un clamoroso colpo di scena nella già di suo assai teatrale avventura dell’amministrazione De Ruggieri. E’ stata infatti celebrata ieri sera la terza Direzione di fila del Partito Democratico cittadino, per analizzare e decidere il da farsi riguardo la crisi conclamata al Comune di Matera, e la pubblica richiesta di soccorso lanciata dal sindaco all’opposizione.

Un breve riassunto delle puntate precedenti della telenovela che appassiona i materani (no, non parlo di “Sorelle”) si rende a questo punto necessario, e partendo dal principio: in principio, un gruppo minoritario del Partito Democratico aveva messo in croce il governo Adduce per tutti i cinque anni del suo mandato; lo stesso gruppo decide coerentemente, alle elezioni successive, di sostenere il candidato sindaco del centrodestra, l’avvocato Raffaello De Ruggieri (per non litigare già in partenza sui rispettivi, inconciliabili simboli, tutti si mascherano di finto civismo), e qualcun altro del PD lo fa invece sottobanco al ballottaggio, cappottando l’artefice del miracolo Matera 2019 e siglando la loro vittoriosa rivincita. Spettatori paganti: gli elettori materani, che evidentemente di tutta la manovra non ci hanno mai capito granchè, nonostante lo sbracciarsi di tanti che hanno provato ad avvisare e mettere in guardia il popolo, giacché vedevano sfumare, se il piano fosse andato in porto, la grande opportunità a portata di mano di un evento che poteva rilanciare Matera, la Basilicata, e tutto il Sud Italia.

E infatti il piano è andato in porto.

Il resto è cronaca recente: la maggioranza vincente nelle urne non è mai riuscita ad esprimere uno straccio di progettualità, preoccupata più di distruggere il lavoro precedente che di crearne di proprio, e bloccata da veti, aspettative di carriera e incarichi, dispetti e incompatibilità personali. E quindi, gli stessi che avevano messo in croce Adduce, cominciano ora a mettere in croce De Ruggieri, lanciandosi in feroci reprimende, seriosi comunicati stampa, fino ad arrivare al ritiro degli assessori e alla minaccia costante della crisi politica. Che si trascina stancamente per quasi un anno, fin quando De Ruggieri si stanca, e lancia un appello all’opposizione per sostenere il suo governo, per senso di dovere e responsabilità nei confronti di Matera 2019.

Il Partito Democratico, che fino a questo momento aveva decisamente respinto con sdegno l’ipotesi di sostenere De Ruggieri, adesso comincia a pensarci. Anche perchè, per sciagurata scelta del sindaco, si lascia passare il termine ultimo che avrebbe consentito, in caso di dimissioni del primo cittadino, di votare entro il 2017.

E veniamo a ieri.

Il Partito Democratico, come detto, si è raccolto nei giorni precedenti – e con lui tutta la città – discutendo l’opportunità di entrare nel Governo De Ruggieri, per tentare di raddrizzare le sorti della città. L’idea di De Ruggieri sembrava essere quella di sostituire i 5/6 dissidenti con i 12 consiglieri del Partito Democratico, garantendo un governo finalmente stabile. Una responsabilità enorme per il PD, ma che imponeva una riflessione seria anche e soprattutto considerando l’immediata alternativa: un lungo commissariamento della città proprio alla vigilia del 2019.

Quel che è emerso invece ieri sera, leggendo fra le righe di un dibattito condotto ai massimi livelli (presenti i consiglieri comunali del partito, l’On. Antezza, i consiglieri regionali Cifarelli e Spada, l’assessore regionale Braia), e mormorato a denti stretti nei corridoi più che in assemblea (che formalmente ha semplicemente dato mandato al Segretario Muscaridola di dare disponibilità a discutere con De Ruggieri), è la possibilità che la crisi si risolva rincorrendo un’ipotesi del tutto diversa, e a questo punto clamorosa: si starebbe infatti studiando di unire i voti dell’opposizione di centrosinistra, non a quelli della maggioranza residua esclusi i dissidenti, ma proprio ai dissidenti, già fuoriusciti (anzi espulsi) dal Partito Democratico proprio per la scelta di appoggiare apertamente un candidato diverso da quello proposto dal partito.

Un’ipotesi che appare fantascientifica e che ha spiazzato i molti convinti che i termini della questione fossero ben altri, e già sufficientemente gravosi e imbarazzanti da gestire: quello che sembrava infatti essere un “semplice” inciucio (detto più nobilmente: un accordo per un governo di scopo con la maggior parte delle forze politiche uscite vincitrici dalle urne), diventerebbe invece un vero e proprio, clamoroso, ribaltone: il Partito Democratico si troverebbe, di fatto, di nuovo unito a governare, praticamente con la stessa maggioranza di Adduce, ma con un sindaco diverso!

E non possono non venire alla mente proprio le perplessità, tre anni fa, di parte del partito sulla scelta di riconfermare Salvatore Adduce. Si ricorda che qualcuno propose proprio De Ruggieri in alternativa; in tanti invocarono addirittura le primarie, caso bizzarro e forse unico per la riconferma di un sindaco uscente che aveva raggiunto traguardi positivi e misurabili. Alla fine il PD si compattò (!) su Adduce e De Ruggieri finì candidato dall’altra parte.

Ma quel che lascia basiti è che se la strada di un accordo (ancora più estremo di quello che dal 2013 regge il governo nazionale) tra Partito Democratico e centrodestra sembrava discutibile ma comunque, a certe condizioni, percorribile, quello di un ribaltone appare sin da ora un clamoroso pasticcio, visti i precedenti e le condizioni di partenza. Difficile infatti che possa uscirne qualcosa di buono per la città, come difficile sarà spiegarlo a militanti ed elettori.

O è solo fantapolitica? Chissà, vedremo. Certo è che la cosa sembrerebbe essere compatibile con la spregiudicatezza dimostrata in tante occasione da tanti capetti politici locali. Che sarebbero tutti coinvolti nell’operazione.

Ma resta da capire cosa ne penserebbe De Ruggieri, prima di tutto. Il quale pareva aver rotto completamente i ponti dialettici e politici con i dissidenti. Ma, considerato che si è presentato in Consiglio Comunale sì senza maggioranza, ma anche senza formalizzare la crisi con le proprie dimissioni (che avrebbero consentito di rimescolare le carte nei 21 giorni a disposizione per un ripensamento) potrebbe forse essere disposto a riaccogliere i fuoriusciti pur di rimanere in sella.

Perchè rimanere in sella pare essere la principale preoccupazione del sindaco, convinto, magari in buona fede, che il bene della città debba necessariamente coincidere con il suo.

Per questo ieri molti dirigenti del Partito Democratico mettevano in guardia i compagni di partito più disponibili al dialogo: De Ruggieri potrebbe solo volere il via libera al bilancio, per poi continuare a campicchiare un altro annetto. Peraltro il recente annuncio di un non più necessario aumento delle tasse sui rifiuti, potrebbe fra qualche mese essere contraddetto dalla necessità di ulteriori prelievi. Che verrebbero però caricati politicamente sulle spalle del Partito Democratico, trovatosi colpevolmente col cerino in mano…

Allora, forse, l’unica realistica via d’uscita a questa kafkiana situazione l’ha individuata Adduce: che ha prospettato la possibilità di due righe nel decreto che indirà il prossimo turno elettorale amministrativo di primavera, che faccia includere anche Matera, scongiurando il lungo commissariamento all’orizzonte, qualora non si proceda o con l’inciucio, o con il ribaltone. Oppure, ma sembra assai improbabile, che la maggioranza si ricompatti, al grido di “abbiamo solo scherzato” (come pure però, senza alcun pudore, alcuni stanno già facendo).

Ma per essere – eventualmente – inseriti nel decreto del Governo, servono sul tavolo le dimissioni del sindaco.

E allora forse, invece di discutere di fantasmagoriche, confuse, e allucinanti prospettive, il Partito Democratico avrebbe potuto e dovuto chiedere proprio questo: dimissioni del sindaco. Si azzeri tutto, intanto, e poi si discute.

Ma la vecchia tendenza masochista a rendere grigio e opaco quel che sarebbe invece tanto cristallino e facile, è ancora dura ad abbandonare un partito che, Congresso dopo Congresso, proprio non riesce a rinnovare sè stesso e i metodi di una vecchia politica, che come effetto allontana sempre più i cittadini.