NINO CARELLA

Succede, quando la squadra del cuore perde tre a zero già prima della fine del primo tempo (da interista ne so qualcosa!), che ti ritrovi a nutrire la disperata speranza che l’entrata in campo del campione colpevolmente lasciato in panchina dall’allenatore, o della giovane promessa ancora da rodare ma sicuramente capace e fresca, o un cambio di modulo in corsa da parte dell’allenatore, possa riaprire la partita e ribaltare il risultato. Pur sapendo che in realtà, succede molto raramente, e quando la partita ha preso il suo corso, nove volte su dieci finisce male. Comunque.

Il Partito Democratico a Matera ha avuto, per la conclamata crisi al Comune di Matera, un atteggiamento uguale e contrario rispetto alle elezioni del 2015. In quell’occasione una efficacissima campagna di comunicazione si era accompagnata ad una non altrettanto efficace azione sul piano politico, tanto da arrivare al traguardo isolati e sconfitti; adesso si è fatto il contrario: ad una efficace azione sul piano politico (il merito – o la responsabilità – di questa è da ascrivere in capo al segretario cittadino, Cosimo Muscaridola, che con pazienza e tenacia per mesi ha continuato a tessere una tela che più volte è sembrata sul punto si sfilacciarsi e strapparsi), si è contrapposta una comunicazione fatta di silenzi, di sottintesi e di parole a mezza bocca a mezzo stampa.

Ed è così che la città è oggi unanime nell’esprimere disagio, quando non condannare duramente, circa l’accordo raggiunto tra sindaco e opposizione per il nuovo corso amministrativo al Comune: il governissimo, il governo di scopo, l’inciucio, che dir si voglia.

Non è riuscito il Partito Democratico materano a spiegare che il soccorso è stato chiesto dal sindaco. Che come Buccico in un pantano analogo, avrebbe certo potuto dimettersi e salvare faccia e dignità, e che non l’ha fatto e né l’avrebbe fatto, indipendentemente dall’intervento del PD. E infine che, nonostante i numeri rassicuranti sull’ultimo bilancio, il sindaco non si fidasse della propria stessa maggioranza, o la ritenesse evidentemente non all’altezza dei gravosi e sempre più stringenti impegni che Matera ha di fronte a sé: il calendario non attende certo i nostri riti politici, verbosi e barocchi.

Ma di superlativo il nostro governissimo rischia di avere soltanto il nome. Allungando la sua eventuale ombra anche sul Partito Democratico, nuovamente inquadrato come il partito delle poltrone, dei compromessi, del potere a tutti i costi. E vanificando infine gli sforzi di chi all’interno si era pure impegnato per proporre una lettura diametralmente opposta, partendo da quanto di buono l’esperienza amministrativa del centrosinistra aveva saputo realizzare.

E’ forse una leggerezza di impostazione, un errore di comunicazione. Ma c’è anche un dato politico che va sottolineato con la penna rossa: nelle sue numerose Direzioni cittadine, il PD aveva espresso chiare condizioni preliminari da soddisfare, per autorizzare l’ingresso in giunta. Condizioni che sono state ignorate del tutto e cestinate: il PD aveva infatti chiesto discontinuità, e invece metà degli assessori sono gli stessi di prima e/o appoggiati dagli stessi gruppi di potere di prima; il PD aveva chiesto una giunta snella, denunciando che un governo a nove era solo un ignobile spreco a carico delle tasche dei cittadini, e ora metterà la firma proprio su un governo a nove. Ma, soprattutto, il PD aveva chiesto un deciso cambio di passo. Che non c’è stato, e non si vede all’orizzonte, se solo qualche giorno fa, in risposta alle polemiche scatenate da un post dell’ex manager di Ravenna 2019 (che in sostanza commentava l’articolo de La Stampa sul ritardo di Matera nel preparare l’appuntamento, sostenendo che se si fosse assegnato il titolo a Ravenna l’Italia avrebbe fatto migliore figura) il nostro sindaco rispondeva nel solito modo astioso e arrogante, del tutto inadeguato alla guida di una città Capitale della cultura; parole testuali: “Quanto a Ravenna, si guardassero i loro affreschi di San Vitale e si mordessero le mani per non aver vinto la competizione”. E’ possibile che a tre anni dalla designazione a Capitale della cultura e a un anno e mezzo dall’appuntamento, De Ruggieri non abbia ancora capito che non si è trattato di una competizione tra gli affreschi di San Vitale e quelli della Cripta del Peccato originale, o tra i Sassi e il barocco leccese, o tra questi e la Basilica di San Francesco d’Assisi? Assai triste davvero, e molto poco rassicurante. Da questo punto di vista c’è solo da augurarsi che la prevista delega a Salvatore Adduce a seguire direttamente il percorso verso il 2019, possa correggere i madornali e finora quasi mortali errori di impostazione che ancora adesso, come si vede, caratterizzano l’imprintig deruggeriano. Che andrà decisamente superato.

Infine, c’è da dire che non è nemmeno corretto parlare del governissimo come l’accordo tra De Ruggieri e il PD, posto che non tutto il PD è in linea questa scelta: il gruppo Emiliano ha infatti mandato a dire di non aver mai partecipato o sollecitato a incontri aventi ad oggetto l’allargamento della maggioranza e l’ingresso in giunta del PD, e rispetto a questa ipotesi decisa a maggioranza dal partito (nel quale il gruppo non è ancora rappresentato, non essendosi ancora svolti i Congressi di Circolo) di essere perplesso e sostanzialmente contrario. Pur mantenendo la sportiva, disperata speranza che qualcosa in città possa comunque cambiare.

Ma le partite che iniziano male, di solito non finiscono bene, si è detto. Quando succede, si grida al miracolo sportivo. Qui grideremmo al miracolo politico.

Ci auguriamo almeno che il percorso verso il 2019 possa farsi più snello e veloce. Che il Comune ritrovi la forza di andare a battere i pugni sui tavoli a Roma, imponendo gli investimenti che una vetrina internazionale del genere richiede, e che la città attende da più di un secolo (non esagero mica) e che si sarebbe finalmente meritata di ottenere.

Riprendendo, insomma, la strada e il programma interrotto due anni fa. Ma con due anni di ritardo.

Non ci resta che rimetterci nelle mani dei “campioni” e, disperatamente, sperare.