In un momento buio, confuso e irrazionale ci apprestiamo fra qualche settimana a celebrare la festa del 25 aprile, meglio conosciuta come festa della liberazione dal nazifascismo. Una celebrazione che ha perso negli anni il suo fascino di festa della libertà. Purtroppo da ottant’anni l’Italia e la Basilicata non hanno mai fatto i conti seriamente con il fascismo. Se la Meloni, presidente del consiglio e Larussa, presidente del senato ( che hanno giurato sulla costituzione antifascista) non dichiarano di essere antifascisti vuol dire che paghiamo ancora oggi il fio dell’incomprensione e della mancata educazione alla libertà.. Molti italiani e lucani abbandonarono il fascismo solo per opportunismo dopo le disastrose conseguenze della seconda guerra mondiale. Nè al momento del crollo del regime fascista si è mai assistito a una seria e incisiva ripulitura degli apparati statali, economici e Più in generale chi è arrivato al potere dopo i fascisti ha continuato a utilizzare per il governo e i suoi gangli gli uomini e le istituzioni fasciste create nel ventennio. A tal proposito sarebbe bello rileggere il gran bel volume di Claudio Pavone:” Alle origini della Repubblica. Scritti sul fascismo, antifascismo e continuità dello Stato” Edizioni Bollati Beringhieri – Torino -1995. L’amnistia di Togliatti ne è stata una plastica ammissione. Un vulnus che non abbiamo mai rimosso fino ai giorni nostri. Un vulnus che non ci ha consentito di fare i conti con il fascismo come lo ha fatto seriamente la Germania con la sua “Norimberga”. Il vero deep state italiano sta lì nella continuità col ventennio. Fare il fascista tra i fascisti e fare l’antifascista con gli antifascisti ha riguardato purtroppo molti italiani e lucani. La doppiezza è stato il loro marchio doc e dop. Doppiezza che ci ha fatto perdere tanti appuntamenti storici con la nostra coscienza. Quando il brillante post-fascista Pietrangelo Buttafuoco chiese a Norberto Bobbio perché aveva aderito al fascismo, eravamo nel 1999, oltre cinquant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, perché non glielo aveva chiesto nessuno ? Perché in piccolo tutti gli altri erano stati come lui. “Non ne parlavo e non ne ho mai parlato perché me ne vergognavo” lo ammetteva candidamente Bobbio. Molte volte ci chiediamo perché tante lezioni di storia e di educazione civica nella nostra scuola italiana e lucana non hanno mai riguardato la costituzione antifascista nata dalla resistenza. La mia generazione, over settanta, non ha mai avuto il piacere e la soddisfazione di ascoltare un riferimento storico alla resistenza, ai partigiani e alle loro eroiche imprese Neanche un cenno. Abbiamo scoperto la resistenza nei banchi dell’università nello specifico…l’esame di storia contemporanea. Ripenso al 25 aprile, la nostra bella festa della liberazione, cosi vilmente ignorata . Ripenso alla cultura del “buon esempio” inculcataci dai padri costituenti. Ripenso al primo presidente della repubblica Einaudi, frutto della costituzione antifascista e… alla sua pera divisa a metà per evitare “sprechi” al Quirinale. Ripenso a Montanelli , al suo “pertiniano” elogio e alla sua bella onestà intellettuale : “Non è necessario essere socialisti per amare Pertini . Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”. Lo stesso dicasi di Tina Aselmi, coraggiosa staffetta partigiana, ex ministra del lavoro e della sanità, madre del servizio sanitario nazionale, ignobilmente dimenticata dalla pletora politica odierna. Ripenso alla lezione umana data dai giovani partigiani e alle loro struggenti lettere inviate ai loro cari genitori prima del plotone nazifascista. Sono documenti di etica civile che dovrebbero ancora oggi ispirare le azioni di tutti noi, soprattutto di chi è impegnato nella cosa pubblica. Lettere strazianti perché sono un esempio commovente di quanto siano stati forti gli ideali e il senso di giustizia e libertà di questi ragazzi. Giacomo Ulivi un ragazzo diciannovenne alla vigilia della fucilazione ci ammonisce e ci fa riflettere con un semplice ragionamento…cominciamo a guardare in noi. No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! E’ un piccolo segno di rivolta emocratica quella dei cento giovani di Matera che hanno deliberatamente coinvolto politici di rango e società civile in un progetto che punta alle primarie e a costruire, come sostiene Talenti Lucani nel suo apprezzato articolo del 31 marzo scorso: “Chi segue i figli e chi li distrugge”, una nuova pagina della politica materana fatta a misura dei giovani. A questi giovani materani consiglierei la lettura delle Lettere dei ragazzi della resistenza alla vigilia della loro morte. Sono pagine meravigliose di profonda umanità di ragazzi coraggiosi, generosi e altruisti che, lo ripeto, fino alla noia , hanno immolato la loro vita, per garantire a noi maturi cittadini di oggi e alle generazioni del domani lo stupendo profumo della democrazia e della libertà, oggi, minacciate ignobilmente da autocrati senza scrupoli e senza pudore. Ragazzi materani delle primarie provate a leggere quelle lettere dei condannati a morte in una città che non ha certamente dimenticato l’insurrezione del 21 settembre 1943. Fu la prima città italiana, medaglia d’oro al valor civile, a insorgere durante la seconda guerra mondiale con un tributo di sangue altissimo. Persero la vita ventisei materani. La lapide sulla facciata laterale del palazzo del Governo recante la scritta: “ Nel tragico giorno del 21 settembre i tedeschi devastatori compivano orrenda strage di ostaggi innocenti, il popolo materano cacciava il feroce nemico e col sacrificio dei suoi animosi figli si ridonava la libertà “…è un gran bel monito. Cari ragazzi e cari materani , è arrivato il momento del…” ridonatevi la libertà’ “.