IDA LEONE

“Tutto è commestibile, se tritato abbastanza fine”. La battuta divertente di una mia amica che non aveva molta confidenza con le arti culinarie mi è tornata in mente venerdì sera, all’Italian Roots Tour di Matthew Lee, tenutosi all’auditorium del Conservatorio. Era il secondo appuntamento del Marajazz “reloaded”: pillole anticipatorie di un evento più importante che nessuno sa se ci sarà davvero (ed è tutta lì, la goduria), come sempre magistralmente coordinato ed organizzato dall’imperturbabile Pino Paciello, stavolta in team con Michele Franzese e Rosario Palese. L’apertura del concerto è stata affidata al giovane crooner di casa, un emozionato Valentino Bianconi, che ha però con garbo e molta classe introdotto l’atmosfera giusta. 

Tutto è commestibile, se tritato abbastanza fine. E tutto è rock’n’roll, se suonato da Matthew Lee. Una serata travolgente, l’intero pubblico dell’auditorium – decisamente sold out – a battere i piedi trattenendo a stento la voglia di alzarsi e ballare come in una festa degli anni ’50, trascinati dalla forza dirompente del ritmo rock’nroll e honky tonky. Matthew Lee a dispetto del nome è italianissimo, pesarese. Si diploma in pianoforte e poi viene radiato dal Conservatorio – lo dice più volte, si vede che la ferita è ancora aperta – probabilmente perchè “zappava” sui tasti, o saliva sulla tastiera con le scarpe, o per quell’innato istrionismo che fa dirompente uno spettacolo, ma mal si concilia con l’austera rigida figura del pianista classico in tight (anche se resta molto evidente, dietro l’immenso talento di Lee, anche il tecnicismo dato da ore mesi e e anni passati sugli spartiti dei “noiosi” mostri sacri). 

[Matthew Lee] Suona il piano in modo eccentrico: con i piedi, con i gomiti, da sotto la tastiera o anche con le spalle voltate allo strumento […] spiegando che il suo scopo è «far rivivere il suono un po’ selvaggio del pianoforte rock ‘n roll, un ritmo che ha fatto la storia della musica». (Fonte: Wikipedia)

E la non-regola di Matthew Lee è che tutto può diventare rock’n’roll: si possono suonare i grandi classici (Great balls of fire, Johnny be good, Blue suede shoes) ma si possono riarrangiare a rock&roll canzoni con altri ritmi (It’s now or never, cover presleyana de ‘O sole mio), cantare grandi classici della musica italiana (Volare, L’isola che non c’è) e perfino celeberrimi brani di musica classica, forse – appunto – per vendetta contro quel mondo rigido che lo ha che lo ha radiato dalle aule del Conservatorio di Pesaro: strepitosa la sua versione tambureggiante della Tarantella napoletana di Rossini (omaggio alla sua città di nascita), ma molto ironico e divertente anche il medley con Beethoven, Bach, e molti altri autori sacri del classicismo. 

C’è spazio anche per momenti slow, ad esempio con una struggente intima versione di Bridge on troubled water di Simon & Garfunkel, e c’è spazio per il Matthew Lee cantautore, con il regalo di alcuni pezzi tutti suoi, fra le quali la bellissima Non credere. Lee parla con il pubblico, lo coinvolge, lo fa partecipare e cantare, lo commuove e lo trascina verso un ritmo che viene direttamente dalla nostra umanissima voglia di ballare ed essere felici. La sua band – un basso, una chitarra e una batteria – lo segue con discrezione e con gli occhi puntati sul boss, che potrebbe all’improvviso cambiare pezzo o ritmo. Il risultato è una serata molto divertente, piena di note chiassose e travolgenti, che lascia il pubblico allegro e pronto ad affrontare il freddo dell’ultima coda di inverno di Potenza.

Alla prossima, Marajazz!!