ROCCO ROSA
Una discussione che andrebbe fatta intorno alla nuova Facoltà di medicina è come renderla protagonista di un cambiamento radicale nella formazione degli operatori sanitari in funzione di quella medicina territoriale che tutti auspicano ma che nessuno inizia a declinare nel dettaglio. Non è una cosa da poco, perchè la pandemia,come la guerra, ha messo a nudo il fronte scoperto di una prima linea che non ha saputo reggere, e perchè l’Europa prima, e poi il Governo italiano, hanno messo in programma un cospicuo numero di miliardi per potenziare questo settore. Tutti sappiamo come medici ed infermieri vengono preparati negli ospedali- con una impostazione specialistica che porta a segmentare la professione e a prendersi un pezzetto di competenze per portarle avanti in maniera sempre più settoriale. La specializzazione è un bene, per carità, ed è giusto che la si persegua nel migliore dei modi. Ma chi guarda al passato per ricavarne esperienza, sa ad esempio che i medici di famiglia di un tempo erano veramente soldati sulla prima linea di guerra, competenti ad intervenire nella preparazione dei farmaci, negli interventi di estrema urgenza, nella cura e nell’assistenza domiciliare. Una competenza al tempo stesso generale e specialistica che sostituiva il pronto soccorso e selezionava il percorso da fare in funzione della gravità della situazione. Oggi che il fronte del territorio si è trovato completamente scoperto, con minori medici e minori presidii territoriali a causa di accorpamenti e riorganizzazioni che hanno portato le professionalità lì dove potevano produrre più risultati, c’è bisogno non solo di portare in periferia strutture e servizi ma anche dare ad essi ,compiti, funzioni e professionalità nuove. Il medico del territorio e l’infermiere del territorio debbono avere una preparazione particolare che deve cominciare dalla laurea triennale e finire alla laurea specialistica. Non è più solo un medico di famiglia proscrittore di farmaci, ma un medico di famiglia, membro di una equipe territoriale, che usa tutti gli strumenti di diagnosi, attiva consulenze specialistiche, tiene i contatti in forma digitale, opera in telemedicina, e , insieme all’infermiere di comunità, segue in casa pazienti particolari, dagli anziani , ai portatori di disabilità, alle donne in maternità, ai percorsi di cura materno-infantili. Uscire dalla settorialità estrema e predisporre figure per il territorio in grado di coprire un ampio spettro di assistenza a domicilio e nella comunità di riferimento, significa attrezzare un corso di laurea e di specializzazione dai contenuti innovativi ed elevati, capace di far capire ai giovani che non si sta preparando un medico o un infermiere di serie b, ma un supermedico e un superinfermiere. E se la Regione capisce , come pure va sostenendo, che il primo passo per realizzare questa rivoluzione è fare un piano sanitario che preveda servizi e risorse umane destinate allo scopo, perchè non chiedere alla nuova facoltà di organizzare un percorso di studi di laurea magistrale che formi anche queste professionalità?
