by DINO DE ANGELIS

Nemmeno io ho la statura di un leader. Non ne ho le caratteristiche, la preparazione politica, la capacità di amalgamare anime diverse, a volte contrapposte, non sarei capace di valorizzare le tante personalità di spicco presenti in ogni aggregato umano, non ho la sensibilità per riconoscere e saper apprezzare le eccellenze, di fare un passo indietro se le circostanze lo richiedono, laddove, per passo indietro, non vuol dire rinunciare a portare avanti la missione che mi è stata affidata abbandonando il campo, ma lasciando che altri pareri, punti di vista, analisi migliori di quella che potrei fare io, sono più incisive, più acute, più capaci di raggiungere l’obiettivo di quanto sappia fare io. Non ho la statura di un leader, non sarei capace di trascinare coloro che, per una ragione o per un’altra, restano indietro, fanno parte delle retrovie, in ogni aggregato umano non tutti possono andare alla stessa velocità, dalla scuola, allo sport, per finire ai partiti politici: ci sono quelli che trascinano e poi ci sono quelli che restano indietro, non sono meno intelligenti, hanno solo bisogno di più tempo per pensare, per prendere una decisione, per agire. E un leader deve essere in grado di far sentire anche quelli utili alla causa, fare in modo che non si sentano isolati, emarginati, perché se una squadra vince, dipende anche dal loro contributo, dalla loro capacità di fare semplicemente la loro parte, di remare anche loro in un’unica direzione. Non ho la statura di un leader perché la prima definizione di un leader è che egli non è il più bravo, ma aiuta gli altri a diventare più bravi, e questo leader, in maniera sfacciata, impertinente, perfino fastidiosa, continua a voler apparire, ad ogni passaggio, ad ogni frase, perfino ad ogni smorfia della sua faccia, quello che deve essere visto da tutti come il più bravo. E quello lì non è, e non sarà mai, un leader. Così arriva il giorno della resa dei conti, quello in cui gli “altri”, quelli che al leader si sarebbero dovuti allineare, che non si allineano e nemmeno te la mandano a dire, ma te la spiattellano in faccia quella verità che la tua incapacità e la tua presunzione non ha mai considerato. E la cosa più bella è che alcune queste manifestazioni non avvengono con delle accuse, ma con delle domande. Le domande che diventano frecce avvelenate scagliate dalla eloquenza elegante di un alto esponente della minoranza direttamente ad un segretario di partito che il ruolo di leader lo ha imparato giocando alla ruota della fortuna. “Chi dovrebbe rimanere dopo che hai spazzato via quelli che non la pensano come te sulla riforma di un terzo della costituzione repubblicana?” “Pensi che darai all’Italia una democrazia più solida?”. E dopo le domande arrivano alcune risposte, ma sono risposte ipotetiche, che prefigurano scenari che appaiono come la ineluttabile conseguenza delle domande appena fatte. “Dopo queste tue scelte, un’altra maggioranza in futuro si riterrà autorizzata a cambiare la costituzione a sua volta”. “Il referendum di ottobre non è il tuo referendum, ma l’occasione di superare il bicameralismo. Più tu lo personalizzi e lo carichi di significati impropri, più alimenti ragioni di dissenso dentro il tuo partito”. Una classe dirigente che ha nelle mani il destino di milioni di italiani: “nella concentrazione del potere nelle mani di pochi, e nella intolleranza che sembra quel potere assecondare, io colgo il germe di una malattia”.