di MICHELE STRAZZA
Tra i numerosi confinati che la nostra regione “ospitò” durante il Fascismo ci furono anche degli appartenenti a quelle minoranze religiose italiane considerate dal Fascismo pericolose per la sicurezza dello Stato, a causa dei principi della loro fede.
Ci riferiamo innanzitutto al movimento dei Pentecostali che il Ministro degli Interni Buffarini-Guidi proibì con una famosa circolare del 1935, ritenendolo “nocivo all’integrità fisica e psichica della razza”, specificando meglio in altra circolare che “nelle loro riunioni i Pentecostali non predicano dottrine contrarie alle leggi, né trattano argomenti politici, ma sta di fatto che essi sono spiritualmente ribelli ad ogni legge ed antifascisti”.
Un anno dopo, nel luglio del 1936, infatti, vennero confinati a San Mauro Forte due rappresentanti dei Pentecostali che erano stati accusati di svolgere attività contrarie al Regime. Si trattava di Nicola Laudisa, un anziano architetto di 73 anni, originario della provincia di Lecce ma residente a Roma, e di sua figlia di 34 anni, Primomaggio Foldisa di professione contabile.
Il padre doveva scontare ben tre anni di confino mentre la figlia soltanto uno.
Giunti a San Mauro prendono casa insieme ma, poi, agli inizi dell’anno successivo, vengono divisi. Il padre viene destinato a Colobraro mentre la figlia a San Giorgio.
In quest’ultima località si riuniscono nel febbraio ed apprendono con gioia il loro proscioglimento, avvenuto il 22 marzo in occasione dei festeggiamenti per la nascita del figlio maschio in casa Savoia.
Anche altri pentecostali, provenienti da varie parti d’Italia, verranno confinati nei paesi lucani. Ricordiamone due destinati a Pisticci: Giuseppe Provenzano, sarto di 31 anni della provincia di Agrigento, e Quintino Di Lorenzi, un contadino di 55 anni della provincia di Roma. Quest’ultimo, spedito al confino insieme alla figlia ventenne perché appartenente a “religione vietata”, è particolarmente sfortunato. Nel marzo del 1941, infatti, il confino gli viene trasformato in ammonizione, come già era avvenuto alla figlia a febbraio, ma egli non ne usufruisce perché deceduto poco prima in ospedale dove era stato ricoverato per scompensi cardiaci.
Nel 1937 viene destinato al confino in Lucania anche un pastore evangelico di origine abruzzese. Si tratta di Domenico De Luca, di anni 69 al quale la Commissione di Roma ha assegnato un anno di confino per ragioni di pubblica sicurezza.
Il De Luca, condannato dal 30.11.1936, ha atteso in carcere la destinazione. A gennaio del 1937 arriva a Matera ma la Questura segnala al Ministero dell’Interno la non opportunità di lasciarlo in tale sede, visto che nella città è ancora presente la Chiesa Battista nonché un gruppo di Pentecostali che continuano a riunirsi clandestinamente dopo la proibizione ministeriale del 1935. A nulla erano serviti, infatti, i continui interventi polizieschi sfociati anche in alcuni arresti.
Per tali motivi il De Luca viene trasferito ad Aliano dove resta per circa 8 mesi, fino al 3 ottobre.
A Matera è anche presente, come pastore della Chiesa Battista, quel Luigi Loperfido il quale, nel 1902, era stato il principale organizzatore del grande sciopero bracciantile che aveva messo in ginocchio la grande proprietà agricola materana. Ora il Loperfido, ormai sessantaduenne, viene denunciato e gli vengono assegnati due anni di confino, poi ridotti ad uno, in un paesino dell’Avellinese, per avere pronunciato, durante un viaggio in treno, frasi “di propaganda ed apologia antinazionale”sugli esiti dell’imminente guerra mondiale.
Luigi_Loperfido
A Pisticci, invece, è confinato un altro lucano, Antonio Digrazio, un giovane contadino ventiquattrenne di Montescaglioso, testimone di Geova e, come tale, accusato di aver partecipato a “riunioni del gruppo religioso e per propaganda evangelica a carattere antinazionale e antimilitarista”. Nella stessa operazione di Polizia nella quale era stato coinvolto Digrazio, arrestato il 19 novembre del 1939, effettuata in tutt’Italia con ben 26 denunciati al Tribunale Speciale, 22 assegnati al confino e 29 ammoniti, erano rimasti invischiati altri due lucani: Vito Arena, contadino di Montescaglioso, e Leonardo Marone, calzolaio di Campomaggiore, anch’essi testimoni di Geova.
Questi ultimi, dunque, specialmente per il loro profondo antimilitarismo, erano costantemente presi di mira dalla polizia del Regime con frequenti perquisizioni e sequestro della loro rivista “Torre di guardia” come era avvenuto anche per il Digrazio al quale erano state anche trovati altri opuscoli propagandistici avuti da una associazione degli studenti biblici con cui tratteneva una pericolosa corrispondenza, in tempi in cui la censura postale era la norma.
Nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, la persecuzione dei testimoni di Geova, accusati di disfattismo, aumenterà di intensità e svariati di essi verranno confinati in Lucania. Ricordiamo un contadino del Pescarese, Liberato Ricci, che, a quasi 50 anni, si ritrova, dopo essere stato anche alle Tremiti, a Pisticci e San Giorgio Lucano, posti di cui non conosceva neanche l’esistenza.
“IL MONACO BIANCO”
Altri testimoni di Geova verranno, invece, confinati nella Colonia di Pisticci che fu un vero e proprio campo di concentramento per internati civili che vide passare, tra internati e confinati, oltre 1.300 persone.
Matera, dunque, restava uno delle zone più importanti in Italia dove operavano minoranze religiose protestanti. Nella città, infatti, che dal 1910, dopo la scissione della comunità battista, è divenuta uno dei maggiori centri della diffusione del pentecostalismo (penetrato dagli Stati Uniti, in seguito all’azione di alcuni emigrati italo – americani), i Pentecostali continueranno a professare la propria fede in clandestinità per tutto il ventennio fascista, sfidando la polizia e gli arresti, così come continuerà la sua attività anche la stessa Chiesa Battista a dimostrazione di come fede cristiana, libertà ed antifascismo fossero intimamente connessi.
