(Un giorno da eroina)
A Napoli, nel rione “Forcella”, in quelle case vecchie da sempre che le bombe avevano dilaniato, qualcuno era rimasto, perché non aveva potuto muoversi, perché non sapeva dove andare, perché, perché… forse perché solo a Napoli si è abituati a sopportare il peggio,solo a Napoli, anche in celle sotterranee, affamati, impauriti, si riusciva ancora a sorridere, a far l’amore, a crescere i figli.
Donne e uomini sfuggiti alle bombe, non avevano voluto lasciare le loro case, avevano tirato su qualche muro, spostato qualche brandina e preso qualche materasso da case sventrate e senza più abitanti, per adagiarvi gli anziani o i parenti che erano stati feriti, e i bambini ormai orfani. Poi, con i mattoni delle case distrutte, avevano improvvisato porte, chiuso finestre, e trascinato lì la loro vita, ma senza lamenti, come sempre, abituati ad arrangiarsi.
Già, ma arrangiarsi per dormire, era sicuramente più facile che provare a procurarsi cibo. I primi giorni, dopo i bombardamenti, i tedeschi passavano e ripassavano per quei vicoli, alla ricerca di partigiani e ribelli, e ogni tanto si sentivano colpi di arma da fuoco e lamenti di persone colpite e morenti.
Ma bisognava a tutti i costi tentare l’impresa. Bisognava che bambini e anziani avessero un pezzo di pane, un po d’acqua.
I bambini cominciavano a lamentarsi, “mammà, tengo fame”, gli anziani non avevano più neanche la forza di lamentarsi, mentre dai feriti proveniva un forte odore di putrefazione, e la febbre altissima li teneva ad un passo dalla morte.
Così, Nanninella e Gennaro, con la solita disperazione di chi non ha da perdere che la vita, decisero che dovevano procurarsi assolutamente qualcosa da mangiare, e uscirono da quella stanza improvvisata e piena di spifferi.
“Gennà”, disse subito sua moglie Nanninella, “si sicuro ca putimm’ ascì a chest’ora”? Approfittando del silenzio assoluto di quella mattina, per l’incalzare dei morsi della fame, si erano lanciati in quella città fantasma, incuranti della luce che la rischiarava.
La paura sbiancava ancor di più i loro volti smagriti, mentre i vestiti sudici annunciavano il loro passaggio, ove mai qualcuno si fosse trovato sulla stessa strada.
Camminavano tra le macerie, guardandosi intorno tremanti di paura, e ad un tratto Nanninella con un groppo in gola disse: Gennà, tengo paura”.
“Statt’ zitta”, rispose Gennaro furioso, sollevando la mano, quasi a volerla picchiare ,”nun chiagnere, o vvuò capì ca passan’ e’gguardie?”
Un fruscio cadenzato e ripetuto li sorprese. Ammutolirono per sentire da dove provenisse, e mentre pensavano al da farsi, videro una ragazzina su una bicicletta, che portava a tracolla una borsa nera. In un attimo Gennaro le fu addosso, le mise una mano sulla bocca e la trascinò sotto una scala, mentre sua moglie prendeva la bicicletta e li raggiungeva.
“Si allucc’ t’accire”, disse alla ragazzina che, per niente spaventata, aspettò che Gennaro la lasciasse respirare e disse subito: “Ho sapev’ ca rind’ a sti cas c’ steve qualcun’, perciò vaggie purtat’ nu poco e pane e qualche medicina”. Incredulo, Gennaro le strappò la borsa, e aprendola, ebbe un’espressione di meraviglia mista a gioia e incredulità.
La ragazzina lo guardò, soddisfatta di essere stata utile, e chiese dove avessero trovato rifugio, e quante persone fossero con loro.
Ma, passata l’incredulità, Gennaro si rabbuiò e le disse minaccioso “E tu me vuliss fa creder ca chesta rrobba e ‘ tutta da toja? A chi vuliv’ fa fess’? Chesta è rroba de’ Crucc,(tedeschi) e tu si na spia!”. Quindi, le afferrò la mano con violenza e, strattonandola e trascinandola, si avviò verso il rifugio ripetendo “T’ facc’ verè io, schifosa spia”.
Ora la ragazzina cominciò ad avere paura, tentò di dire più volte: che dicit’, che facit’, addò m’ purtate, ie ve vulev’ aiutà”
Ma Gennaro già non l’ascoltava più. Arrivati nel loro rifugio, la spinse in un angolo della casa, intimandole di non fiatare. Poi aprì la borsa, e preso il pane, lo passò a sua moglie perché ne desse un pezzo a tutti. Svuotò la borsa per terra, e trovò ovatta, alcool, tintura di iodio e tante fiale di morfina con siringhe. Si girò di scatto verso la bambina e disse: “A chi l’aviva purtà tutte sti cose”? A qualche fetente e crucc?”
La ragazza non rispose. Aveva cominciato un pianto silenzioso ma amaro, di delusione, e teneva il viso abbassato sul petto.
Gennaro si mosse verso di lei, le sollevò il capo e, alla vista di quegli occhi neri colmi di lacrime, ebbe un attimo di smarrimento. Nanninella, fino ad allora in attesa, fece uno scatto verso la ragazzina, l’abbracciò e pianse con lei.
“Nun ho vir’ ca è na criatura, vene pe c’iaiutà,”. Gennaro non reagì, lasciò che le due donne piangessero per un po’, mentre lui restò a testa bassa, stremato dalla sua stessa rabbia.
Poi, si avvicinò a loro, allontanò sua moglie, sollevò la ragazzina delicatamente, e la fece sedere su uno dei materassi.
La tempestò di domande, su quel che stava accadendo dall’altra parte della città, sulla sua famiglia e sul perché fosse arrivata fin lì. Lei rispose a tutte le domande, poi, con voce rotta dall’emozione disse: ”mammà era infermiera e quand’ è morta steve ienn’ a faticà” (stava andando al lavoro). Aggiunse che le avevano permesso di vivere in ospedale con sua madre, perché la loro casa era stata bombardata, e lei aveva imparato presto ad aiutare gli infermieri, aveva imparato dove si trovavano i medicinali, e quali servissero per ridurre i dolori di quei feriti sanguinanti e urlanti, che continuavano ad arrivare.
Non disse il suo nome, e non glielo chiesero, aveva cose più importanti da dire e le disse tutte. Poi, girandosi verso coloro che si lamentavano disse: “Sti puveriell’ stann’ suffrenn’, c’ facc’ na puntura e morfina, po’ l’amma disinfettà ‘e ferite!”
E proprio come una esperta infermiera, disinfettò le ferite, e le coprì con le poche garze che aveva portato, fece le punture, senza mostrare mai esitazione o insicurezza, quindi, rivolgendosi a Nanninella, la incaricò di disinfettare le mani dei bambini con l’alcool rimasto, promettendo di portarne altro, il giorno dopo.
Gennaro, che l’aveva osservata tutto il tempo, appena ebbe finito disse: “Piccerè, t’ha mannata u signore, grazie”, poi, stremato dalla tensione, e indebolito dall’emozione, l’abbracciò e finalmente, pianse.
Intanto, il sole era calato e la ragazza premeva per andarsene, mentre Gennaro e Nanninella la pregavano di restare, spaventati dall’oscurità, e preoccupati per quanto potesse capitarle.
Ma lei insistette, spiegando che doveva portare la morfina a due feriti poco distanti, e poi sarebbe tornata in ospedale. Promise, ancora una volta, che sarebbe tornata il giorno dopo con altra acqua e altra morfina, e insistette per andarsene. Si abbracciarono a lungo, mentre due bambini le tiravano il vestito e Gennaro continuava adire: “Si sicura ca te ne vuò ì”, ma lei non fece più caso alle loro parole, era decisa, prese la sua biciclettà, l’inforcò e, silenziosa, se ne andò.
Non si chiesero mai quanto tempo fosse passato, dal momento in cui lei li aveva lasciati, a quando cominciarono a sentire urla imploranti di donna e schiamazzi di uomini, né poterono calcolare il tempo fino al colpo di pistola, quello che mise fine a quelle urla, e lasciò uno strascico di risate e di passi fragorosi.
Ma non potevano far nulla, potevano solo tapparsi le orecchie, e aspettare che finisse, specialmente ora che avevano una speranza di salvarsi.
Così, si stesero sui luridi materassi, stremati, ma in parte rassicurati per l’aiuto che avevano ricevuto, e si addormentarono, mentre fuori, a loro insaputa, avveniva lo scempio di un giovane corpo.
La mattina dopo, Gennaro e Nanninella furono svegliati dalle voci dei soldati italiani che incitavano i rifugiati a venir fuori, perché il rione era liberato.
Si guardarono un attimo, poi, senza occuparsi neanche dei bambini, corsero verso l’uscita, andando incontro ai soldati, fermi con lo sguardo sul terreno. Una volta che furono loro vicini, spalancarono gli occhi: Riconobbero la loro salvatrice, la ragazza sulla bicicletta, che aveva portato speranza e medicine nel loro rifugio.
Gennaro gridò ”Morfina, Morfina!!” e si gettò sul corpo della ragazza stesa sulle macerie, abbracciandola, mentre sua moglie, in ginocchio con le mani giunte e in lacrime, rivolta ai soldati diceva, urlando: “Sta creatura era n’angelo, mo’ è na santa”.
Il ventre squarciato dal colpo di pistola, le gambe eccessivamente divaricate, i vestiti sporchi di sangue fino al basso ventre, chiarirono a tutti quali violenze avesse dovuto subire, prima che la morte giungesse ad alleggerirle l’anima.
Nessuno sapeva il suo nome, ma per tutti fu, semplicemente, “Morfina”.
