ARMANDO TITA

Finalmente la Triplice Sindacale lucana CGIL,CISL e UIL ha deciso di dedicare la giornata del Primo Maggio ai morti sul Lavoro. Avevamo chiesto, ve lo ricordate, anche alla nostra CEI Basilicata un minuto di raccoglimento nelle funzioni religiose…per non dimenticare… Avevamo segnalato il lavoro di ricerca del sociologo Alessandro Pizzorno che ci aveva aiutato a focalizzare l’attenzione sui modi in cui emerge la solidarietà operaia e la lotta sindacale di questi ultimi anni . Ultimi anni che ci aiutano a comprendere, al meglio, il picco e il declino dei conflitti sindacali in ambienti lavorativi in cui lo sfruttamento si avvicina di molto ad un sistema semi schiavistico(come lo sfruttamento caporalesco a cui sono sottoposti i lavoratori delle campagne in maggioranza extracomunitari) . Pure Mattarella, in questi giorni, si è reso conto che migliaia sono i lavoratori extracomunitari, quelli non tutelati da percorsi “umanitari” secolari a nostro carico e a carico del bilancio statale e regionale, che risiedono in brutali e disumane bidonville, dimenticati ipocritamente da tutti, che muoiono nei nostri cantieri e che sono oggetto di sfruttamento che sfiora lo schiavismo. Non va sottaciuta anche la situazione di supersfruttamento che si attua all’interno di molti magazzini della logistica… lo abbiamo denunciato qualche mese fa su Talenti Lucani. Lo ribadiamo,fino alla noia, tutto ciò è dovuto a normative iperflessibili e pletore di contratti differenti che hanno agevolato la divisione dei lavoratori in stabili, precari, apprendisti e via dicendo. Di fronte a tale terrificante e orrido sistema contrattuale ogni operaio è debole nei confronti del suo “padrone” ed è in balia delle sue decisioni. Il “divide et impera”, il “dividi e comandi” è acclarato e la presenza di tanta manodopera extracomunitaria pone il lavoratore “autoctono” in una condizione disarmante di sotto ricatto. Spero che questa seria problematica venga affrontata nel nostro Primo Maggio lucano. Ecco spiegato plasticamente il pavido, ambiguo e ingiustificato comportamento di tanti lavoratori alla “Leini”. Ve lo ricordate il caso degli operai che tentavano di giustificare la morte del lavoratore sul cantiere piemontese (…è caduto a casa sua…) Dobbiamo risottolineare la sensibilità della Diocesi di Prato e del suo Vescovo dopo la morte della povera Luana, giovanissima operaia di Prato schiacciata da una pressa. “Una morte frutto del declino morale” come ebbe a dire il Vescovo . Pure noi lucani non abbiamo mai dimenticato la morte del giovane Antonio nell’Azienda Ageco di Tito, stessa amara e ingiusta dinamica di Luana. Ad onor del vero dobbiamo ricordare anche la memorabile “Giornata per le morti bianche” vissuta a Potenza nel Rione Francioso con il Vescovo Superbo e i tanti giovani di Libera e dei Movimenti cattolici… tanti anni fa… prima dell’oblìo odierno.
Sensibilità oggi del tutto evaporata nella società liquida lucana. Le tante sensibilità e le tante “premure” delle cosiddette agenzie educative dell’epoca, Chiesa, Scuola e Famiglia verso queste ingiuste morti bianche sono amaramente dimenticate. Da anni, purtroppo, assistiamo al “deserto” pur avendo il triste primato delle morti bianche sui cantieri, e, soprattutto, in agricoltura. Le morti in agricoltura meritano un capitolo a parte. L’INAIL ci ricorda che siamo i primi in Italia. Che sciagurata primazia. Una posizione di PRIMATO che non amiamo e non vogliamo. L’ennesima morte sul lavoro di uno dei tanti operai in un cantiere lucano fino a qualche giorno fa si esaurisce in un sol giorno il suo ciclo di attenzione. Come sempre l’opinione pubblica e la stampa locale dedicano un solo giorno alla morte bianca di un operaio e/o di un’operaia. La lentezza istituzionale nel campo della sicurezza è terrificante nonostante le nuove misure di finanziamento approvate dal Governo Meloni nell’ultimo Consiglio dei Ministri del 30 aprile. Mentre il pianeta della formazione approfondiva il dibattito sulla sicurezza, non solo, in termini di impianti, attrezzature e strumentazioni , ma, soprattutto, di “risorse umane” con le figure emergenti dell’epoca, i cosiddetti “security manager”, le istituzioni non hanno mai ritenuto opportuno accelerare la normativa di riferimento. Da decenni mi batto per un modulo formativo sulla sicurezza che langue in ogni corso F.P. Nessun Sindacato richiama la Regione Basilicata e il Dipartimento Formazione a imporre nel nostro sistema F. P. l’obbligatorietà del “Modulo Formativo sulla Sicurezza”. Quanti lavoratori ignari non sono informati individualmente sui dispositivi di sicurezza? Tanti, tanti…sono i lavoratori che non prestano la dovuta attenzione ai dispositivi di sicurezza perfino i loro piccoli imprenditori…vittime a loro volta… di tanta insensatezza. Il caso emblematico dell’imprenditore di Muro Lucano morto nel suo cantiere qualche settimana fa ne è la plastica e disarmante conferma. La lentezza delle disposizioni normative e la superflessibilità dei subappalti a go go impallidiscono di fronte alla positiva vecchia legge “626” partorita solo nel 1994 e oggi vilmente calpestata. Incoscienza, Indifferenza, Insensibilità della Regione Basilicata che fanno pure impallidire i pochi lucani dotati di sensibilità e di buona volontà. Se la Regione non ha più riproposto e “imposto” come avveniva nel passato i moduli formativi mutuati sulla sicurezza la ragione vera è da addebitare solo alle odierne e selvagge “esternalizzazioni”. Questo ruolo di puro spirito notarile senza controlli di gestione e senza controlli efficaci depongono malissimo. In queste condizioni sarà difficile riproporre la figura di un “security manager” nei nostri corsi F. P. In questo deserto di insensibilità sindacali e “solidali” accennare minimamente alla formazione e alla specializzazione di una figura specifica come il “security manager” è fatica sisifiana. Il mito di Sisifo è ampiamente conosciuto ed è inutile soffermarci. La progettualità formativa sulla prevenzione giace da oltre trent’anni in un archivio polveroso del Mediafor. Tutto ciò è avvenuto e si realizzato nella nostra piccola regione, prima dell’approvazione della Legge 626/94. Una progettualità formativa che aveva creato dete renza, seria vigilanza e seri ed efficaci controlli con “zero” infortuni” e “zero” incidenti gravi. Riflettete caro Presidente Bardi, caro Assessore Cupparo e cari Consiglieri regionali sulle virtuosità del passato e su queste positive progettualità, fatene tesoro come l’artigiana Clelia Marchi che ha raccontato la sua storia di ricamatrice su un lenzuolo/progetto. Un lenzuolo/progetto che ci ha regalato la “sua anima”, per dirla, alla Rosario Livatino, il giudice ragazzino (così definito da Cossiga) massacrato ignobilmente dalla Mafia.
*Sociologo e saggista