di  Gerardo Acierno

Questa volta non sono andato a tempo. Nel senso che il giorno dedicato alla ‘Festa della musica’ se n’è andato e io me ne ricordo soltanto adesso. Ricordo, invece,  il giorno in cui al bar chiesi al mio vicino di tavolo un fiammifero per accendermi la sigaretta. Era un luminoso giorno invernale ma di preciso non so, forse un paio di anni fa. Comunque non era il tempo della pandemia. Si stava incappottati e addossati l’uno sull’altro intorno alla stufa a pellet di Angelino il barista. A Marsiconuovo. Chi mi diede da accendere era un mio caro amico e quell’azione servì a dar peso alla nostra giornata di pensionati. Parlammo all’inizio di mille cose senza nessuna consequenzialità, poi il mio compagno mi chiese: – Ti ricordi di Savino e Langone?

         – Come no? – risposi drizzandomi e poggiando i gomiti sul tavolino traballante. E subito fu rincorsa di ricordi, di parole appena accennate, di silenzi più eloquenti di un comizio, di rievocazione di episodi curiosi e bizzarri, e di fatti lontani così come capita tra gente di una certa età qui nei borghi dove si sverna.

 “E gli strambotti? Te li ricordi?” “Prima di cantarli, i due suonatori venivano a casa mia a recitarli. Mia madre li invitava per un panino e poco altro. “I nostri due cantastorie. Savino al violino, l’altro con un bastone usato come zufolo faceva l’accompagnamento.” “Ricordo che cantavano sulla scalinata di via del Popolo a Potenza. Quelle erano musiche e parole di un mondo contadino che adesso non esiste  più.”

E da qui, per me, fu tutto una rievocativa cascata di luoghi e di note musicali. Fine anni Sessanta, la locanda di ‘zia Colomba’ a Brienza. Il mercoledì si presentava a pranzo il Notaio, sudato e abbondante. Le due locandiere che mi avevano fittato una stanza, preparavano per il noto personaggio piatti speciali: ‘cavatiell’ con sugo di lepre o di cinghiale; arrosti prelibati e formaggi del posto; vino della casa, limpido ma traditore. Alla tavolata banchettavano con me, il romano Direttore Didattico, il Medico Condotto, poeta e abile polemista, e Minguccio il meccanico, il quale oltre a procurare la selvaggina per quel nostro comune pranzo settimanale, strimpellava con buona padronanza la chitarra. Il pomeriggio si riempiva di stornellate romane, motivi spagnoli, ballate messicane e melodie napoletane. Violino e fisarmonica, in consegna a due guardie forestali, comparivano poco prima di sera, quando come gran finale si suonava soltanto folk lucano per far felice il dottor Notaro prima del rientro nella sua Potenza dopo aver affrontato quaranta chilometri di curve e controcurve sulla sconclusionata strada provinciale.

        Musiche da ricordare anche quelle accordate in un  tabacchino di Episcopia. Io a spazzolare sulla batteria (cassa, rullante e piatto);  mastro Cecco, il fabbro, a trillare il mandolino e Gaetano, proprietario della rivendita e chitarrista sopraffino, a pizzicare le corde sperando di essere chiamato prima o poi alla radiofonica trasmissione ‘La Corrida’ alla quale aveva fatto domanda di partecipazione. Fuori nevicava una bellezza, era marzo del ’71. Il Sinni scivolava furioso sotto il ponte e quando non si suonava, ci si giocava le sigarette al tavolo povero di un poker ancora più povero.

         Di musica suonata ne ho ammucchiata un bel po’ con la banda di Pignola, fondata da Mastro Saverio. Dalla marcia “Ginestra, pagina 7” fino al ‘Clarinetto’ di Renzo Arbore. Tutti in paese siamo stati musicanti della banda di Mastro Saverio. Mio padre, come regalo per una mia promozione scolastica, mi mandò a studiare un po’ di solfeggio e un po’ d’intonazione strumentale dal suo amico Maestro. In pochi mesi imparai a suonare sul sestino (fratello minore del clarinetto) due marce. Quando, però, mi portarono a Boscogrande, sparpagliata comunità agricola a nord di Potenza, nel giorno di festa del posto, per lunghe ore feci finta di suonare gli altri pezzi del programma senza soffiare nemmeno un sospiro nel piccolo, tremebondo strumento.

        In quella banda si distingueva Nozzi con il suo ammaccato trombone, e poi c’era la ‘Lucertola’ (occhiali doppi come fondi di bottiglia che mettevano in risalto gli occhi fuori dalle palpebre, come ce l’hanno le lucertole, appunto) impegnato a  lustrare di continuo i suoi ramati piatti; e ‘l’Africano’ (detto così perché fu prigioniero degli inglesi in Africa Settentrionale) con la tromba in ‘si bemolle’;  e Pinuccio, il mite ragazzo di bottega col sax tenore. Qualche volta arrivava ‘Mancusiedd’ da Potenza (perché si chiamava Camillo Mancusi ed era molto basso) con il suo elegantissimo clarinetto nella custodia di vero cuoio, ma su tutti dominava incontrastato il bombardino intonatissimo di Mastro Saverio.

        Si girava per paesi e campagne, a volte si prendeva il treno altre volte si arrivava nelle piazze con i camion dei Malacapa, abili trasportatori di merci e di persone. Si suonava nelle aie di solitarie masserie e lungo sentieri bruciati dalla calura ferragostana; dopo le processioni ci si accampava intorno a tavolate chilometriche e si mangiava pasta fatta in casa, carne al sugo, arrosti e formaggi, angurie tenute al fresco negli abbeveratoi detti ‘plarci’, e nocelle americane. Se la festa durava più di un giorno, di notte si dormiva o sulla paglia o, per i più piccoli, dentro lettoni in compagnia di coetanei del posto. Si girava casa per casa, si suonava un pezzo ad ogni porta contadina, si raccoglieva grano e denaro per il santo e per la chiesa quasi sempre posta in cima alla collina. Quando si ritornava al borgo, c’era la paga. Nessuno si lamentava. ‘Alla prossima’, si dicevano i musicanti fra loro, abbracciandosi e salutandosi. Si ritornava a casa mentre il sole spuntava dalle parti di Rifreddo. Si ritornava stanchi. Si ritornava felici. Avevo dodici anni e il berretto col fregio rosso della banda del mio paese.

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