Preferisco non citare nessuno perché non sarebbe giusto verso persone delle quali non ero né amico né semplice conoscente e alle quali non posso che dedicare una preghiera, augurandogli che la Terra gli sia lieve.
Ma come scritto in un post, in una città piccola (o piccola città, fate voi, perché l’ordine delle parole pure è importante assai) la solitudine, la SOLITUDINE di una persona è, ancor di più, una colpa di tutti, forse magari anche di chi si limita ad “evitare”, a “tenersi a distanza” in nome di chissà quale presunta superiorità o inspiegabile timore.
E a volte la solitudine porta a gesti finali, ad atti senza possibilità di ritorno, con il solo biglietto di andata. Ma su questo non mi esprimo perché non sono nessuno per sondare o sindacare una scelta estrema e finale, senza appello alcuno.
Eviterò anche di esprimermi sui “post necrologio” che puntualmente compaiono sui social in queste occasioni perché ignoro i rapporti tra le persone (una domanda, in estrema sincerità mi verrebbe, ma me la tengo per me).
E allora cosa dire? Più che dire o pubblicare qualcosa, oltre a dedicare, per chi ci crede, una preghiera, forse sarebbe utile, giusto o chissà cos’altro, porci qualche domanda, qualche interrogativo sul nostro essere città, sul nostro essere comunità.
Probabilmente è un discorso che attiene ad ogni luogo ma, vivendo qui, è giusto porcele per il nostro “qui”.
Che comunità siamo? Che città e che tipo di cittadinanza siamo? Siamo accoglienti, inclusivi, tolleranti magari anche con chi è nato e vive, come noi, in questa città? Una comunità piena di così tanti amici di quelle persone che comprano l’ultimo biglietto di sola andata, avrebbe lasciato morire nella solitudine e nell’indifferenza quelle persone?
Diciamo e ripetiamo spesso che siamo una piccola città accogliente, gentile, tollerante, dove tutti conoscono tutti e, se si può, tutti aiutano tutti.
In estrema franchezza invece vi dico che questa città, che amo alcune volte forse più di me stesso, mi è sempre apparsa un agglomerato di clan, di fazioni, di circoli esclusivi dove tentare o sperare di essere accettati, pena l’esclusione.
Una città che continua a puntare molto all’apparenza, al sentirsi superiore non si capisce bene a chi o a cosa e che trasmette continuamente (e i social hanno di molto amplificato tutto ciò) un’idea di dover essere sempre vincenti, belli, forti, senza mai timore o dubbio alcuno. Pena, appunto, l’esclusione.
E tutto ciò che non rientra in questi canoni o non fa parte di quei clan di cui sopra, merita l’oblio, l’esclusione, l’esser messo ai margini. Merita in una parola, L’INDIFFERENZA.
Indifferenza che comporta solitudine. E, purtroppo, ne uccide più la solitudine…
Che la Terra gli sia lieve.
