DINO COLLAZZO scrittore delle cronache di Brienza e non solo
dI ANTONIO LOTIERZO
Notevole per sintesi ed originale per composita narrazione, che amplia le conoscenze storiche del lettore, aprendogli lo sguardo su di una mole di azioni comunitarie, molte pregnanti di dolore e tutte affannanti, con minime ironicità merita di essere goduto questo “Ottocento e una storia. Cronache semiserie dal secolo lungo”, che qualifica in positivo l’affermarsi della casa editrice et cetera Libri, cui vanno gli auguri di unaserena navigazione.Il caso letterario Collazzo si inserisce in quella,sempre più frequente ed utile, forma ibrida che è la narrazione storica o il racconto- saggio e che, per topologia, lo colloca nell’area che vadalla ‘Storia della colonna infame’ di A. Manzoni alla ‘Morte dell’inquisitore’ di L.Sciasca, daAnna Banti e M.Bellonci a Salvatore Satta (più in là si colloca la M.Yourcenar). Ibridismo e intersezione.
DINO COLLAZZO
In vero, è lo stesso Collazzo a suggerirci, qua e là nel testo, altre piste seguite ed esemplari: Gesualdo Bufalino per il vizio del passato ma anche per certe strutture barocche, che si sostanziano sull’espressivo dialetto; F.De Roberto ma anche Stendhal, minuzioso cronista di fattacci italiani. Con logicità espositiva, i fatti raccontati si snodano incinque capitoli: nel primo si ricostruisce la società di Brienza, attraverso il racconto sfizioso di don Saverio Derosa; nel secondo si tratta di un femminicidio, interpretato secondo la precarietà che tutto contornava;nel terzo si torna sul brigantaggio; nel quarto si affoga nei dissidi fra i partiti in età liberale e le volubili posizioni dei galantuomini; nel quinto si lumeggiano le intestine discordie fra i paesani ‘mala gente’,specchio d’un’Italia in cui lasolidarietà comunitaria è sempre precarizzata dal miope familismo degli interessi immediati e personali. Il fondamento storico delle narrazioni è garantito dalla pignoleria del Collazzo che fonda il suo dire ( con un’esposizione teatrale, vedi la parola ‘spettacolo’ che si ripete come in una regia) sugli archivi brienzani e potentini, forse facendosi condizionare dalla stessa tipologia di fonte compulsata, che avrà retroagito nel delineare quasi soltanto atti di accusa, violenze, stupri, omicidi, insomma evidenziando quella terribile precarietà esistenziale che doveva essere il vivere di due secoli fa.
Con tali lenti, Collazzo sa tutto di Brienza e ce lo espone mentre racconta: toponomastica, storie dei palazzi, composizioni familiari, tanti ritratti e biografie, tante donne di pubblico scandalo, sentimenti e relazioni sociali, corruttele, predominio della ‘pubblica voce’, desacralizzazione dei ‘ritratti austeri’, demitizzazione delle volontà e posizioni politiche, in un mondo che si reggeva sulla violenza e sul potere ferreo sulle persone, in queste ‘montagne fredde e deprimenti’, ai margini del Principato salernitano. Alcuni storici parlarono di ‘permanenze’, per indicare lo scivolare della struttura feudale, per quanto cancellata dal 1806, lungo il ‘secolo lungo’, che cesserebbe con il 1915.‘La presenza in famiglia di un prete e di un dottore fisico costituivano tuttavia già gli indici della progressiva affermazione del casato’(p.35) I ‘maledetti francesi’ cancellando la feudalità, laica ed ecclesiastica, favorirono la sostituzione di casati con una nuova classe di possidenti, molto condizionati per mentalità a scimmiottare o recitare con sussiegogli spagnolismi dell’aristocrazia ( qui è mancato un Goldoni o un Parini, forse la spiegazione è nei motti delle maschere animalesche o nei frizzi di Pulcinella). Non crediate che un Collazzo nasca all’improvviso. Viene da una tradizione storiografica che conosce e richiama in bibliografia: l’avvocato Francesco Paternoster è tenuto presente anche per gli avvenimenti del 1848; Giovanni A.Colangelo resta il solido studioso dell’intera diocesi e delle parrocchie in relazione all’applicazione del Tridentino; Giuseppe M.Viscardi ha sfaccettato le forme della religione popolare; Mariano Collazzo, che tentò anche la rivista ‘Vertigo’, si occupò di Brienza fra clero e lumi, di esposti, di strategie matrimoniali; Antonio Parente ha mostrato l’uso sociale della fotografia. Questo milieu è solidificato con le letture di T.Pedio (che, in una conversazione privata del 1974, di fronte a tutti quei cambi di casacca fra realisti e liberali, definì i patrioti :’Tutti porci!’ fra una tirata di sigaretta ed una smorfia di bocca con cui finiva il ‘mito’ del ‘Risorgimento lucano’-p.224-); di G. D’Andrea, che, con generosità, descrisse il clero come elemento di ‘ mediazione, forse anche moderno, tra il sistema e le fasce sociali messe in discussione’, ha pure sottolineato che, per la gente dei campi, la rivoluzione politica veniva avvertita solo per gli eventuali riflessi migliorativi delle proprie modeste condizioni socioeconomiche -p.255-; di A.Lerra per il decisivo ed intrecciato ruolo socialedelle ricettizie; di A. De Cristofaro per la Carboneria; per finire con i recenti studi di C. Pinto, D. De Donato ed altri.Vi assicuro che il testo di Collazzo è molto più intrigante e fascinoso di come io posso tentare di renderlo per voi lettori ( chi dimenticherà la figura di Luigi Buoninnanti; quella della serva – che cicca il ruolo delle serve!- che esplode in un “stasera abbušcane verrate!”;il punto di vista di don Saverio;gli amministratori pasticcioni; i manovratori per l’accaparramento dei mulini ( con un trucco linguistico che già descrisse I.Silone in Fontamara); la banda degli estorsori paternesi, i manutengoli e gli altri briganti, i litigiosi, i falsi e gli spergiuri, etc.). Vorrei aggiungere una nota sulla figura del galantuomo, la cui storia va dal 1806 al sisma del 1980, quando, ipotizzo, inizia la definitiva morte sociale, vera estinzione d’un gruppo che, per emigrazione in città ( si pensi al ‘mito di Salerno’ come attrattore dal 1957, incroci o vera estinzione fisica ha svuotato i ‘palazzi’. Fa bene Collazzo a richiamare il giudizio di E.Pani Rossi sulla mancanza del ‘popolo’ fra nobili e contadini; un limpido R. Ciasca; un autocritico (don) Giustino Fortunato che si chiedeva “ con tutta sincerità, se io avessi o no il diritto di dirmi galantuomo, possedendo terre” (p.219)- e qui non voglio ricordare il giudizio eccessivo e tutto politico espresso da A.Gramsci sull’operosità reazionaria di Fortunato ( e Croce) – ma a me manca Michele G.Pasquarelli che con il suo ‘Cafoni e galantuomini di Basilicata’(1917-1920) scrisse il più denso e riassuntivo saggio sulla vergognosa età dei galantuomini, analizzati secondo un folcloreben documentato. Pasquarelli, che nel 1913 aderì al gruppo politico di F. Perrone, grande estimatore di L. Ferrarese (su cui cfr. anche lo psichiatra Vittorio Catapano) e di Mario Pagano, fin dal 1892, in Pagine di psicologia…, al n.209, riportava il detto: “Chi a galantuomo serve, muore in pagliaio” e commentava:” C’è da prevedere che, anche ne’ paesi, spariranno un dì i galantomi; ed io sospiro al bel tempo in cui vorrà sembrare un insulto l’esser detto galantuomo di Basilicata.”.
E ancora, secondo Ettore Ciccotti, questi ‘degenerati dei nostri galantomi non sono poi tali per la volontà loro (…ma essi rappresentano la )vestigia del disquilibrio”, riporta il Pasquarelli, con linguaggio lombrosiano e tale da alleggerire il peso personale a favore della personificazione di un ruolo sociale di per sé costituito da prepotenza e ‘vampirismo’ ( col che si ritorna al tema delle ‘permanenze’). Come il lettore avvertirà queste ‘cronache semiserie’ costituiscono sia un’utile lettura interpretativa e sia un resoconto eccellente di fatti comunitari, per la prima volta illuminati con valutante spirito storiografico e godibile intarsio linguistico.
