La ferocia della storia si cura con la cucina e l’amore
Una storia ‘ à part entière’, globale e complessa, questa che, fra 1208 e 1250, Raffaele Nigro narra nel romanzo “Il cuoco dell’imperatore” (La nave di Teseo) attraverso l’io narrante ed onnisciente che è Guaimaro delle Campane, melfitano cuoco medico e musicante d’organastro, personaggio a tutto tondo, confrontabile con il Baudolino di Eco o il Tom costruttore di cattedrali gotiche di Follett. Il fraseggio fluido, chiaro e brillante fa scivolare le accattivanti settecento pagine, snodate in brevi capitoletti, che mimano il tempo breve della lettura ‘da metropolitana’. Che poi gli animali parlino è un meccanismo del meraviglioso medievale, mezzo anche per illuminare le menti per l’azione o relazionare vivi e morti in un ininterrotto dialogo, postulato da Pitagora ai Longobardi, acclarato da Gregorio Magno che ascoltava la colomba parlargli all’orecchio, ‘perché la vita dello spirito continuava nelle forme dei volatili’(p.82).
Il romanzo è una celebrazione dell’interculturalità, della civiltà mediterranea che si sviluppa dall’integrazione educante fra ebrei, musulmani e cristiani ed in questa prospera pacificazione Federico II rappresentò un faro di intelligenza, mentre le crociate costituirono, insieme agli omicidi degli ebrei, un’acculturazione violenta non giustificabile né con la religiosità né con l’economia. Il romanzo è anche una celebrazione intrigante della bellezza viaggio ed una esposizione della geografia delle città e regioni europee (Melfi, Palermo, Hagenau, Aquisgrana, Norimberga, Napoli, Foggia, Gerusalemme, Roma, Castel del Monte).Un altro fascino del romanzo è il suo essere quasi un trattato di alimentazione, di onestà voluttà dei cibi, in cui si snodano molte, tante ricette, descritte con precisione estrema ( e valide tuttora ed in uso, per dire delle permanenze positive in noi). Pranzo appulo-lucano: lucanica a rotolini, parte fritta con uova e in olio, con menta e prezzemolo; zucchine farcite con mollica di pane; ricotte;olive; asparagi; crapiata; cotiche e pezzente;canestrati; cipollecalabresi e rape stufate; dolciumi siciliani con mandorle di Avola. Altrovecacciagioni e altre carni; arrosti di cipolle con interiora di tonno ecapperi; mele renette;brodi e diete.
Il romanzo contiene, inoltre, un intercalare di canti, dalla fine espressività provenzale ai Lied tedeschi malinconici e appassionati,intrisi di politeismo ed alla varietà di toni dei canti popolari, come questa quartina dedicata da Guaimaro alla sua prima sposa: “ Siete tosta bella e bruna/ altera Mariaspina/ brillate più della luna/ pungete come una spina”(p.73) o la ‘canzonetta a sberleffo’ contro Ottone: “ Ma che fai con sta smania/ di pigliarti tutta la Germania/ e ti fai mangiare dal capovermo/ di pigliarti Messina e Palermo? –/ Oi testa di minchia, testa d’Ottone/ t’affogherai con questo boccone” (p.138).E’ ovvio ricordare che Nigro qui rielabora in suadente forma narrativa i suoiamati studi sulla poesia popolare, sulle forme della magia, su Federico II fra Puglia e Sicilia, sulle illusioni della politica, sul senso della vita, sulla relazione fra genitori e figli, in una potente sintesi emotiva impastata di citazioni,rinvii,osservazioni e approfondimenti. Notevole la formula della sfascinazione: “Ti libero e ti sciolgo/da chi ti vuole alle sue voglie/ t’hanno affascinato per invidia/ per ricchezza e per bellezza/schiatta malocchio e / cresci buon occhio.” (p.279)Né manca l’aspetto comico, incarnato nel fedelepersonaggio di Erminio Marcangione, che è presente in tutto il romanzo. Più avanti appare lo sfottò, la linea contestativa del folclore: “Beato te cafone/ che mangi pane e cardone/ Io povero monaco sventurato/ la mattina salsiccia e la sera soppressata” (p.514). “Il cuoco dell’imperatore” è anche una meditazione filosofica sulla Storia, oltre che una rievocazione delle dinamiche fra un troppo temporale Papato el’ Impero come riunificazione di Germania e Italia, fra Impero e Comuni che reclamavano la loro libera autonomia. Scrive Nigro:” Era questa la Storia.Ma le miriadi di uomini che avevano attraversato le campagne e le porte della mia città, non avevano fatto la Storia? Del grande Roberto il Guiscardo e di Ruggiero d’Altavilla. E che restava di tutti loro? Dei loro nomi? Solo un cammino collettivo.La Storia era il tentativo di sollevare la propria individualità dalla voragine buia della natura.(…) Il mondo ti dimentica se al mondo non lasci un ricordo, un obolo, il più grande possibile. Solo in questo caso conserva memoria di te e di te riesce a farne anche un gigante”(p.286) Riporto queste frasi anche per sottolineare un altro procedimento narrativo di Nigro: la continua esposizione di proprie idee attraverso attanti medievali, per cui, comenella mise en abyme o in Velasquez, spesso nelle scenemedievali appare il volto pensante di Nigro, che riflette sul senso della nostra generazione storica, sulla Fortuna che pure ci ha assistito per decenni(p.730),una generazione fortunata… E, accanto alla confessione,una decisavena elegiaca appare nella meditazione su che va e chi resta in paese:”Eppure quella gente così povera e condannata al lavoro dei campi e al servizio militare, quelle donne che non sarebbero mai uscite dal paese mi muovevano una pietà infinita. Il borgo diventava d’un tratto un’unica grande famiglia per la quale avrei voluto spendere la mia esistenza. Io amavo la gente del mio paese, forse perché ero stato tanto lontano o forse perché la vita era stata prodiga con me e mi aveva portato fortuna, a dispetto di tanti che non avrebbero avuto neppure un quinto di ciò che era toccato a me”(p.423).Vedete bene chi spunta dietro il cuoco cerusico; oltre la narrazione storica del sogno di Federico II di usare il potere come diplomazia e collante dell’armonia, di creare un’Italia felice, di realizzare un Impero dove si vivesse sereni e contenti, tutto ciò restava un sogno, la dura realtà era la guerra fra municipi, resta lo scontro fra partiti, fra nani del proporzionale o raffazzonatori di ingannevoli coalizioniinamalgamate. “L’Impero (era) un colabrodo”(p.735). Nella scrittura di Nigro si rinnova in varietà epica e lirica quella forma romanzo che dallo scozzese W. Scott al milanese A. Manzoni, passando per gli emarginati di V. Hugo,dal veneto I. Nievo al siciliano V. Consolocelebra la bella varietà della vita, i suoi piaceri amorosi, alimentari e musicali, piegando l’intenzionalità della politica alla felicità nella storia europea, utopia di un quotidiano riscattato dalle miserie e dall’assedio del male.
Raffaele Nigro, Il cuoco dell’imperatore, Milano, La nave di Teseo,2021,pp.751;22,00
