Ci sono pochi uomini che meritano l’appellativo di leggenda. Molti di questi uomini appartengono al mondo dello sport. Chi non ama lo sport, tende a classificarlo come roba di serie B: ci sono cose più importanti sulla terra a cui pensare che non a qualcuno che corre dietro a qualche palla.
E invece lo sport, quando è puro e vero, ovvero nel 99% dei casi, è qualcosa di sublime, e anche se non sei un tifoso non ti conviene snobbarlo, perché insegna molto anche – soprattutto – a chi è estraneo alle sue dinamiche. Lo sport è un mix, difficilmente ripetibile in altri settori, di competenza, efficienza, meritocrazia, eleganza, costanza, orgoglio, lealtà e riconoscimento del valore della sconfitta. Già, perché lo sportivo ammette sempre quando perde. Da tempo anzi c’è l’usanza, ormai consolidata in ogni disciplina, che i contendenti si stringano la mano immediatamente al termine della competizione. L’arbitro fischia, oppure qualche cronometro decreta la fine dell’incontro, ed eccoli lì, ex amici, ex avversari, che si avvicinano e si stringono la mano al centro del campo, lì dove si sono scannati (sportivamente parlando) fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo rantolo di forza che rimane.
È per questo che lo sport insegna, ed è per questo che quando uno, in quel campo, “cadde, risorse e giacque… due volte nella polvere, due volte sull’altar” merita di essere appellato in quel modo. E la leggenda di oggi ha un nome e un cognome, ed è salito al trono, è caduto e si è rialzato, ben più di due volte. E quel nome e quel cognome rispondono al nome di Roger Federer. Ha vinto un torneo del grande Slam dopo essere stato fermo (fermo: capisci cosa vuol dire stare fermo quando sei ai vertici del mondo?) per sei lunghissimi mesi, scivolando, dopo un decennio di supremazia assoluta, oltre la decima posizione nelle classifiche mondiali. Un Re detronizzato dagli infortuni, dall’età e da avversari giovani e forti come era lui quando dominava il mondo. Caduto nella polvere, lo svizzero Federer ha trovato il coraggio, la costanza, la solidità mentale per rimettersi in piedi e riprovarci, e così, al torneo di Melbourne, eccolo trotterellare come i primi anni di carriera, ed avanzare in quel tabellone fatto di grandi campioni che spesso ha battuto, ma che negli ultimi anni lo avevano cancellato dai primi posti nel ranking mondiale. Ed eccolo arrivare in finale contro un avversario coriaceo e indomabile, lo spagnolo Rafael Nadal. Un avversario che l’ultima volta che lo aveva battuto era stato 10 anni fa alla finale di Wimbledon. Francamente, questa di Melbourne, sembrava per lo svizzero un’impresa proibitiva.
La partita sembra essere stata scritta da uno sceneggiatore di thriller. Il cinema ci racconta di imprese epiche come quella che è successa oggi. Forse i primi film di Rocky Balboa hanno avuto questo tipo di impostazione: far arrivare il campione con i pronostici nettamente avversi, eppure comportarsi onorevolmente fino alla fine, magari in leggero svantaggio, per poi vincere sul filo di lana. Ma questa volta non c’è stato nessuno sceneggiatore a scrivere la storia di questo match. Ci ha pensato la carne viva del sano agonismo sportivo a scrivere il copione dell’incontro. Dopo due ore e 37 minuti di battaglie, di servizi al fulmicotone, di dritti liftati, di rovesci giocati sulle linee, di attacchi e relative volèe, di passanti e palle corte, ebbene dopo una battaglia di questo tipo, i due giocatori sono sul punteggio di due set pari. Dopo due ore e 37 minuti di guerra, Federer e Nadal sono arrivati a giocarsi il quinto e decisivo set sul punteggio di 6-4, 3-6, 6-1, 3-6. Nello sport c’è una regola non scritta che dice che se la partita si decide in volata, in genere vince chi è in rimonta. Nadal, che era in svantaggio, avendo vinto il quarto set con il punteggio di 6-3, sembrava, in base a questa regola, avere il vantaggio dell’inerzia a suo favore.
Ma il Re smentisce anche la regola dell’inerzia e si aggiudica il quinto set come se fosse stato, anche quello, frutto della mente perversa di un film-maker. Si trova a servire per il set, quindi con il punteggio di 5-3 a suo favore, ma sbaglia un paio di colpi e finisce, quasi senza accorgersene, sul 15-40 in favore di Nadal, che ha due palle per tornare 4-5 nel set e rimettersi in partita, avendo il servizio a disposizione. Il tennis si gioca veramente su una manciata di minuscoli particolari, molti dei quali,ad un certo livello, sono soprattutto di natura mentale. Federer si affida al servizio, infila qualche ace (battuta vincente), e sul punto decisivo gioca un dritto talmente vicino alla riga che l’avversario chiede di verificarlo attraverso la telecamera speciale (falco). Apnea nello stadio, la telecamera inquadra il punto esatto dov’è caduta la pallina. Riga. Federer ha vinto, i due si abbracciano sulla rete come da prassi, sanno di aver dato vita ad un incontro epico che resterà nella memoria degli appassionati per molto tempo.
Il Re è tornato a ruggire, alza le braccia al cielo, sorride ma poi non trattiene le lacrime e piange. Ad un’impresa forse così non ci credeva neppure lui. Per certe cose ci vogliono i campioni. Per altre devi essere leggenda.
