CATERINA ARRIGONI

Da quando l’arrivo dei migranti è diventato un grande problema, si è cominciato a parlare con troppa leggerezza di “razzismo”, spesso usato nei rapporti con i nuovi arrivati più come una negazione di aiuto che nel suo significato ideologico , cioè di discriminazione in base alla razza o al colore della pelle. Anche perché quest’ultimo significato ha delle implicazioni penali ben precise vietando la nostra Costituzione un comportamento diretto a discriminare altre persone in base a provenienza, religione, ecc., tutti comportamenti severamente puniti dalla legge. Eppure per ogni singolo episodio che riguarda l’accoglienza di profughi o di rifugiati o di migranti per fame, il termini “razzista” è tornato a campeggiare sui giornali, a imperversare sui social, a espandersi nei media, fino al punto da creare confusione e fino al punto da intimidire le persone in questo non facile rapporto tra cittadini del mondo di diversa provenienza. Cerchiamo di fare chiarezza su queste cose, per evitare che certe tesi portate all’estremo finiscano con l’alterare i termini di questa difficile convivenza.
Per essere accusati di un crimine così grave, occorre che si ponga in essere un comportamento illegittimo, anche se non intenzionale, che distrugge o compromette il riconoscimento, il godimento o l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
Parliamo,cioè, di un atteggiamento estremo di chi vuole abbattere le differenze con la forza!

E allora, se l’autista dell’autobus urbano,( per gli extraurbani è un po’ diverso), chiede ai migranti che salgono sul suo mezzo di esibire il biglietto, sta facendo il suo lavoro, quello per cui lo pagano e non possiamo e non dobbiamo in nessun modo chiamarlo razzista.
Piuttosto, dobbiamo smetterla di essere ipocriti e riconoscere che siamo diffidenti, che abbiamo paura di quel che non conosciamo o che conosciamo troppo bene, ma non ci piace.
Gli antropologi Lèvi-Straus e Malinowski hanno sostenuto che la ‘diffidenza’ è un atteggiamento tipico di ogni cultura, e attiene ad un percorso naturale dell’individuo, che è portato a sentirsi a suo agio solo con ciò che gli è più familiare, quindi a condividere i suoi spazi con chi reputa simile a se stesso.
Dunque, tale atteggiamento, riscontrabile negli stessi migranti, e da sempre nella storia dell’umanità, è giustificabile, l’importante è riconoscerlo e non scambiarlo per razzismo.
Chi scrive, pur provenendo da una regione limitrofa, ha paradossalmente provato sulla sua pelle quell’atteggiamento che, negli anni, e grazie anche al suo impegno,si è trasformato in stima, amicizia e normali rapporti umani.
Viviamo un tempo di violenze, fisiche e psicologiche, che corre oltre la sua naturale velocità, gli eventi ci sovrastano, tragiche notizie invadono le nostre case, e dobbiamo abituarci a rinunciare. Rinunciare alla normalità, alle nostre abitudini, alla bellezza, ai nostri spazi, alle tradizioni, e perfino alla libertà non è, però, un sacrificio facile e deve avere dei limiti di sopportabilità.
Ormai su tutti incombe la paura e si deve combatterla ogni giorno. Il solo modo per farlo non è lasciare assoluta autonomia alle forze in campo, ma fare regole, vigilare, contenere i fenomeni in dimensioni controllabili. Se c’è questo, tutti possono produrre uno sforzo di avvicinamento, senza che “ nessuno” ci guadagni, ma solo come impegno sincero a far germogliare quella comprensione reciproca che è la sola capace di abbattere le barriere della diffidenza. Nel frattempo, non chiamateci RAZZISTI!!