di  Teri Volini

Si fa tanto parlare dell’esibizione sul palco di  Sanremo  della “nudità” sponsorizzata  di una nota  influencer, che,  tra gli applausi dei fan,  lei  ostenta come simbolo di  “libertà”,  presentandola  con disinvolta  semplificazione,    in qualità di auto – proclamatasi  neo-filosofa del femminismo,  non immaginando che  migliaia  di eroiche rappresentanti della lotta di  liberazione dal patriarcato, si rivolterebbero nelle loro tombe –   se fossero costrette ad  ascoltarla –  al pensiero di ciò che hanno dovuto subire nel tempo per portare avanti le loro ardue rivendicazioni…

Se solo avesse indagato sugli  inganni da quello perpetrati, si sarebbe resa conto  che  la prima impostura  avviene tramite la mistificazione delle parole: queste  troppo spesso esprimono solo ciò alla mentalità comune  è dato percepire: a causa di manipolazioni  culturali ben congegnate,  la gente, le donne e le parole stesse –  vengono  ammaestrate a  piacimento,  tanto da  far risultare quei termini “rovesciati” rispetto al loro significato vero, quello originario.

Succede con parole  come amore, libertà, verità, uguaglianza:  un esempio per tutti,  il termine amore  esibito da chi arriva ad uccidere la “propria” donna, come accade ancora nel 3° millennio, con  il femminicidio.    

Anche il termine libertà si presta a innumerevoli  “interpretazioni”, utili di volta in volta a portare avanti la  propria credenza, e  nella generale ignoranza,  disattenzione e mancanza di senso critico, risulta davvero difficile districarsi tra le varie appropriazioni indebite. Non ci se ne rende nemmeno conto…

Nudità rituale e contesti

Quanto alla nudità, c’è una differenza sostanziale tra la nudità rituale –  che permetteva alle   antiche dee di mostrarsi tali in un senso totalmente superiore,   personificando l’essenzialità dell’ Essere,  “la natura primordiale, la pienezza, la rinascita, la Terra Madre”,* come ci mostrano le ancestrali raffigurazioni a noi giunte sin dal paleo/neolitico: “la figura di Inanna,  centrale  nel pantheon sumero, nota con molti altri nomi, Astarte, Ishtar,  simboleggiava la libertà dall’illusione, la verità senza veli, l’innocenza dello stato naturale, la nascita, la creazione, l’integrità  *  

e la sua strumentalizzazione a fini esibizionistici, o  come scoop per aumentare l’audience,  in perfetta adesione ai parametri del contesto in cui ciò avviene,  una manifestazione popolare molto seguita ed estremamente convenzionale, in cui  quei criteri sono funzionali al successo della stessa.  

Si dà in pasto al pubblico amante del gossip e dello scandalo ciò che esso si aspetta…

Le signore cretesi

Un bell’esempio di nudità rituale lo troviamo nella magnifica cultura cretese, in cui   le donne portavano abitualmente i seni e il ventre nudi,  e ciò avveniva senza nessuna reazione negativa o di violenza sessuale  da parte dei  maschi,  che ne riconoscevano il senso e la sacralità,  riferita a coloro  che portavano in grembo la vita e  la nutrivano, e perciò venivano onorate   e rispettate…

Una simile forma mentis si concretizzava in rispetto e reverenza, come accadeva per le donne cretesi che, nel neolitico, usavano portare nudi i seni, come la loro divinità di riferimento, senza che ciò comportasse aggressività maschile: segno che la donna era investita di autorevolezza e non vista come preda sessuale“…*


Nei meravigliosi affreschi cretesi non ci sono rappresentazioni di violenza, stupro, tortura e simili, cosa che avverrà regolarmente in tutto il tempo storico – circa 5000 anni,
  un incubo di lotte tribali, guerre e violenze – che segnerà l’apoteosi monomaniacale di quelle tematiche, compresa una perenne retorica androcelebrativa”.*

Occorre dunque prestare molta attenzione a ciò che guardiamo, al senso che gli attribuiamo,  sia nelle parole che nelle immagini,  prima di lanciarci in  giudizi insensati e fasulli,  non temendo poi di esprimerli  sfrontatamente sui social, che, al posto della riflessione consapevole, sembrano aver sdoganato l’indecenza  e la  scomparsa del pensiero critico.

*estrapolazioni dal saggio  Glifi, una ricerca mitoarcheologica in Basilicata,  pagg. 29-30
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