Non è bastata la peste nera del 1300 ne’ quella del 1600, non è bastata la spagnola di cent’anni fa ed altre epidemie importanti: ebola, sars, per creare degli scudi sanitari invalicabili.
Probabilmente nel campo della diffusione delle malattie infettive non è appropriato parlare di difese sicure si possono sempre verificare delle situazioni imponderabili, da mutazioni biologiche e/o ambientali.
E chi pensava che gli antibiotici potessero rappresentare un valido antidoto o armamentario terapeutico per sconfiggere le infezioni, si ritrova con un arma abusata e che il nemico ha saputo riconoscere.
Il Covid-19 appartiene alla famiglia del coronavirus già noto ai virologi, il virus della sars fa parte dello stesso ceppo, uno di quelli che ha colpito di più, provocando polmoniti mortali.
Sembra che il Covid-19 sia passato da un pipistrello all’uomo e poiché si trasmette attraverso goccioline di saliva la diffusione tra gli uomini è stata immediata e veloce in un mondo globalizzato come il nostro, dove tutti i giorni milioni di persone sono in continuo movimento.
Poiché ha infettato l’uomo , questo si è trovato con il proprio sistema immunitario non in grado di rispondere con anticorpi, non avendo memoria immunologica. Se, da un lato, la diffusione è stata veloce e in tutte le direzioni dall’altro, e per fortuna, risulta molto basso il suo grado di letalità, se prendiamo per vero alcune statistiche che dicono l’80% dei contaminati non ha nessuna conseguenza clinica o pochissimi lievi sintomi, il 15% di essi necessita di ospedalizzazione e solo il 2% di quest’ultimi arriva al decesso.
Se poi si considera che tra i decessi il virus rappresenta una concausa di altre patologie preesistenti nel paziente, si può comprendere la bassa letalità che da solo il virus può causare.
Ai tanti fattori di rischio connessi a situazioni di salute compromesse, si è poi aggiunto , questa la vera novità, un’assoluta impreparazione delle strutture ospedaliere rispetto al rischio pandemico, sempre teoricamente discusso ma mai concretamente affrontato. Di fronte ad una emergenza che richiedeva un enorme supporto logistico in una sola direzione, le strutture ospedaliere si sono trovare incapaci di riadattarsi, privi di attrezzature necessarie ( respiratori) che dovrebbero stare sulla testata di ogni letto e con reparti di rianimazione ridotti al minimo. Mediamente il 20-30% dei ricoverati per polmonite ha bisogno di essere intubato e sedato, poiché è un passaggio obbligatorio per superare la crisi respiratoria e chi lo salta per mancanza di posti, diventa lo sfortunato di turno.
Allo stato dei fatti possiamo dire che questa emergenza sanitaria ha mandato in affanno sia i decisori politici che il sistema sanitario e che l’uscita dalla crisi dovrà essere anche un momento di ridiscussione dell’intero sistema sanitaria sia in rapporto ai momenti decisionali sia in rapporto ad una nuova organizzazione del sistema salute.
Nè va dimenticato che I Dcpm firmati dal presidente del consiglio hanno in sé, sebbene finalizzati al diritto alla salute pubblica, impedito ai cittadini l’esercizio di altri diritti: libertà di culto, libertà di movimento, il diritto di porgere l’ultimo saluto ai propri cari, il diritto al lavoro ecc.
Sui Dcpm sono state sollevate alcune obiezioni dalle forze politiche d’opposizione e da alcuni governatori perché secondo quest’ultimi non sono stati consultati e coinvolti sufficientemente per alcune disposizioni inseriti nei decreti.
È vero che c’erano delle ragioni superiori ma è pure vero che il governo attraverso le sue strutture non aveva, nel cassetto, nessun piano di emergenza contro una calamità biologica, forse troppo sottovalutata, se solo si consideri il depotenziamento degli studi, laboratori e ricerche sulle malattie tropicali o di altra fonte per sottrazioni d’investimenti. Eppure il nostro Paese aveva in fatto di lotta alle epidemie un passato gloriosissimo.