Armando Tita*

Non ho mai compreso tanti provveddimenti regionali dal sapore “masochistico”accettati supinamente da una pletora di consiglieri  regionali, comunali, comunitari e di tanti Sindaci sempre immotivatamente e ingiustificatamente silenziosi che non hanno mai ritenuto opportuno contestare tante sciagurate norme regionali .
Ho fatto una battaglia solitaria da Vice Presidente UNCEM(1990/95) alla Cassandra, come sempre.
L’abrogazione delle leggi regionali n. 9/82 e 31/88 istitutive delle Comunità Montane della Basilicata con la legge regionale n. 9/93, art. 39, non ha mai dato luogo all’Unione dei Comuni Montani, così come stabilito dalla L.142/90 e ha creato un delirio in termini di omissioni e di opacità che hanno definitivamente penalizzato il nostro “territorio” interno.
Sono queste le ragioni che mi impongono di vestire in questo articolo il ruolo di “saggista” e di lasciare la “penna salace” di opinionista.
“Se la Basilicata non distruggerà le cause della sua inferiorità da se stessa, tutto sarà inutile” sono parole di Guido Dorso che facciamo nostre.
La Vulgata che si è diffusa ultimamente è quella che i cittadini lucani non sanno più eleggere amministratori efficienti: in questi ultimi anni abbondano gli amministratori che per definizione risultano essere incapaci e qualcuno pure corrotto. Purtroppo, questa vulgata in parte è vera.
La crudele fotografia delle nostre Comunità Marginali, il ridursi della spesa pubblica in quantità e valore, nonostante l’agognato PNRR, il sottosviluppo cronico delle strutture produttive e i servizi degradanti delle aree interne lucane ripropongono nel senso più gramsciano del termine la “ Questione Area Interna lucana” su cui pesa la minaccia di perdere e di smarrire l’identità culturale, economica e territoriale.
Per capire meglio la specificità odierna del problema lucano basterebbe analizzare l’entità dei problemi delle surrichiamate comunità marginali con il loro patogeno spopolamento e la totale assenza di protezione idraulico-forestale, il più delle volte attuata con provvedimenti speciali dopo che si erano verificati dissesti immensi.
Analizziamo alcune caratteristiche funzionali che danno un quadro “nuovo” sotto certi aspetti: a) La Comunità Marginale lucana è considerata dai giovani come luogo di passaggio da cui sfuggire per andare ad alimentare l’emigrazione e solo in alcuni casi luogo dove ritornare per costruirsi una casa e finire in maniera umana la propria esistenza nel luogo di nascita. Quindi gente che va via, gente che va a formare nuova stabilità economica, sociale e quindi culturale ; b) è zona dove tende a cristallizzarsi il solo consumismo delle rimesse e dei flussi assistenziali; c) una forte difesa della cultura tradizionale che passa attraverso gli anziani e quelle persone che fermandosi nella comunità d’origine hanno dovuto e voluto accettare in pieno tutta la cultura dominante. E’ logico che in queste condizioni i problemi rischiano di non essere recepiti e quindi risolti; d) scarso spazio politico in cui organizzarsi intorno ai problemi con l’immediata conseguenza della scarsa coscienza collettiva e individuale.
Oggi nelle Comunità marginali della Basilicata è difficile individuare il POTERE , morto il notabilato e l’aristocrazia terriera, il marcio da abbattere lo si deve localizzare in ben altre direzioni, per esempio nelle professioni che, in termini di maggiore retribuzione e di una forte credibilità, nonché di un aggancio con la distribuzione della spesa pubblica hanno una effettiva posizione di privilegio all’interno del Comune. Il loro potere non è chiaramente economico ma piuttosto ha l’importante funzione di mantenere inalterata la cultura dei nostri borghi lucani. Sarebbe stato più giusto conoscere in faccia i padroni del clientelismo che vuole lasciare le nostre comunità come luogo in cui attingere “ manodopera e maestranze di riserva” per i grossi agglomerati industriali in perenne crisi (vedi indotto Stellantis, serbatoio occupazionale per eccellenza dei nostri “cittadini” marginali)e in perenne caduta libera, in cambio del voto e della complicità nel silenzio e nella quiete rassegnata di sempre. Ecco perché nei nostri paesini il potere si localizza nella classe media strumentalizzata con la burocratizzazione e in quelle figure che per le loro carattersistiche di consumatori si portano al servilsmo nel partito di maggioranza… con un grande “effetto placebo”.
Così pure gli intellettuali risultano essere dei buoni catalizzatori di aderenza alla conservazione e al terrificante status quo dove a poco prezzo vengono vendute promesse e speranze. Certo quel prezzo se in apparenza consiste solo nel voto o del semplice star zitti a lungo andare diventa un pesante onere in termini di crescita economica e culturale dell’individuo e, dunque, dell’intera collettività. Non a caso le estreme condizioni di subalternità e disagio e di arretratezza delle nostre aree montane hanno incentivato l’esodo agricolo e rurale.
Il dato più significativo di questa continua fuga che sta spopolando la montagna lucana è la continua diminuzione della popolazione attiva agricola e il continuo incremento in percentuale dei vecchi e delle donne, dediti alle attività primarie per puro “autoconsumo”.
Da tutto quanto su esposto ne discende ovviamente un continuo processo di disgregazione della nostra montagna interna che viene ad essere privata di economia produttiva grazie alle sciagurate scelte della Regione Basilicata che ha ritenuto opportuno privarsi delle Comunità Montane e delle figure professionalmente più valide (agronomi, laureati in scienze forestali e geologi)presenti nei vari “Uffici del Piano” delle Comunità Montane.
Uno stillicidio che ha creato solo abbandono senza la dovuta ristrutturazione degli uffici e delle aziende agricole e soprattutto senza il formarsi di serie unità produttive di maggiore ampiezza e maggiore efficienza. Un esodo rurale che ha significato spopolamento di territori rurali da parte di persone che esercitano l’attività agricola , ma anche di gente che esercita altre professioni ed attività complementari a quelle agricole, in primis, quelle artigianali. Paesi Fantasma …Cimitero dei vivi.
Una lenta agonia che si traduce in una forma disarticolata di presunte e anorressiche attività economiche e produttive senza alcuna speranza e senza alcun futuro.

*Sociologo e Saggista